Mancano pochissimi giorni allo scoccare del primo anno dall’entrata in vigore dell’articolo 5 dell’European Media Freedom Act (Emfa) dedicato all’autonomia e all’indipendenza dei fornitori di media di servizio pubblico.
La data fatidica è il prossimo 8 agosto, che la Chiesa dedica a S. Domenico e il mondo democratico attento al pluralismo dell’informazione alla tanto attesa fine dell’incubo di TeleMeloni.
Tuttavia, va sottolineato innanzitutto che la Commissione europea si è rivelata finora al di sotto di qualsiasi pessimo arbitro visto su un campo da gioco. Sì e no una letterina è stata inviata (con altrettante missive fotocopia spedite a tutti gli Stati), ma poco più che un cordiale saluto con richiesta di qualche aggiornamento. Un po’ più ispidi sarebbero -secondo la vulgata- gli scritti recapitati all’Ungheria, alla Slovacchia e alla Croazia. Peggio. Voci di dentro raccontano che l’esecutivo italiano avrebbe persino ricevuto assicurazioni informali sulla non volontà di Bruxelles di avviare la (doverosa) procedura di infrazione.
Di fronte a simile gravissimo quadro le forze di opposizione hanno immaginato di promuovere un’iniziativa specifica discussa nella riunione settimanale dell’associazione Articolo21.
Per immaginare forse un recupero prima di un eventuale risveglio delle istituzioni europee, i relatori di maggioranza Roberto Rosso e Claudio Fazzone hanno depositato ulteriori subemendamenti al loro testo originario, già ampiamente commentato dal manifesto. In brevissima sintesi, fu detto e scritto che l’attuale normativa (l.220 del dicembre 2015) tesa ad affidare impropriamente al governo il controllo sulla Rai non veniva in realtà superata se non con un maquillage, facendo rientrare dalla finestra dei voti a maggioranza l’apparente uscita dalla porta di palazzo Chigi. Ora, dando un’occhiata ai subemendamenti, si coglie un disperato e persino ingenuo tentativo di distrarre gli interlocutori, a mo’ degli studenti impreparati durante le interrogazioni.
Mentre il governo (il ministro Giorgetti docet) ha mantenuto la prerogativa di indicare due consiglieri di amministrazione, la sceneggiatura patetica prevede che l’amministratore delegato sia deciso a maggioranza dal consiglio, come il presidente cui non serve già alla terza votazione una maggioranza qualificata. Bizzarro è il tempo di durata dell’organismo, stabilito in quattro anni. Né tre come oggi e neppure cinque come il contratto di servizio.
Che accadrà? Si preannuncia un varo del testo -costi quel che costi- la prossima settimana nella competente commissione del Senato. Ma sarà vera gloria? E se domani, per citare un arcinoto motivo di Mina, Bruxelles battesse un colpo? E se le opposizioni trovassero sostegno e incoraggiamento dalle numerose espressioni della società civile esauste per e dallo scadimento di una Rai che perde ascolti e credibilità?
Insomma, la destra non si illuda di avere la vittoria in tasca, perché le strade parlamentari sono lastricate di insidie numerose.
Quante menzogne, quanti fariseismi, alla faccia del pluralismo e di una presunta presidenza di garanzia.
La storia è lunga e complicata, perché si tratta di una lotta di potere e queste ultime sono sempre di lunga durata.
Certamente, se dovessimo assistere all’uno-due legge elettorale autoritaria e TeleMeloni per sempre, avremmo la prova provata che parlare di regime neo-fascista non è un’iperbole.
La maggioranza ci pensi. Approvare un testo così pericoloso e sgangherato darebbe un colpo letale alla stessa immagine di un governo che si dimena tra Trump, Bruxelles e Vannacci. Si attuerebbe un regime a reti unificate e le infauste previsioni dei vari rapporti europei in materia sarebbero surclassate da un vento nero che si depositerebbe nell’infosfera italiana. Meditate gente, per evocare Arbore.
PS: cinquant’anni fa la sentenza n.202 (luglio 1976) della Corte Costituzionale liberalizzò (in ambito locale) l’etere. Fiorirono le emittenti locali. Poi arrivo Berlusconi. Però, la Rai ebbe a sua volta una buona riforma. Dal panorama rischia di sparire proprio quella Rai. E le Big Tech sono assai più insidiose del tycoon di Arcore.
(Pubblicato su Il Manifesto)
