“Non è accettabile, ad esempio, che tuttora, dopo un anno e mezzo, il Servizio pubblico televisivo manchi dell’assetto dei propri organi amministrativi, con la Commissione Parlamentare di vigilanza non posta in condizione di poter espletare le sue funzioni”. E’ uno dei passaggi dell’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha incontrato al Quirinale una delegazione di studenti e studentesse delle scuole di giornalismo.
PUBBLICHIAMO L”INTERVENTO INTEGRALE:
Benvenute e benvenuti nel palazzo del Quirinale.
Saluto tutti voi che intervenite a questo incontro, e anche coloro che purtroppo non sono riusciti a giungere in tempo.
Siete numerosi studentesse e studenti che aspirano alla professione giornalistica.
Ringrazio il dottor Ferrando e coloro che sono intervenuti, grazie per le vostre considerazioni.
I temi affrontati interrogano in modo significativo l’informazione libera e indipendente, premessa di democrazia.
State frequentando corsi di studio con l’obiettivo – appunto – di divenire giornalisti.
Questo vostro orizzonte suggerisce qualche riflessione.
Nei secoli passati il giornalismo era spesso associato a un’immagine romantica, avventurosa, espressione di curiosità, di libertà, di sete di verità.
Con le dovute eccezioni: la stampa di regime ossequiente e funzionale a poteri più o meno legittimi.
In questo nostro tempo contemporaneo molto è cambiato.
Repubblica e Costituzione ci hanno offerto un percorso che unisce due elementi: libertà e responsabilità.
Elementi inscindibili in qualsiasi ambito della vita, resi evidenti per il giornalismo dal carattere di professione intellettuale.
Questo ne sottolinea alcuni aspetti, a partire dalla autonomia di pensiero nell’elaborazione delle notizie cui si lavora, e nel rispetto delle indicazioni puntuali che derivano dalla deontologia. Su questo aspetto sono chiamati a vigilare gli appositi organismi istituiti presso l’Ordine dei giornalisti.
Un ordinamento professionale peculiare, quello dei giornalisti, distinto dagli altri che esistono: il rapporto non è con un cliente al quale si propone una prestazione perché lo scopo è la tutela di un bene pubblico dei cittadini, l’informazione.
Se ne trova puntuale traccia nella legge Gonella, quella che ha istituito l’Ordine.
“Il diritto di cronaca ha per oggetto gli atti e i fatti. È il diritto di narrare, a mezzo stampa, ciò che è avvenuto o avviene. La libertà di informazione soddisfa il bisogno individuale e sociale di conoscere obiettivamente i fatti’’.
Sono queste le parole di Guido Gonella, giornalista, deputato al Parlamento, ministro della Giustizia, strenuo difensore del diritto di cronaca e insieme dell’autonomia nella regolamentazione della professione. Autonomia affidata non a qualche autorità espressione di poteri dello Stato, ma a organismi espressione della professione.
Figura di giornalista interessante, quella di Gonella, che – tra il 1933 e il 1940 – redigeva, sull’Osservatore Romano, gli Acta Diurna che in tutta Italia erano, per tanti desiderosi di verità, l’unica fonte di notizie non filtrate dalla censura del regime. Per questo motivo nel 1939 venne arrestato per diretta disposizione di Mussolini. Liberato per immediato e forte intervento di Pio XII, fu comunque obbligato a recarsi ogni giorno al commissariato di polizia.
C’è una straordinaria attualità nei principi ispiratori della preziosa legge voluta da Gonella: i doveri verso la verità. Anzitutto il dovere di verificare e conoscere i fatti che i giornalisti narrano.
Se viene impedita la presenza o limitata l’operatività dei giornalisti nei luoghi in cui i fatti avvengono – si pensi ai teatri di guerra e, quindi, anche ai giornalisti caduti nell’adempimento della loro missione – in quei casi, prevale una narrazione artefatta, piegata agli interessi dei contendenti.
Quanti contenuti realizzati con escamotages cognitivi vengono diffusi nelle piattaforme che alimentano le agorà digitali, con il trionfo delle pseudo verità!
I giornalisti non sono in campo per rendere verosimili le narrazioni.
Sono, invece, testimoni di verità, antidoti ai tentativi di manipolazione delle opinioni pubbliche.
Una immensa responsabilità.
Nel dibattito, si confondono talvolta, fra di loro, libertà di espressione del pensiero – in capo a ogni cittadino – e libertà di informazione.
Entrambe fanno riferimento all’art. 21 della Costituzione.
Ma vi è differenza tra chi esprime un’opinione – diritto da garantire appieno, sia ben chiaro – e chi, invece, è chiamato a raccogliere e raccontare fatti alla pubblica opinione.
Da tutto questo deriva l’esigenza di una scrupolosa formazione professionale, esperienza della quale siete partecipi, frutto della positiva collaborazione tra Atenei e Ordine professionale.
State approfondendo il rapporto tra professione giornalistica e verità. Sappiamo quanto la domanda di verità rischi oggi di inciampare in risposte fuorvianti, in un mondo governato da tecnologie che, confondendo comunicazione e informazione, assottigliano sempre più i confini tra vero, verosimile e falso.
Demarcare quei confini è compito affidato al giornalista, testimone diretto, mediatore tra i fatti e la loro rappresentazione e, in forza di questo, protagonista nella vita della società e dello stesso processo democratico.
Il giornalista professionista è elemento essenziale nel dare attuazione al nostro ordinamento costituzionale.
Non a caso, tra i rarissimi interventi di legislazione ordinaria, l’Assemblea Costituente, esaurita la definizione del testo costituzionale, volle approvare, prima della fine del suo mandato, una nuova legge sulla stampa, nel convincimento che – dopo la dittatura – soltanto con una stampa libera e indipendente si sarebbe potuta costruire la nuova cittadinanza nell’Italia democratica.
L’articolo 21 della Carta costituzionale garantisce una stampa libera e non soggetta ad autorizzazioni o a censure.
La qualità dell’informazione interroga più soggetti: chi la produce, chi la realizza, chi la riceve e chi deve provvedere affinché le tutele riconosciute non si riducano.
Dunque i cittadini, perché possano formarsi un’opinione consapevole e liberamente critica.
Dunque i giornalisti, che devono agire con indipendenza e rigore. Gli editori, che sanno di impegnarsi in un settore vitale per la democrazia; fanno impresa, naturalmente, ma quel che ne è al centro non è un mero prodotto, bensì un bene pubblico.
Non ultime, le istituzioni che sono chiamate, in ogni Paese, ad assicurare quanto previsto nelle Carte costituzionali e nelle Dichiarazioni e Convenzioni internazionali alle quali i singoli Paesi hanno deciso di aderire.
È un insieme di norme nazionali e internazionali che hanno lo scopo di rendere concreto il diritto dei cittadini a una informazione plurale, corretta, autentica.
Ogni vulnus recato a una di queste norme è di nocumento alla comunità, alla sua vita.
Non è accettabile, ad esempio, che tuttora, dopo un anno e mezzo, il Servizio pubblico televisivo manchi dell’assetto dei propri organi amministrativi, con la Commissione Parlamentare di vigilanza non posta in condizione di poter espletare le sue funzioni.
Così come va posto riparo al ritardo nella applicazione del Media Information Act approvato dal Parlamento Europeo e dai governi riuniti nel Consiglio Europeo sin dalla primavera del 2024.
Tutto questo in un orizzonte in cui l’Intelligenza Artificiale sta conquistando – come è stato poc’anzi ricordato – un ruolo sempre più diffuso se non addirittura egemone nella nostra esistenza, rendendo ancora più urgente la riflessione sul rapporto con la verità.
Occorre un’adeguata consapevolezza morale per rendere possibile il suo utilizzo a beneficio dell’umanità, con la definizione di regole.
Come quelle messe in campo dall’Unione Europea per il governo dell’Intelligenza Artificiale senza che essa si trasformi in uno strumento di dominio da parte di giganti tecnologici che pretendono di sostituirsi agli Stati sovrani e all’ordinamento internazionale.
Le trasformazioni in atto nel mondo dell’informazione interrogano anche i giornalisti e sollecitano a rifuggire dal rischio di indolenza o di negligenza: le trasformazioni non mutano la natura della professione, anzi, ne accentuano, piuttosto, le responsabilità.
Joseph Pulitzer – ben noto per il Premio prestigioso a lui intitolato – ungherese emigrato negli Stati Uniti, protagonista di un forte impulso ai corsi di giornalismo della Columbia University, usava un’espressione enfatica ma efficace per definire il ruolo del giornalismo: “Il giornalista è il ponte di comando sulla nave dello Stato. Prende nota di tutte le vele di passaggio e di tutte le piccole presenze di qualche interesse che punteggiano l’orizzonte quando c’è bel tempo. Riferisce di naufraghi alla deriva che la nave può trarre in salvo. Scruta attraverso la nebbia e la burrasca per allertare sui pericoli incombenti”.
In questo tempo di guerre, di conflitti, di contrasti, molte nebbie e burrasche ci circondano ed energie vengono richieste perché emerge qualche pericolo.
Ai giornalisti in attività, oggi, e a voi, aspiranti giornaliste e giornalisti, nel prossimo futuro – donne e uomini, in indispensabile, assoluta, effettiva parità – sta il compito di diradare quelle nubi, quelle burrasche, affermando sempre la verità della realtà.
Aggiungo per concludere soltanto un’ulteriore riflessione.
Venendo qui dallo studio in cui ho ricevuto un ospite straniero poc’anzi, ho letto i lanci delle agenzie sul Messaggio che Leone XIV – questa mattina – ha inviato alla Pontificia Accademia di Scienze Sociali della Santa Sede.
Uno splendido messaggio, sul potere, che – ancora una volta – rende evidente il debito di riconoscenza che nei confronti del Papa deve nurtire e avvertire il mondo, per i suoi richiami in questo periodo così difficile e travagliato.
Nel suo Messaggio, il Papa – mi permetto di consigliarvi di leggerlo, è un bel messaggio sul potere – mette in guardia dal pericolo dell’autoesaltazione.
Mi torna in mente quando – in questo salone, numerosi anni fa, mi sembra otto, nove anni fa – uno studente delle scuole superiori mi ha chiesto come si fa a resistere alle tentazioni del potere.
Gli ho risposto che il potere, o quello cosiddetto tale, per chi ricopre ruoli di vertice nello Stato, nei sistemi sociali, può – in effetti – inebriare e far perdere l’equilibrio.
Ma vi sono due antidoti.
Il primo istituzionale, l’equilibrio tra i poteri, la distribuzione delle funzioni di potere dello Stato tra i vari organi costituzionali.
Il secondo è rimesso alla coscienza personale, individuale, ed è una alta capacità di autoironia.
Credetemi, ragazzi: è preziosa!
Se i cosiddetti potenti della Terra ne facessero un po’ di uso, anche in piccole dosi, il mondo ne avrebbe grande giovamento e loro stessi eviterebbero tante difficoltà e motivi di imbarazzo.
Auguri, ragazzi!
