Un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione. Sono le richieste formulate al termine della requisitoria nell’aula bunker di Rebibbia dalla Procura di Roma contro i quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani accusati del sequestro, della tortura e dell’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore friulano trovato morto al Cairo il 3 febbraio 2016, dieci giorni dopo essere scomparso.
Gli imputati sono Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Per tutti la Procura ha chiesto la condanna per sequestro di persona pluriaggravato; al solo Sharif sono contestati anche il concorso in lesioni personali aggravate e il concorso in omicidio aggravato. I banchi della difesa erano occupati solo dai legali d’ufficio: l’Egitto non ha mai voluto rintracciare né consegnare i propri uomini, e i quattro restano assenti dal processo come lo sono stati fin dal primo giorno.
Un processo «contro il silenzio»
A prendere la parola per primo è stato il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che si è alternato nella lunghissima udienza con il procuratore capo Francesco Lo Voi.
Ad assistere, come ad ogni passaggio di questi anni, il “popolo giallo” con Articolo 21, presenza costante, scorta mediatica, sin dalla prima udienza.
«Il processo che oggi giunge a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri», ha detto il pm Colaiocco aprendo la sua requisitoria. «È stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi».
Il pm ha ricostruito il 25 gennaio 2016 come il momento in cui Regeni, «inconsapevole», entra «in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza». Da quell’istante, ha detto, Giulio «non è più una persona»: diventa «un corpo sequestrato», «un soggetto da piegare», «un destinatario di violenza» — «materia su cui esercitare il potere assoluto».
«Gli abbiamo dato il colpo di grazia»
Tra i passaggi più duri della requisitoria, la citazione delle parole attribuite a uno degli imputati, il maggiore Sharif, secondo quanto ricostruito dall’accusa, che si sarebbe vantato in una conversazione: «Gli abbiamo dato il colpo di grazia». Per Colaiocco quella frase non è soltanto la traccia di una confessione indiretta, ma «il manifesto morale del delitto»: l’arroganza del potere che si compiace della propria impunità.
Da qui la cifra concettuale di tutta l’accusa, scandita per ripetizioni: «Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia. Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore. Un uomo libero».
Le torture, l’autopsia, la Tac
Mostrando in aula le immagini della Tac e dell’autopsia eseguita sul corpo del ricercatore, il pm ha parlato di un quadro «devastante»: pugni, calci, bastonate, trascinamento del corpo, bastonature alle piante dei piedi, sopportate «lucidamente, senza sedazione, senza narcotici e senza alcun sollievo». Una settimana di interrogatori e sevizie, secondo la ricostruzione dell’accusa, prima della morte.
Colaiocco ha messo a confronto i risultati degli accertamenti egiziani con quelli italiani: i medici legali del Cairo avevano individuato una sola frattura, al braccio destro. Gli esami condotti in Italia ne hanno invece documentate venti — cinque ai denti, quindici alle strutture ossee — un dato che per la Procura misura da solo la gravità di ciò che Regeni ha subito.
Uomini dello Stato, non criminali comuni
Un punto centrale della requisitoria riguarda la natura istituzionale dei responsabili. Non si è trattato, ha spiegato il pm, di criminali comuni, ma di «uomini dello Stato», appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani, proprio coloro ai quali lo Stato affida l’uso legittimo della forza. È questo, per l’accusa, che dà al delitto una dimensione ulteriore: quando la forza pubblica nata per proteggere si trasforma in oppressione, a essere colpita non è solo la vittima, ma l’idea stessa di legalità e il principio che nessun potere può esistere senza rispondere a una responsabilità.
Su questo, ha aggiunto Colaiocco, il regime del presidente Al Sisi ha scelto consapevolmente di non indagare: «Ha scelto di proteggere gli aguzzini e di non chiamare a rispondere i propri funzionari per le atrocità commesse».
La «pista inglese» definitivamente archiviata
Il pm si è soffermato anche sulla cosiddetta “pista inglese”, la tesi, rilanciata negli anni anche da settori della politica italiana, secondo cui Regeni sarebbe stato un collaboratore dell’intelligence britannica. Colaiocco l’ha definita priva di qualunque fondamento: «Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione», ha detto, includendo i rapporti scientifici tra Giulio e la professoressa di Cambridge Maha Abdelrahman e le illazioni sui presunti legami della docente con la Fratellanza Musulmana o con i servizi britannici. «Non è emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni». Regeni, ha ribadito, «non era una spia».
Un processo possibile solo in Italia
Il procuratore capo Lo Voi ha rivendicato la legittimità del percorso giudiziario, reso possibile dalla sentenza n. 192/2023 della Corte costituzionale, che ha permesso di celebrare il processo per tortura anche in assenza degli imputati, quando l’ostruzionismo dello Stato estero impedisce di dimostrare che gli accusati siano informati del procedimento. «Questo processo, grazie alla Consulta e alle nostre norme, si è svolto nel pieno rispetto delle garanzie. Siamo di fronte a un muro che è stato abbattuto», ha detto Lo Voi, ricordando che l’Egitto non ha rispettato le convenzioni internazionali in materia di cooperazione giudiziaria.
Secondo l’accusa, se questi fatti non fossero stati portati davanti a un giudice italiano, non sarebbero stati giudicati in nessun luogo: sarebbe toccato all’Egitto cercare i responsabili e offrire una risposta di giustizia, ma quel che si è visto in dieci anni è stato l’esatto contrario, un sistema di ostacoli, opacità e chiusure.
Ballerini: «Dieci anni e mezzo di attesa, ormai è una fede»
L’Avv. Alessandra Ballerini, che da dieci anni e mezzo affianca instancabilmente Paola Deffendi e Claudio Regeni nella battaglia per la verità sul figlio. «Dieci anni e mezzo che aspettiamo questo momento. Siamo emozionatissimi, carichi di responsabilità e di aspettative, e portiamo il peso delle aspettative di tantissimi italiani: quindi tutto andrà come deve andare», ha detto arrivando a Rebibbia. «Dieci anni e mezzo che siamo fiduciosi nonostante tutto. Direi che più che fiducia è una fede, ormai».
Domani 24 giugno la parola passerà alle parti civili, poi alle difese. La sentenza della Corte d’Assise, presieduta da Paola Roja, è attesa dopo l’estate.
La requisitoria del pm Colaiocco (passaggio relativo al “colpo di grazia” e al significato del processo):
«We crushed him, gli abbiamo dato il colpo di grazia, è nel significato di queste parole pronunciate dall’imputato, il maggiore Sharif, in Kenya, che il processo deve entrare, perché in questa frase non vi è soltanto la descrizione di un evento finale, vi è l’arroganza del potere che si compiace della propria impunità, vi è la serenità del carnefice che ritiene di non dover mai rispondere. L’uomo scompare e resta soltanto un corpo da colpire, da spezzare. Lo abbiamo schiacciato, lo abbiamo spezzato, lo abbiamo annientato, e poi gli abbiamo dato il colpo di grazia.
Signor Presidente e signori della Corte, questa espressione brutale non è soltanto l’eco di una conversazione o la traccia di una confessione stragiudiziale: è il manifesto morale del delitto che questa Corte è chiamata a giudicare. Perché ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza ad un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia. Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore, un uomo libero. Un uomo che il 25 gennaio 2016 entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza.
Da quel momento Giulio Regeni non è più una persona: diventa un corpo sequestrato, un soggetto da piegare, un destinatario di violenza; diventa, per chi lo detiene, materia su cui esercitare un potere assoluto. E questa è la prima sconvolgente verità che il presente processo ci consegna. Giulio Regeni fu privato non soltanto della libertà e della vita: fu privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti.
Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più leggi, controllo, difesa, limite. Uno spazio in cui il potere aveva preso la forma dell’arbitrio puro. Ma vi è una seconda verità, ancor più drammatica. A compiere tutto questo, alla luce delle prove che il dibattimento ha progressivamente fatto emergere, non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita. Furono uomini dello Stato. Furono appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani. Furono, cioè, proprio coloro ai quali lo Stato affida l’uso legittimo della forza.
Ed è qui che il delitto assume una dimensione ulteriore. Quando la forza istituzionale, nata per proteggere, diventa forza di oppressione. Quando la funzione pubblica, nata per garantire sicurezza, si converte in strumento di tortura, allora non è colpita soltanto la singola vittima. È colpita l’idea stessa di civiltà giuridica. È colpito il principio che non può esistere alcun potere senza responsabilità. È colpita la nozione, elementare e insieme solenne, che sopra lo Stato vi deve essere la legge.
Ed è per questo che il processo che oggi giunge a conclusione non è stato, fin dal suo nascere, un processo come gli altri. È stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare, di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo avrebbe cancellato le tracce. È stato un processo contro la menzogna, contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi. Perché secondo l’ordine naturale delle cose, questi fatti avrebbero dovuto essere accertati e giudicati nel luogo in cui furono commessi. Sarebbe stato compito primario dell’Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia.
Ma quel che si è progressivamente rivelato è stato l’esatto contrario. Un sistema di ostacoli, di opacità, di resistenze, di chiusura, che ha reso via via evidente una conclusione tanto semplice quanto drammatica: che questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo. Che questa verità, se non fosse stata ricercata dalla magistratura italiana, sarebbe rimasta sommersa. Che questa morte, se non fosse stata portata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all’oblio.
E allora la giurisdizione italiana si è assunta appieno le proprie responsabilità. Ha affermato che la tortura e l’omicidio non possono trovare riparo dietro il segreto. Ha affermato che neppure la ragione di Stato può diventare ragione di impunità. Lo ha fatto con gli strumenti della legge. Lo ha fatto nel rispetto delle garanzie. Lo ha fatto entro il perimetro rigoroso del codice di procedura penale. Ma lo ha fatto con determinazione. E con una determinazione che costituisce essa stessa una risposta istituzionale al tentativo di sottrarre questi fatti alla giustizia.
E a proposito di istituzioni, appare doveroso, in apertura di questa ricostruzione, ricordare le parole della più alta delle rappresentative: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in questi dieci anni ha più volte ribadito che verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi. A tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale.»

(foto di Marco Tombesi)
