Birmania: non ci sono spiragli di luce. Partita una raccolta fondi per sostenere gli oppositori democratici

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La notte in Birmania dura ormai da quasi due mesi e, non se ne vede l’alba. Neanche uno spiraglio di luce, che possa far intravedere a quel coraggioso popolo una via di uscita. ONU, Asean, UE e gli altri grandi del mondo ad oggi, non hanno trovato una base di intervento comune, che vada oltre le dichiarazioni di condanna e le richieste di interruzione delle violenze.

L’opposizione democratica ha bisogno non solo del sostegno politico ma anche di quello finanziario.

ITALIA-BIRMANIA.INSIEME ha lanciato una campagna di raccolta fondi per sostenere le comunicazioni e le attività degli oppositori democratici. Chiunque voglia può contribuire su: https://www.gofundme.com/f/birmania–il-tuo-contributo-contro-la-dittatura.

Lunedì il Consiglio dei Ministri degli Esteri Ue dovrebbe approvare le tanto attese sanzioni, che però saranno rivolte a 11 alti rappresentanti dell’esercito e non toccheranno l’enorme galassia di oltre 120 imprese controllate dalle due potentissime holding: la MEHL e la MEC, in tutti i settori più remunerativi del paese.

Le sanzioni, non dei palliativi, potrebbero essere un elemento di pressione da porre ad un tavolo negoziale di cui però ancora non se ne vede neanche l’ombra. Eppure Bruxelles avrebbe già tutti gli elementi in mano. Dall’elenco delle imprese che facevano parte del Regolamento approvato dalla UE nel 2008, all’elenco presentato dalla IFFM dell’Onu sugli interessi militari delle imprese.

Domenica scorsa la Cina, dopo settimane di silenzio, ha reagito agli attacchi nei confronti di alcune fabbriche di proprietà cinese nelle zone industriali di Yangon, chiedendo alla giunta di punire in modo esemplare i responsabili di tali attacchi. Nessuna condanna però è stata rivolta ai militari sulle violenze nei confronti di pacifici manifestanti.

Intanto i segna numeri dell’orologio online dell’AAPP, l’Associazione per l’assistenza ai prigionieri politici, continua ad andare avanti. Ad oggi sono 208 le vittime e oltre 2.191 i prigionieri politici, tra cui molti giornalisti.

I militari girano per i quartieri e minacciano con megafoni di sparare, direttamente nelle abitazioni, se le strade non verranno liberate dalle barricate artigianali costruite per proteggere i quartieri dalle autoblindo militari. Anche molte organizzazioni della società civile, tra cui l’Open Society Foundation, finanziata da Soros, e ben 16 associazioni sindacali sono state dichiarate illegali.

La repressione si muove veloce grazie alla approvazione di nuove leggi tra cui gli emendamenti alla Electronic Transaction Law, che recepisce molti dei punti della bozza di legge sulla Cyber Security law criticata aspramente perché permette ai militari di controllare e punire qualsiasi forma di espressione che possa anche lontanamente creare disunità e mettere in discussione la pace.

Nuove sanzioni estremamente rigide puniscono coloro che sono accusati di sabotaggio, ostruzione contro l’esercito, con un ampiamento della definizione di alto tradimento. Il codice di procedura penale è stato modificato, con l’inclusione di disposizioni sul mandato d’arresto per alcune delle nuove disposizioni sopra menzionate. Il sabotaggio sembra richiedere un mandato di arresto, ma il “crimine” di “causare paura” o la “diffusione consapevole di notizie false” non lo prevede. La mancanza di protezioni per crimini vaghi, con pene che vanno dai tre ai venti anni di carcere non è in linea con i requisiti di base del giusto processo internazionale. Con la dichiarazione della legge marziale in sei Townships che includono le zone industriali di Yangon, i poteri esecutivo e giudiziario vengono trasferiti al comandante regionale di Yangon e ad altri ufficiali, autorizzati a sparare, ma anche a condannare i detenuti al lavoro forzato o a svariati anni di carcere fino alla pena di morte.

I militari usano armi fornite prevalentemente da Cina, Russia, Israele, Filippine, Ucraina, India. Ma, oggi sappiamo anche che munizioni di una azienda italiana, la Cheddite sono servite a colpire i manifestanti in Birmania. Ovviamente sappiamo anche che non vi è stata vendita diretta ma una triangolazione, che va ricostruita per capire chi sono i responsabili. Il 15 dicembre 2019, il comandante in capo delle Forze armate birmane Min Aung Hlaing aveva acquistato sei aerei e un elicottero, tra cui ATR 72-500 prodotti dalla Joint venture tra Airbus e l’italiana Leonardo e un elicottero AS365 prodotto da Airbus, sicuramente acquistati usati da altri paesi terzi. L’aeronautica birmana ha anche acquistato 20 velivoli da addestramento Grob G120TP dalla fabbrica tedesca Grob, che, è stata visitata nell’aprile 2017, dal Min Aung Hlaing.

Come ben illustrato da Sabrina Moles su Il Manifesto del 4 marzo scorso, riprendendo un lavoro dell’associazione Justice for Myanmar, alle armi di tipo tradizionale ora si affiancano altri strumenti di repressione legati alle tecnologie digitali “per tracciare, arrestare e condannare i dissidenti “. L’Europa, ha prorogato l’embargo sulle armi e sulle attrezzature che potrebbero avere un duplice uso civile e militare, ma dalla presenza di armi, munizioni o apparecchiature di intercettazione sofisticate in quel paese sotto embargo, si evince che il sistema di monitoraggio europeo e delle dogane nazionali lascia a desiderare.

Crescono nel frattempo le preoccupazioni degli investitori internazionali.

Benetton ha deciso di non rinnovare i contratti con le imprese fornitrici birmane e anche OVS sta valutando di fare altrettanto, mentre Geox che opera attraverso un’azienda taiwanese, con 3.500 lavoratrici, ancora non si è pronunciata. Questa azienda rappresenta uno dei rari casi di gestione corretta dei rapporti con le maestranze birmane e, in questa situazione l’accordo con la rappresentanza dell’IWFM, sindacato industriale affiliato alla Confederazione CTUM, prevede che le lavoratrici possano partecipare a turno alle manifestazioni contro i militari.

Le pressioni della giunta aumentano nei confronti di chiunque possa essere assimilato ad un oppositore. Anche le banche private sono state minacciate di trasferimento forzato dei depositi bancari privati nelle banche controllate dai militari, se non riapriranno immediatamente. Il clima economico mostra sicuramente tutte le incertezze del caso, tanto che le aziende cinesi sono state invitate da Pechino a evacuare il personale non essenziale. Molte imprese multinazionali hanno espresso pubblicamente la loro opposizione al regime militare. Persino la più potente organizzazione buddhista del paese ha chiesto alla giunta di porre fine alle violenze. Di fronte a questi gravissimi fatti, ci si chiede come mai la UE che è una potenza internazionale, ancora non a tirare fuori dai suoi uffici di Brussel, in quasi due mesi, la lista delle imprese militari da sanzionare. E’ un problema di scarsa efficienza o di scarsa volontà politica?

Nel frattempo l’opposizione democratica ha bisogno non solo del sostegno politico ma anche di quello finanziario. ITALIA-BIRMANIA.INSIEME ha lanciato una campagna di raccolta fondi per sostenere le comunicazioni e le attività degli oppositori democratici. Chiunque voglia può cliccare su: https://www.gofundme.com/f/birmania–il-tuo-contributo-contro-la-dittatura.

Cecilia Brighi, Segretaria Generale Italia-Birmania.Insieme

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