Mentre il dibattito pubblico italiano continua a concentrarsi sugli sbarchi, sui controlli delle frontiere e sulle politiche di contenimento dei flussi migratori, esiste una dimensione meno visibile ma altrettanto decisiva dell’immigrazione: quella che si consuma negli uffici pubblici, nei corridoi delle amministrazioni e nelle procedure burocratiche che regolano l’accesso ai diritti fondamentali.
Negli ultimi anni il tema delle migrazioni è stato affrontato prevalentemente come una questione di sicurezza e gestione dell’emergenza. Dal Decreto Cutro alle più recenti modifiche delle procedure di riconoscimento della protezione internazionale, l’attenzione della politica si è spesso concentrata sulla riduzione degli arrivi e sull’accelerazione dei rimpatri. Tuttavia, per decine di migliaia di persone già presenti sul territorio italiano, il problema principale non è entrare nel Paese, ma riuscire a vedere riconosciuti i propri diritti una volta arrivati.
Roma rappresenta in questo senso un osservatorio privilegiato. La Capitale ospita il più alto numero di richiedenti protezione internazionale d’Italia e costituisce il punto in cui le contraddizioni del sistema emergono con maggiore evidenza. È qui che la distanza tra norme e realtà appare più marcata, trasformando un diritto garantito dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali in un percorso ad ostacoli che può protrarsi per anni.
A lanciare l’allarme è il 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS e dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, che descrive un sistema d’asilo ormai vicino alla paralisi, caratterizzato da ritardi strutturali, opacità amministrativa e ostacoli che finiscono per produrre esclusione sociale e marginalità.
Secondo la normativa italiana, una persona acquisisce lo status di richiedente asilo nel momento stesso in cui manifesta la volontà di chiedere protezione internazionale. Da quel momento dovrebbe poter accedere rapidamente alle procedure previste dalla legge e ai servizi essenziali.
Nella pratica, però, il percorso è molto diverso.
L’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma riceve appena venti persone al giorno e non dispone di un sistema di prenotazione online, a differenza di quanto avviene in molte altre città italiane. Una situazione che costringe centinaia di persone ad attendere per giorni davanti agli uffici, spesso dormendo sui marciapiedi e alimentando fenomeni di sfruttamento e mercato nero delle file.
Anche quando si riesce a varcare la soglia degli uffici, la procedura si rivela lunga e frammentata. Dopo la manifestazione della volontà di chiedere asilo, il richiedente riceve generalmente un appuntamento differito per il fotosegnalamento e successivamente un’altra convocazione per la formalizzazione della domanda.
Ma i problemi non finiscono qui. Per il fotosegnalamento molti richiedenti vengono inviati in commissariati periferici, da Ostia a Tivoli fino a Civitavecchia, spesso con un preavviso minimo. Chi non riesce a presentarsi rischia di dover ricominciare l’intera procedura.
Si crea così una vera e propria “zona grigia” amministrativa che può durare mesi, durante la quale le persone non dispongono di documenti adeguati e restano escluse dall’accoglienza, dal lavoro regolare, dall’accesso ai servizi sanitari e dai percorsi formativi.
Uno degli aspetti più critici riguarda la durata complessiva dell’iter.
Tra la manifestazione della volontà di chiedere asilo e il rilascio effettivo del permesso di soggiorno possono trascorrere fino a tre o quattro anni. Un tempo enorme nella vita di chi cerca di costruire un’esistenza stabile, trovare un impiego, affittare una casa o semplicemente accedere alle cure mediche.
Anche gli strumenti documentali rilasciati durante l’attesa si rivelano spesso insufficienti. L’attestato nominativo consegnato dopo la formalizzazione della domanda non riporta chiaramente una data di scadenza e questo genera continui problemi nei rapporti con banche, datori di lavoro e uffici pubblici.
A complicare ulteriormente la situazione contribuisce l’assenza di canali di comunicazione efficaci con l’amministrazione. L’Ufficio Immigrazione ha progressivamente eliminato il contatto diretto con l’utenza e le comunicazioni avvengono quasi esclusivamente tramite Posta Elettronica Certificata. Per persone che spesso non dispongono di competenze digitali, strumenti tecnologici adeguati o assistenza legale, questa modalità si trasforma in una barriera quasi insormontabile.
L’effetto è quello di una macchina amministrativa percepita come impenetrabile, nella quale l’incertezza diventa la regola e ogni errore può comportare la perdita di mesi, se non anni, di attesa.
Le criticità del sistema si sono aggravate dopo l’entrata in vigore del Decreto Cutro nel 2023: la riforma ha ristretto significativamente l’ambito di applicazione della protezione speciale, lo strumento che consentiva di tutelare cittadini stranieri non rimpatriabili per ragioni umanitarie, familiari o legate all’integrazione sociale raggiunta in Italia. Sono stati ridotti i criteri di valutazione relativi ai legami familiari e al radicamento sociale, limitate le possibilità di rinnovo e cancellata la possibilità di convertire il titolo di soggiorno in un permesso per lavoro.
Il risultato è che molte persone che vivono da anni in Italia, lavorano, pagano le tasse e hanno costruito relazioni stabili rischiano oggi di trovarsi intrappolate in una condizione di precarietà permanente, senza una prospettiva certa di regolarizzazione e spesso esclusi dalle dinamiche sociali.
Perché le conseguenze di questo sistema non si misurano soltanto nei tempi delle pratiche amministrative. Nel Lazio si concentra circa il 27% delle oltre centomila persone senza fissa dimora o in condizioni di grave marginalità abitativa registrate nelle anagrafi comunali italiane. Quattro persone su dieci sono straniere e la quasi totalità si trova nell’area romana.
Particolarmente significativo è il dato relativo agli homeless deceduti: nel 2025 il Lazio registra il numero più elevato in rapporto alla popolazione, con 59 morti, di cui 48 nella sola provincia di Roma. In circa l’80% dei casi si tratta di cittadini stranieri.
Nelle aree più fragili della città, dalla Stazione Tiburtina alle periferie di Bastogi e dell’Idroscalo di Ostia, le associazioni che operano sul territorio registrano quotidianamente gli effetti della precarietà amministrativa. La mancanza di documenti validi e di una posizione giuridica definita si traduce spesso nell’impossibilità di accedere alle cure, nell’assenza di un medico di base e nell’esclusione dai servizi sanitari. La burocrazia, in questi casi, non rappresenta semplicemente un rallentamento procedurale: diventa un fattore che produce vulnerabilità sociale.
La fotografia scattata dal Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni pone una domanda che la politica non può più eludere: può uno Stato democratico garantire formalmente un diritto e al tempo stesso renderne così difficile l’esercizio concreto?
La gestione dell’asilo non riguarda soltanto l’organizzazione degli uffici o l’efficienza della pubblica amministrazione. Riguarda la qualità dello Stato di diritto. Quando l’accesso alla protezione internazionale richiede anni di attesa, quando migliaia di persone restano sospese in una condizione di invisibilità giuridica e sociale, il rischio è che la burocrazia diventi essa stessa uno strumento di esclusione. L’impressione che emerge dal caso romano è quella di un sistema che non respinge formalmente, ma scoraggia attraverso l’inerzia, non nega apertamente i diritti, ma li rende difficilmente esercitabili. Una forma di selezione silenziosa che scarica sui soggetti più fragili il costo delle inefficienze istituzionali.
Per questo la questione non può essere ridotta a un tema tecnico. È una scelta politica. Investire nelle strutture amministrative, semplificare le procedure, rafforzare l’accoglienza e garantire tempi certi significherebbe affermare che il diritto d’asilo è un principio sostanziale e non una mera dichiarazione formale. Continuare sulla strada opposta significa invece accettare che migliaia di persone restino intrappolate in un limbo burocratico che alimenta povertà, esclusione e tensioni sociali. E un Paese che trasforma i diritti in percorsi a ostacoli finisce inevitabilmente per indebolire la propria stessa democrazia.
