La frase, la cui paternità è attribuita a Mao Zedong, era scritta su un cartello appeso al collo del dirigente della Sit Siemens Idalgo Macchiarini rapito nel 1972, prima azione terroristica delle brigate rosse, il primo ostaggio. Una frase che per molti anni è risuonata come un incubo. Ora la ripropone il ministro degli esteri e vice presidente del consiglio Antonio Tajani indirizzandola ai magistrati, invitandoli a una maggiore severità, riassunta però nel “colpirne uno per educarne cento”. Un palese, evidente, circostanziato invito all’illegalità, usato per attaccare ancora una volta coloro che la legge devono applicarla in nome dello stato, di uno stato che noi ci ostiniamo a ritenere di diritto. In questa infelice stagione di autocrazie, di attacco alle regole democratiche e alla divisione dei poteri, la magistratura si schiera come è giusto e ovvio che sia dalla parte della legalità, negli Stati Uniti di Trump come in Italia. Spesso apparentemente soli, i giudici continuano ad avere il coraggio di pretendere l’applicazione delle leggi, i rispetto del diritto interno e internazionale, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. L’Associazione Nazionale Magistrati sottolinea che le parole del vice presidente del consiglio “lasciano esterrefatti” perché danno spazio a una logica contraria allo stato di diritto. E ancora “La sicurezza non si garantisce scaricandone la responsabilità sulla magistratura. La giustizia non è e non può essere uno strumento di intimidazione nei confronti di nessuno”. E gli avvocati penalisti aggiungono che la legge non può essere piegata a fini politici. Articolo 21 si batte per lo stato di diritto e per i diritti di tutti come fondamento della propria attività, ed è pienamente solidale con la magistratura: non si riesce a concepire da parte di questo governo che solo i dittatori nella storia sono stati “legibus soluti”, avendo in mano tutto il potere. Incredibile ma vero. Pensate se al referendum avesse vinto il “si”!
