#GlobalClimateStrike: i giovani in piazza hanno compreso la gravità della crisi socioambientale. E i grandi?

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Finita la manifestazione per la giustizia climatica c’è un muro di automobili sulle circonvallazioni. Tutta colpa degli emuli di Greta? Macché, piuttosto dal produttivismo meneghino, che in questa settimana è all’apice con la Settimana della Moda. I ragazzi stazionano a lungo davanti al fortino di Giorgio Armani (che “occupa” via Borgonuovo e via Manzoni con i suoi ristoranti, alberghi, uffici e abitazione)e snocciolano tutte le contraddizioni del fashion business: per il lusso – dicono – per riempire i vostri negozi, per convincerci a comprare state inquinando il pianeta.

Certo, poi gli stessi ragazzi sono vestiti con i “loghi” più comuni, hanno le sneakers di marca, si fanno dei selfie come se fossero influencer da milioni di follower. Contraddizioni? Certo, la manifestazione di Milano per la giustizia climatica è stata una fantastica fotografia del mondo giovanile, contraddizioni comprese. Contraddizioni che però non possono essere scaricate sulle loro spalle: ad un adolescente milanese (o di Berlino o di Manila) noi adulti abbiamo lasciato delle alternative a questo sistema di produzione, a questa spinta al consumismo, a questa modalità di comunicare?

Il #GlobalClimateStrike è la riedizione del #FrdaysForFuture mondiale che nel 2019, prima che il Covid ci chiudesse in casa, aveva funzionato in modo straordinario. Questa manifestazione milanese è stata sicuramente meno partecipata della prima di due anni fa; mancavano soprattutto i più giovani, gli alunni delle scuole medie per intenderci, che allora erano stati un fatto inedito.

Il #GlobalClimateStrike milanese è sembrato anche un po’ più “organizzato”: sono comparsi megafoni, volantini e qualche adulto. Ma è rimasta una spontaneità generosa nei cartelli autoprodotti, spesso scritti in inglese, su cartoni riciclati. Si percepiva uno sfondo politico per nulla banale: i ragazzi in questi due anni si sono confrontati e sono cresciuti. Il semplice “non c’è un pianeta B” si accompagnava al più complesso “denial is not a policy”. Gli slogan, si sa, devono riassumere un pensiero più profondo, e alcuni funzionavano davvero bene: “system change, not climate change”. E non è mica poco! Così come, qualche centinaio di cartelli dopo, una ragazza alzava il suo con scritto “prima le persone poi i profitti”: vale per la crisi climatica, vale anche per i vaccini, vale per le morti sul lavoro…

Quasi da copy il cartello viola con le lettere in tre colori: Eco Not Ego: probabilmente lo sottoscriverebbe anche il Papa. Non mancavano quelli più ironici, tipo: “anche i dinosauri pensavano di avere tempo” fino al più spinto “W la figa e chi salva il clima”. Una centrifuga di ingenuità e consapevolezza, ormoni e pensiero che si fatica a trovare in altri luoghi della politica.

Ciascuno di questi messaggi scritti a pennarello, da ragazzi e ragazze con tutte le sfumature del colore della pelle, sono uno specchio dell’Italia attuale: persone preoccupate del proprio futuro, impermeabili ai riti dello show politico, abituate a guardare oltre i confini nazionali, scettici sulla possibilità di contare, di non essere delle pedine. I giovani – che a livello mondiale sono riuniti nell’hashtag #UprootTheSystem – accusano i loro governanti di non rendersi conto della gravità e dell’urgenza della crisi climatica. Chi firma il cartello “cambia il sistema, non il clima” sta dicendo in modo semplice che il modello di produzione capitalistico sta uccidendo il pianeta. Chi parla dell’avidità che mette al primo posto il profitto sta inchiodando le multinazionali alle loro responsabilità. Chi porta a mò di donna sandwich la scritta “Cop26. Ultima chiamata per il clima” si rivolge direttamente ai delegati governativi che a Milano, settimana prossima, si riuniranno per discutere del disastro socioambientale. Questo è l’altro nodo politico: i governanti hanno capito che – usiamo le parole del Segretario Generale dell’ONU – siamo sul baratro? I giovani visti in piazza temono di no.


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