Giornalista e ingegnere uccisi, un filo rosso tra i due cold case di Ragusa

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Nuova luce sull’omicidio del giornalista Giovanni Spampinato potrebbe arrivare dalla riapertura delle indagini della Procura di Ragusa sull’omicidio dell’ingegnere Angelo Tumino (sul quale, ad oggi, è rimasto tutto ignoto, dall’autore, al movente). Entrambi gli omicidi furono commessi nel 1972, una sorta di ‘annus horribilis’ per il capoluogo ibleo: quello dell’ingegnere il 25 febbraio, quello del giornalista il 27 ottobre.

Se non fossero passati quasi cinquant’anni non ci sarebbe nulla di clamoroso, invece attorno al delitto Tumino e – soprattutto – a quello di Spampinato, in questo mezzo secolo, c’è stato un silenzio anormale. Un silenzio che ha enormi complicità, in una provincia considerata “babba” e che tale, per connivenze, ignoranza o mera stupidità, doveva rimanere. Una provincia stretta fra mafie, eversione nera e massoneria, interessi economici di pochi – spesso colletti bianchi – in cui investì un certo Tognoli, ricercato da Giovanni Falcone in “Pizza connection”.

Il tempo passa ma non affievolisce la richiesta di Giustizia dei familiari di qualsiasi vittima. Sembra un’ovvietà, ma anche le cronache giornalistiche, spento il clamore dei singoli eventi, si affievoliscono, non così invece la sofferenza di chi ha perso un proprio caro. Gli inquirenti lo sanno bene, ma anche loro sono presi dai piccoli e grandi fatti quotidiani che ne richiedono l’attenzione.

Eppure c’è una Procura, alla latitudine più a sud di Tunisi, quella di Ragusa che – dopo 49 anni – ha riaperto l’indagine per l’omicidio dell’ingegnere Tumino su cui Spampinato aveva già compreso molto. E forse, banale sottolinearlo ma fondamentale in una terra in cui di Giovanni si è detto che “se l’è andata cercando”, la chiave di volta potrebbe essere in uno dei suoi articoli. Tanti articoli, scritti in solitaria sulle colonne dell’Ora. In un territorio in cui era molto meglio “omaggiare” i potenti e non farne le pulci.

Fra la enorme produzione di Giovanni Spampinato, c’è un articolo del 28 aprile 1972, esattamente sei mesi e cinque giorni prima che il giornalista fosse brutalmente assassinato. È vergata un’analisi lucidissima – e molto ben chiara – sull’omicidio eccellente dell’ingegnere Tumino. “Una esecuzione in piena regola”, “freddato con un colpo di pistola calibro nove al centro della fronte”, poi “abbandonato in una impervia strada di campagna a dieci chilometri da Ragusa”. Lui, Angelo Tumino, ingegnere di professione e “ex playboy, già esponente del MSI, già costruttore edile, da alcuni anni si occupava quasi esclusivamente di antiquariato”.

Proprio l’antiquariato, affare molto redditizio (soprattutto all’epoca), in cui si investivano ingenti somme che servivano, spesso, per finanziare le peggiori trame del Paese, dagli estremismi alle mafie. Ed ecco che Giovanni, leggendo gli eventi, spiega come “molte voci tendono a sviare le indagini”. Indagini lunghe e spesso – incredibilmente – lacunose. E che videro tra gli interrogati proprio la mano che, poi, ucciderà Spampinato. “Tra le persone interrogate con maggiore insistenza fin dall’inizio c’era il figlio di un magistrato di Ragusa, il giovane Roberto Campria – annota Spampinato -, che doveva tra l’altro spiegare come mai, subito dopo il ritrovamento del cadavere del Tumino, si trovasse a casa dell’ucciso, in compagnia del figlio dell’ingegnere. Tumino e Campria erano molto amici, si frequentavano assiduamente, pare per rapporti d’affari”.

Come ogni buon cronista deve fare, la domanda è quella sul movente. E Giovanni se la pone: “perché fu ucciso l’ing. Tumino?”. “Non certo per rapina”. (…) “Che relazione esiste tra il delitto e la voce secondo cui, una settimana prima di esso, uno sconosciuto avrebbe commissionato ad alcuni giovani un furto nel deposito di materiale di antiquariato di Ibla di proprietà di Angelo Tumino? Era stato pattuito un compenso di 300 mila lire. Ma il furto non ebbe luogo perché la piccola banda si sarebbe tirata indietro all’ultimo momento temendo eventuali conseguenze dal fatto”.

Ed ecco che si arriva ad una frase che il giornalista lancia lì quasi per caso, ma che rappresenta un indizio utilissimo, quasi dimenticato fra le carte giudiziarie e ripreso dall’odierna Procura intenta a leggere, rileggere, interrogare.

“L’illazione alla fine è troppo semplice: lo sconosciuto committente avrebbe tentato per altra via di impadronirsi di ciò che interessava (un “pezzo” di gran pregio?), sarebbe giunto allo scontro aperto con Tumino e lo avrebbe ucciso”.

Un “pezzo” di gran pregio. A cosa si riferisce Giovanni? Chi gli ha riferito? E soprattutto, qualcuno sapeva – o aveva immaginato di sapere – quale fosse il “pezzo” ed a cosa servissero quei soldi?

Sono queste, probabilmente, le domande al vaglio degli inquirenti che, secondo le nostre fonti, avrebbero aperto un nuovo fascicolo e riascoltato decine di testimoni, ancora in vita.

Per molti era meglio commentare e liquidare la tragica vicenda di Spampinato, quasi giustificando l’omicida ed i mandanti, affermando che “se la fosse cercata”. Ma Giovanni ha fatto ciò che tanti altri non hanno fatto: solo il proprio dovere, in una Terra dove ancora oggi ricordare fa male, perché riapre ferite mai chiuse. Ed allora al di là del ricordo, il contributo maggiore può essere la memoria attiva, proprio ri-partendo da particolari – per molti insignificanti ma per chi sa determinanti – nei suoi articoli. Perché c’è chi pensava che, dopo mezzo secolo, oramai se la fosse fatta franca. Ma basta romperlo quel silenzio – nel quale Giovanni è stato ostaggio e martire – per ritrovare il possibile bandolo della matassa. E la Procura di Ragusa, questa volta scevra da condizionamenti esterni, potrebbe essere sulla buona strada.


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