La sponda italiana. Memorandum dei “nostri” film in concorso alla 79a Mostra di Venezia

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Si va a ricominciare (postulando la fine della pandemia e la tregua dei crimini bellici). In programma dal 31 agosto al 10 settembre, la 79° edizione della Mostra del Cinema ufficializza per quest’anno un novero forse eccessivo di film italiani in concorso- quasi si volesse assicurare, per almeno uno fra essi, un’attenzione di cortesia da parte della giuria internazionale presieduta (come già annunciato) dalla statunitense Julienne Moore.
L’orgoglio dei promotori risiede –sembrerebbe- nei numeri poichè saranno 23 le opere in competizione per l’assegnazione del Leone d’Oro (più i riconoscimenti collaterali di sempre) fra le quali ben cinque battenti italiane bandiere.

Trattasi dei già invidiati e potenzialmente interessanti “L’Immensità” di Emanuele Crialese (con Penélope Cruz), “Bones & All” di Luca Guadagnino, primo film girato negli Usa con un cast di prim’ordine, “Il Signore delle Formiche” di Gianni Amelio, in cui recitano tra gli altri Luigi Lo CascioElio GermanoSara Serraiocco, “Chiara” di Susanna Nicchiarelli con Margherita Mazzucco e Andrea Carpenzano e “Monica” di Andrea Pallaoro con Trace LysettePatricia Clarkson.
Film di apertura, tra quelli in gara, sarà comunque l’anglofono “White Noise” di Noah Baumbach interpretato da Adam Driver, con appuntamento l’ultimo giorno agostano nella Sala Grande del Palazzo del Cinema per la serata di apertura.

Proviamo a sintetizzare contenuti e intenzioni degli italiani in competizione:

“Il signore delle formiche”

Prodotto e distribuito da 01 Distribuition, il film di Amelio rievoca uno dei più eclatanti fatti giudiziari della fine degli anni Sessanta. L’intellettuale (e insegnante) Aldo Braibanti (1922-2014) fu condannato a nove anni di reclusione per plagio, accusato di aver circuito, mentalmente e fisicamente un suo studente. Negli stessi anni in cui esplodeva, in Friuli, il caso Pasolini
“Il signore delle formiche”, sceneggiato da Amelio, Federico Fava ed Edoardo Petti, vede protagonisti Luigi Lo Cascio ed Elio Germano. Le musiche sono di Piovani. Gianni Amelio aveva vinto il Leone d’oro con “Così ridevano” (1998).

“Chiara”

È il quinto lungometraggio di finzione di Susanna Nicchiarelli, incentrato sulla giovane Chiara D’Assisi (1194-1253) amica fraterna di Francesco D’Assisi (1182-1226). Questa scelta, su di un personaggio lontanissimo dalla contemporaneità, rientra perfettamente nei ritratti femminili della regista, poiché anche Chiara è una ribelle che si scontra con il suo tempo.
Come afferma la regista: «La vita di Chiara, meno conosciuta di quella di Francesco, ci restituisce l’energia del rinnovamento, l’entusiasmo contagioso della gioventù, ma anche la drammaticità che qualunque rivoluzione degna di questo nome porta con sé» Nel cast Margherita Mazzucco, Andrea Carpenzano, Carlotta Natoli, Luigi Lo Cascio.
Ad onore di memoria storica, Chiara D’Assisi era già apparsa, a lato di Francesco nei biopic a lui dedicati: in “Francesco, giullare di Dio” (1950) di Roberto Rossellini, “Francesco D’Assisi” (1966) di Liliana Cavani, interpretata da Ludmilla Lvova, “Fratello sole, sorella luna” (1972) di Franco Zeffirelli, interpretata da Judi Bowker; “Francesco” (1986) ancora di Liliana Cavani, con Helena Bonham Carter nel ruolo principale.

“Bones and All”


Lontano dal grande schermo dai tempi di Chiamami col tuo nome (2017) e “Suspiria” (2018)-remake del cult movie di Argento, Luca Guadagnino torna al lungometraggio, dopo la parentesi documentaristica “Salvatore – Il calzolaio dei sogni” (2019) e il serial televisivo “We Are Who We Are” (2020).
“Bones and All” è incentrato sul primo amore della giovane Maren, una ragazza che vive ai margini della società, che s’innamora del risoluto Lee. I due cominceranno un viaggio per scoprire loro stessi e che ruolo ricoprono nel mondo.
Dichiara Guadagnino: «Amo questi personaggi. Il cuore del film batte teneramente e affettuosamente nei loro riguardi. Mi interessano i loro viaggi emotivi. Voglio vedere dove si aprono le possibilità per loro, intrappolati come sono nell’impossibilità che si trovano di fronte. Il film è per me una riflessione su chi si è, e su come si possa superare ciò che si prova, specialmente se è qualcosa che non si riesce a controllare in sé stessi». Proviamo a credergli sulla parola (avendone già apprezzato le qualità stilistico-narrative, spesso ‘giocate’ sul gusto sfuggente delle più assortite ambiguità, specie nel rapporto fra psiche ed eros)

“Monica”


Andrea Pallaoro, uno dei più apprezzati registi dell’ultima generazione, e che da anni vive a Los Angeles, torna al lido dopo l’apprezzato “Hannah” (2017), protagonista Charlotte Rampling, che vinse la Coppa Volpi come miglior protagonista.
Pallaoro descrive così il suo terzo lungometraggio «Negli ultimi anni, il confronto con la malattia di mia madre mi ha portato a riflettere sul mio passato e sugli effetti psicologici dell’abbandono. A partire da questa esperienza ho voluto raccontare una storia che esplorasse la complessità della dignità umana, le conseguenze profonde del rifiuto e le difficoltà nel guarire le proprie ferite». Argomento spinoso ma tutto da scandagliare.

“L’immensità”


Altra prolungata assenza cui dare un senso. A undici anni, dalla realizzazione del dibattuto “Terraferma” (2011), e il magnifico esordio di “Respiro” con Valeria Golino (tutto girato in un’isola delle Eolie), Emanuele Crialese realizza il suo quinto lungometraggio. “L’immensità” si ricollega proprio alla sua opera-prima – almeno per “dichiarata” intensità e piacere di andare controvento. Protagonista dell’opera è Penelope Cruz, e al suo fianco Vincenzo Amato, attore sempre vicino a Crialese, sin dal suo esordio con “Once We Were Strangers” (1997)
Riguardo al nuovo lungometraggio, le note di regia segnalano «Credo che “L’immensità” sia il film che inseguo da sempre: è sempre stato ‘il mio prossimo film’, ma ogni volta lasciava il posto a un’altra storia, come se non mi sentissi mai abbastanza pronto, maturo, sicuro.”
Come in passato, epicentro della narrazione\ispirazione è il nucleo fondante dell’istituzione “famiglia”: quindi l’ innocenza dei figli e la loro loro relazione con una madre che poteva prendere vita “solo nell’incontro, artistico e umano, con Penélope Cruz, con la sua sensibilità e la sua straordinaria capacità di interazione con tre giovanissimi non attori che non avevano mai recitato prima»- conclude l’autore (che a Venezia, con “Nuovomondo” vinse il Leonje d’Argento)
Staremo a vedere ed assistere, il più possibile su grande schermo…non si transige


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