Emfa, la grande incompiuta

70 anni fa moriva Piero Calamandrei. Il padre della Costituzione

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Oggi sono settant’anni dalla morte di Piero Calamandrei. Non so quanti se ne ricorderanno, o meglio, quanti saranno messi in condizione di ricordarlo, ovvero quanti mezzi d’informazione lo ricorderanno. Quello che so è che tutti noi, cittadini di questo Paese, dovremmo ricordarlo, perché Calamandrei ci ha fatto un regalo, un regalo enorme: la Costituzione. Lo so, non l’ha fatta solo lui, a farla erano in 556, tanti i deputati della Costituente, eletti il 2 giugno del ’46. Un giorno meraviglioso, il giorno della Costituente e della Repubblica, in cui votano anche le donne, e sono 90 su cento, uomini e donne, che vanno a votare. In un’Italia di macerie e ricostruzione, in cui sui giornali in prima pagina si poteva leggere: Pane nostro – Tener duro per tutto maggio. “Ancora qualche settimana di incertezze, di patemi. Superata questa carestia – ci si domanda – ci avvieremo al ritorno alla normalità? Cioè pane bianco e a volontà?”.

Calamandrei era nei 75, la Commissione dei 75 costituita per elaborare il progetto. Con lui c’erano Dossetti, La Pira, Moro, Concetto Marchesi, Togliatti, Bozzi, Lelio Basso. Eppure Piero è arrivato a dire che quel regalo non ce l’avevano fatto loro. Lo ha detto a Milano nel ’55, ai giovani, agli studenti della Società Umanitaria: “Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”. Insomma, la Costituzione è figlia dalla Resistenza, proprio quello che più d’uno in Italia non ha purtroppo voglia di sentire.

“Chiarezza nella Costituzione” è stato il motto di Calamandrei, fin dall’inizio dei lavori. E c’è riuscito, lo riconosce un grande studioso, Tullio De Mauro, che ha sottolineato “l’eccezionalità linguistica della Costituzione rispetto alla frustrante illeggibilità del corpus legislativo italiano”. L’Assemblea si era dotata di un consulente linguistico, che fece di tutto perché il testo fosse composto essenzialmente di periodi brevi. Il consulente era uno studioso della letteratura italiana antica e moderna, Pietro Pancrazi. Che ci porta a un altro Calamandrei, quello delle “passeggiate domenicali”. Passeggiate che possiamo anche vedere, in un grande album fotografico che si conserva alla biblioteca civica di Montepulciano, città molto cara a Piero, che fu, nel 1935 la prima meta, in cinque, su un’automobile guidata da Nello Rosselli con Pancrazi, Luigi Russo e Alberto Carocci. Nelle foto dell’album vediamo anche Alessandro Levi, Guido Calogero, Attilio Momigliano, Ugo Enrico Paoli, Benedetto Croce, Adolfo Omodeo. Cinque anni di passeggiate, dal 1935 fino allo scoppio della guerra.

Una storia di amici che Calamandrei renderà pubblica nel discorso che farà da rettore dell’università, nella Firenze appena liberata: «Negli anni pesanti e grigi nei quali si sentiva avvicinarsi la catastrofe, facevo parte di un gruppo di amici che, non potendo sopportare l’afa morale delle città piene di falso tripudio e di funebri adunate coatte, fuggivano ogni domenica a respirare su per i monti l’aria della libertà, e consolarsi coll’amicizia, a ricercare in questi profili di orizzonti familiari il vero volto della patria».

Che cosa è per Calamandrei la parola “patria”? Ce lo dice in una pagina del diario che scrive appena caduto Mussolini: “la patria come senso di cordialità e di comprensione umana esistente tra nati nello stesso paese, che si intendono con uno sguardo, con un sorriso, con un’allusione: la patria, questo senso di vicinanza e intimità che permette in certi momenti la confidenza ed il tono di amicizia tra persone che non si conoscono, di educazione e di professione diverse, e che pure si riconoscono per qualcosa di comune e di solidale che è più dentro. Ah, che respiro! Ci si può parlare, si può dire il nostro pensiero chiaro, per la strada, in ferrovia, al contadino che lavora nel campo, all’operaio che passa in bicicletta…”. Era proprio felice quel giorno.

Per Calamandrei il fascismo era “la negazione della persona umana”. L’aveva visto subito, insieme con i fratelli Rosselli. Con loro partecipava a un circolo di cultura che ricorda “con dolce malinconia. Ci riunivamo a a leggere e a discutere: temi di politica, di economia, di letteratura, di morale. In ogni riunione le idee si chiarivano, i propositi si rafforzavano. Così il circolo visse tre anni, cercando di salvare, mentre tutto esternamente crollava, il pensiero di pochi uomini liberi. Ma il 31 dicembre del 1924, nel pomeriggio quasi festivo, una squadra di fascisti invase le sale e le devastò: dalle finestre che davano in piazza santa Trinita furono gettati di sotto tutti i mobili, i libri e le riviste, e ai piedi della Colonna che porta in cima la statua della Giustizia fu fatto d’essi un gran rogo».

Era carico di umanità Piero. Per chi si fosse affezionato alla figura di Calamandrei suggerisco di leggere non solo il suo Diario ma anche un libro che porta un bel titolo: Inventario della casa di campagna. In quelle pagine Piero ci fa anche il racconto di un cammino fra le pietre, che così conclude: “e passando accanto a un cespo di biancospino, fiorito su queste macerie, non so tenermi dal fargli, furtivamente, una carezza”.

Nino Criscenti

 


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