“Justine” – Un racconto di Gianfranco Angelucci

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Quando Françoise mi ha telefonato invitandomi a Monteluco per andare a cavallo, ho accettato subito, pure essendo quasi privo di esperienza. Intanto perché lei e Bob sono una compagnia lieve, in secondo luogo per la passione travolgente e irragionevole nei confronti dei cavalli che avverto fin da bambino, e infine per la curiosità, non lo nascondo, anzi l’attesa di un incontro, un’avventura, con cui placare la mancanza di Justine, sempre più inquieta e sfuggente.

Il viaggio da Roma è stupendo, sono solo e sto bene immerso nella calura di mezza estate. Roma è deserta come a Ferragosto. A Piazza Mazzini alle tre del pomeriggio non c’è un’auto in vista, solo un motociclista che passa veloce, curvo sul manubrio come su una pista da corsa. Svolto nello svincolo per la Flaminia e imbocco l’autostrada fino a Orte, poi proseguo in direzione di Spoleto.

Il sole a picco faceva registrare 33 sul display dell’autostrada. Ma giunto al Passo della Somma la strada si immerge nella boscaglia salendo in comodi tornanti e la temperatura si attenua gradualmente. Allora “guido piano” come dice la canzone di Fabio Concato che tanto piace a Justine, mi lascio traportare dall’Alfa bianca che in quelle curve dolci sembra esibirsi a passi di danza.

Traffico assai rado. Mi piace, non ho alcuna urgenza che il viaggio abbia termine. Arrivato in vista di Spoleto – com’è bella la città distesa nella sua stretta vallata, sembra una matrona abbandonata su un fianco, accogliente, sontuosa – giro a destra per Monteluco. Una strada scavata dentro un tunnel di verde e di fronde, e all’improvviso una chiesa romanica in pietra arenaria, bionda nel sole, da togliere il respiro. Senza accorgermi, senza pensarci, mi faccio il segno della Croce.

La strada prende subito a salire, sette chilometri di rara bellezza, tourniquet stretti e il verde che diventa sempre più scuro col crescere dell’altitudine. Procedo pigramente assaporando quel paesaggio nudo, il silenzio, il cinguettio degli uccelli. Abbasso tutti i finestrini perché l’armonia non rimanga fuori dei vetri ma si riversi dentro l’abitacolo, invadendo me stesso, le mie molecole, i miei polmoni. A Monteluco transito a bassissima velocità costeggiando un immenso spiazzo erboso affollato di bagnanti virtuali: resse di persone in costume da bagno che si affollano ai chioschi a bere bibite fresche, belle ragazze che si crogiolano sensualmente al sole, coppie che si baciano illanguidite. Un popolo di mimi che recitano la simulazione di una spiaggia, con il mare inventato e il sole che dirige ogni azione sul set. Al termine di quell’ampio semiarco incantato, la carreggiata torna a salire e un piccolo cartello segnala la direzione per l’agriturismo Bartoli. Seguo l’indicazione e mi inerpico su per la montagna percorrendo una stradina deserta che asseconda docilmente la costa, prima di infossarsi fra le rocce, i boschi e i prati.

Salgo senza fretta. A un certo punto l’asfalto si interrompe, la strada diventa sterrata e dalla parte della scarpata non c’è protezione, neppure una staccionata di legno. L’erta precipita a picco dentro forre strette, mentre la strada si arrampica sempre più in alto, senza che se ne scorga la fine; si insinua tra pareti di macchia mediterranea, boschetti, e giganteschi cespugli di ginestre fiorite di un giallo sgargiante. Adopero solo le marce basse, non ho urgenza, preferisco penetrare dolcemente dentro quell’avvolgente scenario di montagna, con la distesa di prati a destra e a sinistra che si spalancano quando si interrompono i costoni di roccia. Sembra di non arrivare mai, ma proprio di questo sono felice, poter ritardare il momento in cui dovrò porre termine a quella strana ascesa verso il cielo. Anche se avessi sbagliato strada, che importa? Quando mai avrò occasione di rivedere un luogo così ameno?

Salire è sempre un innalzarsi e io sono colmo di gratitudine per Bob e Françoise che mi hanno attratto quassù, strappandomi ai miei rovelli.

Le curve si susseguono salendo ancora, supero un uomo a cavallo, forse ci siamo. Ma non trovo cartelli di riferimento. La carreggiata è bianca, irregolare, a dorso di mulo, e l’Alfa, una signorina ben educata alle levigate vie cittadine, trasalisce a ogni scheggia di roccia affiorante. Assaporo sensazioni che si perdono lontano nel tempo. Chissà se Justine le condividerebbe, chissà se potrebbero piacerle. Mi manca. Gliele racconterò, le tradurrò per lei, come ho sempre fatto. Forse sarà anche più bello. Sento la mia voce che la circuisce: “Ho trovato un posto meraviglioso.” “Dove?” “In Umbria, sopra Spoleto, mi piacerebbe portartici.” “Quando mi ci porti?”

L’Alfa bianca procede cauta con i tacchi a spillo su quel terreno impervio, sculetta aggraziata. Mi guardo intorno insaziabile: sono ormai in vetta al monte e domino le cime più basse e le valli degradanti.

Nessuno in vista a cui chiedere informazioni, finché appare un piccolo, modesto cartello: Agriturismo Bartoli. Vado bene, mi tranquillizzo. Ma poiché procedo molto adagio, quasi timoroso di infrangere il silenzio e l’incanto del paesaggio intorno, i tre chilometri e mezzo indicati sembrano molti di più. Calcolo che quando arriverò a destinazione il tachimetro segnerà il numero 37: sette e tre dieci, cifra tonda, un bel presagio. E di fatto eccoli apparire nell’attimo stesso in cui raggiungo un casolare di pietra con pochi edifici agricoli a fargli da corona. Mi fermo, scendo dall’auto, e l’uomo a cui chiedo conferma è precisamente il proprietario, Bartoli Felicino. Mi accoglie con cordialità autentica, non cerimoniosa: i miei amici non sono ancora arrivati, li aspetterò prima di confermare la camera.

Mi tolgo la camicia bagnata di sudore, infilo a pelle il giubbetto jeans, prendo il quaderno degli appunti, e mi siedo fuori della casa a scrivere, sotto gli occhi curiosi di Domenico, il vecchio di famiglia, appoggiato al lungo bastone da pastore come se ancora governasse il gregge.

Di tanto in tanto parliamo, perché lui mi declama a memoria strofe poetiche, Dante, Ariosto, come una nenia, un canto lontano mai più dimenticato. Sembra un po’ Omero e un po’ John Ford: sotto la falda del cappello di paglia uno degli occhi, il destro, è coperto da una garza.

Vedendo che scrivo a getto i miei appunti, domanda: “Ma per scrivere tutta quella roba chi è che te la detta?” “La capoccia”, rispondo battendomi l’indice sulla tempia e cercando una bizzarra complicità nel gergo ruvido. E allora mi chiede: “La sai quella di Tiziano e dell’Imperatore?” E io: “No”. E Domenico:

C’era l’imperatore che stava a guardare Tiziano mentre dipingeva. A un certo punto al pittore cade un pennello e l’imperatore, sollecito, si piega a raccoglierlo: «Tenete Tiziano, nel tempio dell’arte siete voi il Sovrano».”

Domenico non sa né leggere né scrivere, tiene tutto a mente come un eroe di Fahrenheit 451 il bellissimo romanzo di Ray Bradbury trasformato in film da François Truffaut.

Il vecchio recita con calore le trascinanti ottave dell’Ariosto. Io siedo al sole sul mezzo tronco tagliato che funge da panca, con le spalle al muro della casa, e lui mi sta di fianco, appoggiato alla staccionata di legno. Ha ottantadue anni e sono tre le cose che gli piacciono: la Poesia, la Storia e la Religione. Il dritto bastone che impugna, per appoggio e compagnia, è un’insegna di distinzione e di comando, assomiglia allo scettro, o meglio al pastorale vescovile. Indossa calzoni di fustagno verde sbiadito e una camicia a scacchi di colore indefinibile tra il blu, il giallo e il verde. La cintura dei pantaloni, lisa e lustra dall’uso, arriva a stento ad allacciare la fibbia, e le scarpe, comode, di gomma, sono tenute slacciate con la tomaia in velcro che non soprammonta.

Il posto mi assorbe all’istante, mi ci perdo volentieri senza chiedermi ragione. Come quando si scavalca una soglia invisibile. Dopo pochi minuti arrivano Bob e Françoise e si premurano di presentarmi come loro amico ai padroni, a Felicino, a sua moglie Marcella, detta la tedesca per la severità dei modi, ai figli ancora giovani, Luana di vent’anni e Pietro di sedici.

Aspettiamo insieme che alcuni cavalieri rientrino alla base, per prendere le loro cavalcature e fare almeno un giro in sella prima di sera. Intanto mi viene assegnata la camera, la numero 4, dove mi limito ad appoggiare il sacco, e Françoise ne approfitta per cambiarsi.

Siamo tutti pronti per montare a cavallo, Felicino ha scelto per me una femmina di sei anni di nome Foresta, la più buona, “la più pigra”, aggiunge arguto. Essendo privo di esperienza ho bisogno di un animale che non prenda troppe iniziative. Ma non ho timore, salgo in arcione e seguo gli altri al passo. Mi sembra di non aver fatto altro in vita mia. Felicino apre la fila, una decina di persone in tutto, e ha sistemato sulla sella, davanti a sé, la piccola Maxine di cinque anni, la figlia adorata di Bob e Françoise.

Iniziamo il nostro giro tra le montagne, scendiamo e risaliamo lungo speroni stretti e difficili, Felicino ci raccomanda di seguire i suoi passi perché il sentiero è infido. Ma i cavalli sono mansueti, esperti, pazienti e affrontano qualsiasi percorso con molta saggezza.

Attraversiamo le vallate a contatto con il cielo, passiamo fra i boschi, rispuntiamo in splendide radure di verde brillante, nelle quali sono pigramente distese sull’erba, al sole, le mucche al pascolo

Finché si va al passo tutto bene, ma ai primi tentativi di trotto, anche leggero, saltello sulla sella come un sughero. “Foresta ha il trotto pesante”, mi istruisce Felicino. Me ne sono accorto: la sua groppa potente sobbalza anche quando semplicemente cammina, leggermente nervosa perché vorrebbe accelerare l’andatura. Ma io la trattengo, insicuro.

“Se hai bisogno attaccati alla criniera – mi esorta Felicino – la criniera è la salvezza del cavaliere e non gli fai male, non aver paura, non sente niente.”

Certo, la criniera mi offre un appiglio quando nei sobbalzi i piedi mi escono dalle staffe, e la necessità di tenermi in equilibrio mi fa mollare le redini, con il risultato che l’animale si sente sospinto all’ambio. Non è facile destreggiarsi, non riesco a trovare il controtempo giusto per ‘battere la sella’ e ogni volta che i cavalli partono al trotto sento serpeggiare sulla schiena un brivido di adrenalina. Per fortuna la strada procede con dolcezza, Felicino conosce tragitti completamente isolati in cima ai monti e l’anima dilatata spazia intorno ancora più dello sguardo.

Il piccolo Pilù, una specie di pinscher o doberman nano, ci ha seguiti infaticabile, rimarrà con noi per tutto il tempo della cavalcata.

Presto prendo confidenza con Foresta, lei ha capito che sono inesperto e non infierisce. È molto intelligente, cerca di venirmi incontro, e quando posso l’accarezzo e le parlo come a una fidanzata.

Dopo un’oretta e mezza arriviamo in una valletta ombreggiata da una macchia di alberi; il posto è riparato dal vento, ideale per fermarsi a far colazione. Così scendiamo tutti da cavallo. Felicino si affretta a legare le redini in modo che i cavalli non possano brucare, altrimenti cercando l’erba si allontanerebbero sparpagliandosi. Gli animali, rassegnati, attendono sul posto, ma poi vedendo che la sosta si protrae, man mano, facendo gli gnorri, si avvicinano alle fronde poco discoste e cominciano a masticarle con aria innocente. Noi mangiamo panini al capocollo e al formaggio, beviamo vino e poi succo di frutta fatto in casa. I ragazzi si divertono a far correre Pilù in fondo a un vallone scosceso lanciandogli sassi da riportare. Pilù ha la linguetta di fuori ma non si dà per vinto e Luana, la padrona, si dispera vezzosa. La ragazzina è attraente, molto giovane, non avrà vent’anni; minuta e ben fatta, indossa fuseaux blu così aderenti che sembrano dipinti a nudo. Così tutti i maschi cercano di cavalcarle alle spalle, e ogni tanto qualcuno di loro, per ingraziarsela, con posa acrobatica si china fin quasi a terra a raccogliere il cagnetto affannato, tutto muscoli e vitalità, per tenerselo in braccio a riprendere fiato.

Anche quando ripartiamo Pilù, sfiancato, viene tenuto in sella ora da uno ora da un altro; ma il suo orgoglio non glielo permette a lungo e presto smania per essere rimesso a terra.

Superiamo la Croce in vetta, a 1340 metri di altitudine, poi scendiamo e risaliamo attraverso strette giogaie silenziose, oppure ci inoltriamo in un bosco seguendo sentieri appena accennati in cui i possenti cavalli sono costretti a procedere in punta di piedi come ballerine. Con Foresta siamo diventati amici, e quando trotterella ho imparato ad accompagnarne i movimenti senza più bisogno di afferrarmi alla criniera. Mi fa divertire, e la accarezzo incessantemente perché mi pare miracoloso essere trasportato da un animale, come quando da piccoli ci si faceva issare sulle spalle dal padre. Sta scendendo lentamente il tramonto quando si apre davanti a noi una radura adatta al galoppo e i più esperti si lanciano a briglia sciolta. Distratto, non tiro le redini e Foresta ne approfitta per partire anche lei con uno slancio possente, precipitandomi nel panico. È solo questione di un attimo, la sua corsa veloce e distesa, sembrerà impossibile, è per me molto più stabile del trotto, istintivamente mi protendo in avanti quasi appoggiandomi al suo collo e mi lascio completamente andare: mio Dio che emozione, sto volando nel vento piegato sulla groppa proprio come un cowboy all’inseguimento, sto vivendo di persona la mia favola infantile, il mio sogno cinematografico. Lascio le briglie allentate e mi godo quella sensazione impareggiabile fin dentro i precordi, mai provata una esaltazione fisica così sconvolgente. “Foresta ti amo!” le urlo inebriato, in delirio, lei drizza le orecchie attenta a ogni mio sussulto, e appena avverte il più impercettibile irrigidirsi delle briglie, riduce di colpo la velocità in un galoppo lieve, o rimettendosi elegantemente all’ambio. Ho avuto da lei il mio battesimo, sono diventato un cavallerizzo, un fantino. Che gioia inaudita.

La giornata è talmente bella e la gita così eccitante che quando siamo in vista della Val Nerina qualcuno propone di procedere in quella direzione. La tentazione è forte, Felicino sta per telefonare alla moglie, Marcella, per avvisarla di tardare la cena. Poi prevale un ripensamento generale: la gita richiede di essere preparata in anticipo, per restare fuori con agio un’intera giornata.

Riscendiamo verso la nostra vallata col cuore leggero. Sennonché il sentiero, a un tratto si interrompe attraversato da un corso d’acqua: un ruscello, un torrente? “Tenetevi saldi per l’attraversamento, nel letto ci sono ciottoli scivolosi”, ci ammonisce Felicino. I primi della fila affrontano il guado spavaldamente, i cavalli sbuffano rumorosamente dalle froge valutando l’ostacolo, poi entrano nella corrente con studiata cautela. L’acqua non è profonda ma arriva alle staffe. Non me ne do cura, ormai sono un cavaliere provetto, anzi mi diverte l’idea di partecipare a un film western da protagonista. Ripenso a “Balla coi lupi” e al temerario Kevin Costner che si salva dall’artiglieria nemica tuffandosi col suo cavallo nel fiume. Per stimolare Foresta le pungolo delicatamente l’addome con i talloni, e lei senza farsi pregare guadagna la riva e si immerge. La cavalla è possente, sebbene un po’ più bassa all’arcione, e presto devo rialzare i piedi per non bagnarli, trascurando di serrare le cosce sui fianchi. La corrente ci investe per traverso e giunti in mezzo al guado Foresta sdrucciola, perde la presa di uno zoccolo e reagisce con uno scarto improvviso; è sul punto di disarcionarmi involontariamente, il mio corpo ha perso l’assetto verticale e mi sta trascinando giù da un lato, cadrò ineluttabilmente nell’acqua. Ricordando le istruzioni di Felicino, abbandono le redini e mi aggrappo alla criniera, lei lo sente immediatamente, realizza in un attimo che sta per perdermi, e, non so proprio come abbia fatto ma con un potente strattone dei muscoli compie un movimento che mi rimette dritto in sella, come tirando un sacco pesante sulle spalle. Sono sbalordito ancora più che impaurito, in un attimo riprendo la posizione eretta mentre lei rivolge tutta la testa verso di me, per accertarsi che ce l’abbia fatta, che sia ritornato alla postura corretta. Non ci crederete, ma mi guarda negli occhi con umana tenerezza: “Foresta, – le dico – mi hai salvato.” E le accarezzo il collo. Lei sbruffa e riprende sicura il passo tra le pietre, raggiunge la riva opposta e con un saltello leggero risale la sponda. Ho il cuore di miele e gli occhi umidi: “Foresta, perché l’hai fatto? Potevi scaricarmi nell’acqua e andartene via leggera; cosa ti ha trattenuto?” “Lei gira di nuovo il collo e la testa verso di me, rassicurante. Come per aggiungere: “Perché sono una femmina. È da quando esistiamo che vi salviamo da tutto, scemo!” E io vergognoso: “Sei una fata Foresta, sei grandiosa, sei la cavalla bianca delle fiabe. Grazie”.

Dietro le mie spalle – già da un pezzo pronto a intervenire – Felicino mi sorride sornione:

Quando ritorni – mi dice – scendiamo in Val Nerina fino alle cascate, si mangia al ristorante, e al tramonto facciamo rientro.” Sento già la voglia crescermi in petto. Quando? Domani, dopodomani? Gli altri hanno ascoltato, ciascuno compulsa gli impegni, alla fine rimandiamo l’appuntamento al prossimo lunedì. “Lunedì in Val Nerina”.

Sono le otto e il sole è sospeso nel cielo, sfiora la cresta dei monti simile a una gigantesca arancia, mentre a levante la sera già si incupisce d’azzurro e ocra. Torniamo verso casa, aggiriamo ancora un paio di valloni, costeggiamo una cresta, imbocchiamo un tratturo pietroso e riguadagniamo la strada maestra. Foresta annusa l’aria, è impaziente di tornare alla stalla. Non faccio che parlarle, riempirla di lodi, di complimenti. Mi accorgo che la sto corteggiando. Giunti a Patrico – singolare che il nome della località rievochi la figura del padre – i ragazzi mi aiutano a liberare la cavalla dai finimenti, dal morso, dalla sella, ed io inizio a passare la brusca sul manto bagnato di sudore, per esprimerle la mia gratitudine.

Ciao Foresta, aspettami. Torno lunedì, mi hai sentito?, staremo ancora insieme.”

Pino che ha ascoltato tutto mi chiede:

Perché la chiami Foresta? Foresta è la baia.” E con un cenno della testa mi accenna alla cavalla che più in là sta rientrando lentamente nel suo box. “Lei si chiama Justine: è vero malandrina?”

La malandrina emette un breve nitrito sordo, di approvazione. Provo un tuffo al cuore:

Come hai detto che si chiama?”

Justine.”

Si chiama Justine?”

Sì.”

Perché Felicino l’ha chiamata Foresta?”

Per distrazione, qualche volta si sbaglia.”

Coincidenze? Esatto, coincidenze: così le chiamano. Sono terribilmente turbato.

Andiamo tutti a lavarci, poi a sederci rumorosamente intorno alla tavola per la cena. Il vino viene già versato nei bicchieri. Marcella ha preparato le penne condite con un sugo di pomodoro olive e capperi, seguono la carne, il formaggio da tagliare a spicchi direttamente dalla forma rotonda, e una torta golosa ancora tiepida di forno. Nella tavolata ferve l’allegria, ma io tormento tutto il tempo Felicino con le mie domande sui cavalli, voglio sapere quale mi assegnerà lunedì prossimo. Lui conosce la risposta: “Avevo pensato a Principe o a Serenella. Ma adesso è chiaro che sarà Justine”. Mi spiega come bisogna fare gli accoppiamenti studiando i caratteri, sia del cavallo che del cavaliere e poi metterli insieme in modo che si compensino. Felicino è un uomo intelligente e mite, molto educato, fine di natura, simile a sua madre, una vecchina curata e sorridente che gira tra gli ospiti distribuendo attenzioni e leccornie. Beviamo ancora vino.

Mi sono innamorato, sono all’inizio di un innamoramento, lo so che può essere una passione passeggera da segno di fuoco, eppure mi pare di intravvedere una strada da compiere. Già mi immagino fattorie con cavalli e accanto a me Justine, non la cavalla, la ragazza o magari entrambe: andare in giro dalla mattina alla sera, all’aria aperta, con la voglia di compenetrarsi in una dimensione sepolta e remota. Avremo un ranch in California come due divi dello schermo? Sogno.

Domenico è venuto a sedersi accanto a me. Gli chiedo se è vero che la vecchiaia è bella perché si capisce molto di più. Mi risponde con una sentenza: “Se vecchio potesse, se giovane sapesse.”

In quel preciso momento realizzo cosa mi sta suggerendo: dov’è il mio telefonino? Ho una chiamata urgente che mi attende.


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