Recentemente in Rai sono accaduti fatti che fino a qualche tempo fa sarebbero stati inconcepibili: sarebbe scattato immediatamente il codice etico.
L’amministratore delegato Giampaolo Rossi, che si vanta pubblicamente di avere sistemato “l’anomalia Rai3”, trasformando la rete — plasmata da Angelo Guglielmi, che in passato era la terza per ascolti ed entrate pubblicitarie dopo Rai1 e Canale5 — in un’enclave di destra salvo pochi programmi storici, con conseguente fuga di telespettatori verso La7, ammette così di aver creato un danno erariale alla Rai.
Il conduttore di Filorosso, Monteleone, un disastro negli ascolti, che alla vigilia del ritorno in onda su Rai3 contesta sui social il lavoro dei giudici di Bologna, in particolare per la condanna definitiva di Gilberto Cavallini, esponente dei NAR, come uno degli esecutori materiali della strage della stazione di Bologna, mettendo in discussione la matrice neofascista del più grave attentato dal dopoguerra a oggi.
Altro fatto clamoroso: il tg della rete ammiraglia, il Tg1, che si scaglia contro Report denunciando con “dovizia di particolari” la presunta sfiducia a Sigfrido Ranucci da parte della redazione. Un attacco così diretto nei confronti di una trasmissione Rai da parte di un tg Rai non era mai accaduto neanche al tempo dell’editto bulgaro di Berlusconi, dove gli attacchi avvenivano sì, ma attraverso le interviste ai politici. Questo accadeva in particolare nei confronti di Enzo Biagi: la strategia del direttore Clemente Mimun era quella di dare la notizia ma non sposarla. Il Tg1 di allora aveva un’altra redazione, c’era David Sassoli, il sindacato dei giornalisti, l’Usigrai, era ben presente nelle denunce delle “anomalie”. In Rai c’era chi si opponeva alle scelte dell’allora direttore generale Agostino Saccà, fuori dalla Rai c’era una società civile sempre pronta a scendere in piazza, a fare i girotondi attorno alle sedi regionali, mentre oggi Rossi non ha rivali. In Rai regna la paura, la mancanza di denunce da parte dell’attuale dirigenza, mai un intervento del sindacato Adrai: ciò consente due pesi e due misure. Si processa Report e Ranucci su inchieste del passato già a suo tempo indagate, rispondendo a ordini arrivati dalla politica, mentre si ignorano episodi gravi come la sfiducia di alcune redazioni nei confronti dei direttori.
È sicuro che il futuro dell’attuale vertice è legato a come andrà a finire la vicenda di Ranucci, la cui conclusione parrebbe già decisa, come ha dichiarato Rossi: “Report è un importante brand della Rai che va difeso”. Quindi l’anomalia è chi lo conduce, che soprattutto non deve essere in onda durante la prossima campagna elettorale.
Il vertice meloniano della Rai ha portato il servizio pubblico a un livello mai raggiunto, ma da qui al voto ne vedremo ancora delle belle.
Il Governo è fortemente in crisi, non ha mantenuto una delle tante promesse fatte in campagna elettorale; certo, l’opposizione non sta meglio. La prossima legislatura eleggerà il presidente della Repubblica e la Rai giocherà un ruolo fondamentale per mantenere il consenso a Meloni e company: infatti la destra sta preparando due leggi fondamentali, la riforma elettorale — con un premio a chi vince che garantirebbe di eleggere a maggioranza semplice il presidente della Repubblica — e la riforma della Rai, con il nuovo consiglio di amministrazione nominato dall’attuale Governo che rimarrà in carica quattro anni e nominerà i vertici dell’azienda.
Insisto: opposizione, se ci sei batti un colpo — è in gioco la nostra democrazia.
