Giornalismo di verità e rigore nella forma e nella sostanza: Antonio Gramsci          

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Un anno fa, in occasione dell’85’ anniversario della morte, Articolo 21 volle ricordare Antonio Gramsci in un convegno nazionale che si tenne a Ghilarza, la città nella quale frequentò le scuole medie prima di spostarsi a Cagliari per iscriversi al liceo-ginnasio Dettori. Convegno incentrato sulla sua attività giornalistica.

Perché riparlarne oggi? Innanzi tutto perché invece di ricordarne la morte è bello ricordarne la nascita, il 22 gennaio 1891, e poi perché siamo all’inizio di un anno che si preannuncia per l’ennesima volta estremamente difficile per l’esercizio libero e indipendente della professione.

Gramsci non solo nella sua scrittura da redattore, ma ancor di più come direttore di giornale (l’Avanti!, L’ Ordine Nuovo)  pretendeva da se stesso prima e poi dai suoi redattori massima attenzione alla verità e al rigore, non solo nel raccontare i fatti ma anche in come raccontarli.

Sia che si occupasse di critica letteraria o teatrale, sia che affrontasse i gravissimi problemi sociali del tempo, non accettò mai di assumere posizioni accomodanti.

Ricordarlo oggi non è solo un esercizio storico- emotivo. Deve trasformarsi in una lezione quotidiana visti gli attacchi ai quali  il giornalismo italiano viene sottoposto, dai bavagli, alle querele temerarie, al rischio che il lavoro venga castrato anche quando si tratta di informare i cittadini su verità scomode. Il lucido, drammatico allarme lanciato nei giorni scorsi da Beppe Giulietti sulle intenzioni dichiarate o, peggio, non dette dal ministro Nordio e dal governo di cui fa parte sul taglio nell’uso delle intercettazioni fa intravedere la forte intenzione di tutelare potentati per lasciarli liberi di organizzarsi senza alcun tipo di verifica.

E che dire poi degli attacchi, anche di esponenti della criminalità organizzata contro giornalisti coraggiosi e documentati?

Il tribunale speciale fascista che nel 1928 condannò Gramsci a 20 anni di carcere tentò invano di chiudere in gabbia il suo pensiero, oltre al suo corpo. Di quei vent’anni Gramsci ne scontò solo nove perché il 27 aprile 1937 morì, ma le sofferenze fisiche non gli impedirono le straordinarie elaborazioni che, rinchiuso in cella, riuscì a produrre e che una volta liberata l’Italia divennero patrimonio culturale dell’umanità.

Ora siamo in un tempo in cui il politico che occupa la seconda carica dello Stato ospita gagliardetti e busti nostalgici del ventennio. Pensiamo davvero che dalle sue labbra potrà mai uscire una parola, un pensiero che ricordi Gramsci vittima del fascismo?

La risposta non può essere una generica condanna che  non produrrà nulla, visto il potere che la destra ha conquistato grazie a leggi elettorali folli. L’unica, vera alternativa è praticare quel rigore, quella verità, nella forma e nella sostanza, che costarono a Gramsci prima il carcere, poi la vita. Senza rigore e verità forse non si rischierà nulla, ma a che servirà una professione ridotta a fare da trombettiera invece che da guardiana del potere?


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