Che fine hanno fatto famiglie e adulti? E la scuola?

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E’ comodo e ci libera da responsabilità morali definirle ‘ragazzate’; ma come si fa a non preoccuparsi e a non chiedersi cosa stia accadendo quando decine di adolescenti, imberbi e  alle prese con tempeste ormonali, si danno appuntamento in piazze centrali delle città per picchiarsi selvaggiamente? L’ultima rissa a Parma, preceduta da tante altre, a cominciare da Roma.

Nel mare magnum di immagini e notizie catastrofiche e deprimenti in cui siamo immersi, liquidiamo con distrazione, se non con sorrisetti di comprensione – se non addirittura di rimpianto per ‘il tempo che fu’ – fenomeni che invece sono segnali preoccupanti di quel che sta accadendo nelle famiglie, nel rapporto adulti-adolescenti, nella trasmissione di valori essenziali per il vivere civile.

Comodo anche immaginare che tanti ragazzini siano una sorta di ‘teddy boys de noantri’, e chissà che qualche genitore al ritorno a casa del ‘guerriero’ non si complimenti anche perché ‘le ha date’ e non ‘le ha prese’. Ma perché, invece, non  cominciare a chiedersi quali sono gli strumenti ’educativi’ che incidono tanto profondamente? E’ solo una questione imitativa? Penso a quei due ragazzi di 17 e 14 anni che, prendendo spunto da scene di ‘The Joker’, si sono inferti tagli alla bocca e al volto per saggiare e sfidare la soglia del dolore. E quanti altri film, fiction, serie televisive vengono tradotti – e non solo dagli adolescenti, purtroppo – in rappresentazioni del reale?

Il dramma della de responsabilizzazione dei genitori, che troppe volte hanno lasciato ai soli insegnanti il compito di guida nella difficile fase della crescita dei figli, si è sommato in questi terribili mesi di sconvolgimento sociale causati dalla pandemia alla chiusura delle scuole o alla loro trasformazione in sedute davanti ad uno schermo. Così uno dei prezzi più alti, sul piano sociale e mentale,  lo stanno pagando proprio i ragazzi a cui viene sottratto il più importante momento di socializzazione delle loro giornate.

Stringere amicizie o bisticciare, amarsi o detestarsi all’interno di uno spazio condiviso qual è quello della scuola, dovendo anche fare i conti con figure di riferimento importanti come quelle degli insegnanti, non ha uguali per i ragazzi, anche alla luce del disfacimento affettivo che avviene in tante famiglie, disfacimento vissuto drammaticamente dai componenti più fragili del nucleo. E quante volte negli insegnanti è stata individuata una possibile sponda a cui rivolgere una disperata richiesta di aiuto? Rimane la rabbia  che va sfogata in qualche modo contro coetanei che vivono le stesse situazioni o che, al contrario, sono più fortunati.

Le scuole chiuse hanno anche eliminato un altro solido strumento di conoscenza e di scambio tra insegnanti e famiglie: i colloqui. A volte i genitori hanno avuto modo di scoprire lati ignoti dei loro figli, così come, al contrario, gli insegnanti hanno avuto modo di capire meglio le ragioni di comportamenti altrimenti incomprensibili dei ragazzi. Ma tutto questo la didattica a distanza non lo consente. E allora, per non far pagare proprio ai più giovani il prezzo più alto di questa pandemia, perché non si interviene per garantire una scuola sicura, per docenti e alunni, trasporti che non costringano i ragazzi ad ammassarsi in pochi bus e troppo piccoli, una suddivisione più equa per aula? E le regioni? Condivido l’affermazione della ministra Azzolina quando dice che non si capisce tanto accanimento verso la scuola, quando non ci sono interventi contro le ‘movide’ e gli aperitivi o, aggiungo io, per evitare le risse convocate preventivamente.

Se è da condannare la de responsabilizzazione di genitori che non si occupano di ragazzi che pure hanno voluto mettere al mondo, ancor più grave è la de responsabilizzazione delle istituzioni che devono prevedere il ruolo che le nuove generazioni avranno in un prossimo futuro.

Se l’esempio da imitare è il picchiatore o il modello da studio televisivo, a cosa serviamo noi che abbiamo un’idea diversa dell’educazione, della vicinanza, della solidarietà, della condivisione?

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