Migranti, l’infermo di ghiaccio di Lipa e le responsabilità dell’Europa

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Centinaia di migranti sono da giorni in balia di una tempesta di neve al confine tra Bosnia e Croazia, con temperature sotto lo zero.
Nelle prossime ore dovrebbero scendere ulteriormente, arrivando a -11°.
Profughi, provenienti per lo più da Siria e Afghanistan, sono bloccati in un campo improvvisato nella zona nord-occidentale bosniaca, completamente abbandonato a loro stessi.
Solo oggi, dopo numerose richieste di aiuto e segnalazioni, sono arrivate una ventina di tende militari riscaldate messe a disposizione  dalle autorità locali dopo le proteste internazionali per la mancanza di strutture adeguate per l’accoglienza  in questo inverno particolarmente gelido.
A Lipa si sta consumando l’ennesimo dramma dell’immigrazione nell’indifferenza di chi, a Bruxelles, continua a rimandare soluzioni eque e umane al problema dei flussi migratori incontrollati.
Da quando il centro strutturato nella cittadina al confine tra i due paesi della ex Jugoslavia è stato distrutto da un incendio, lo scorso 23 dicembre, poco o nulla è stato fatto per garantire assistenza ai migranti esposti alle avverse condizioni climatiche oltre che strutturali.
Persino l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dell’Onu si è ritirata dall’area dopo aver denunciato l’inadeguatezza delle strutture temporanee, chiedendo la riapertura di un centro di accoglienza in una fabbrica abbandonata, chiuso a ottobre a seguito delle pressioni dei residenti.
I migranti dormono al gelo da giorni, assistiti solo da volontari e Croce Rossa che cercano di portare aiuto a decine di disperati esposti a condizioni al limite della sopravvivenza, sia per freddo, che per mancanza di acqua, riscaldamento e medicine. Molti degli assistiti sono malati e il rischio che non ce la facciano è molto alto.
E l’Europa, oltre a definire la vergogna di Lipa una situazione “allarmante”, e invitare le autorità locali ad agire, cosa ha fatto di concreto?
Nulla.
Inoltre continua a mancare una politica, europea e internazionale, condivisa nell’affrontare il problema.
L’agenzia di frontiera dell’Ue Frontex ha dichiarato che l’anno scorso il numero di migranti che hanno viaggiato sulla cosiddetta rotta balcanica è salito di oltre il 75 per cento ed è in costante aumento.
Intanto, mentre va in scena tutta la sconcertante incapacità e inadeguatezza dell’Ue rispetto alla gestione dei flussi migratori, le previsioni meteo peggiorano, condannando i migranti bloccati a Lipa.
Siamo a cospetto di una vera e propria  catastrofe umanitaria che conta 3.000 persone intrappolate in un inferno di ghiaccio e neve, di cui 1.000 sfollate in seguito al rogo scoppiato nel campo a dicembre.
Migliaia di persone senza via di scampo.
Per tutto questo sono chiare le responsabilità, anche italiane.  I respingimenti condotti al confine sloveno dalla scorsa primavera, con sempre maggior intensità, hanno determinato l’attuale emergenza.
Come ha recentemente rilevato una ricerca di Altreconomia, tra il primo gennaio e il 15 novembre 2020 l’Italia ha ‘riammesso senza formalità’ in Slovenia 1.240 persone ‘respinte a catena’ fino al territorio bosniaco.
Azione che rappresenta lo ‘strumento’ con cui i Paesi dislocati lungo la rotta balcanica respingono i richiedenti asilo in deroga alle convenzioni internazionali e alle leggi europee, commettendo  violazioni dei diritti umani, sempre più gravi e prive di umanità.