Dunque, qualche errore Ranucci senz’altro l’ha commesso: quanto meno ha peccato di ingenuità, cosa che per un professionista del suo calibro è imperdonabile. Ciò premesso, ci domandiamo: è davvero il conduttore di Report il problema della RAI? Siamo proprio sicuri che l’attacco alzo zero che sta ricevendo da giorni da tutte le bocche di fuoco della destra sia dovuto alle sue discutibili frequentazioni con Lavitola e non solo e non, piuttosto, alle coraggiose puntate di Report in cui si è cercato di far luce sui legami fra alcuni settori della destra eversiva, una parte dei servizi segreti collusi e gli stragisti di ogni ordine e grato? Siamo sicuri che paghi le cene con il noto faccendiere presso il ristorante “Cefalù” e non, invece, il tentativo di unire i puntini e collegare i fili che tengono insieme la strage di Brescia, la strage di Bologna e le trame nere contro la Costituzione e la Repubblica democratica nata dalla Resistenza e lo stragismo mafioso di inizio anni Novanta, volto anch’esso a destabilizzare i cardini del nostro vivere civile? Siamo sicuri che a dar fastidio sia il Ranucci sprovveduto e non quello pienamente padrone di sé, capace di illuminare a giorno le memorie tragiche della nostra vicenda nazionale, insinuando più di un dubbio sulla credibilità di alcuni ambienti della destra contemporanea nel rivendicare il Quirinale? E ancora: siamo sicuri che si possa tacere su intere trasmissioni RAI che hanno fatto dell’assalto a Report la propria cifra esistenziale?
E che dire di conduttori di punta (non per gli ascolti, sia chiaro!) che passano la giornata a scrivere su X frasi incompatibili con il concetto stesso di giornalismo e di servizio pubblico? Senza dimenticare la trasformazione dei responsabili, accertati con sentenze passate in giudicato, di alcune fra le peggiori nefandezze della nostra storia recente in “testimoni oculari”, praticamente dei passanti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. O le singolari dichiarazioni dei vertici aziendali su Raitre, smantellata nello spirito, nelle idee e negli spettatori per ristabilire – così hanno detto – il “pluralismo”, e su Gaza, raccontata al meglio da croniste e cronisti che non hanno fatto da ufficio stampa ad Hamas (questa era, in sintesi, la critica) ma si sono permessi – udite, udite! – di continuare a svolgere la propria professione persino in questi ruggenti anni di TeleMeloni.
