La cometa Joe Biden nel cielo americano

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Se le mutazioni del virus fanno slittare ancora il post-Covid verso un’indefinita imminenza, il post-Trump è già cominciato con la formazione del governo del presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden. Sono le due premesse con cui si apre l’anno nuovo; a fronte delle penose certezze ereditate da quello vecchio tra l’Alaska e lo stretto di Magellano: 800mila morti circa causati dal Covid (e da una diffusissima imprevidenza a cui in molti casi si è sommata l’irrazionalità del negazionismo), una caduta media del PIL attorno al 10 per cento, l’aumento della povertà giunta quasi al 15. Nessun paese potrà da solo far fronte a questa catastrofe, quali che siano le speranze e/o le disillusioni suscitate nelle diverse capitali dal cambio in corso alla Casa Bianca. Per l’America Latina costituiscono i paletti imposti dal presente reale alle stringenti necessità: alle crisi, ai progetti di ripresa, ai processi di mutamento costituzionali.

Pressochè ovunque lungo l’intero continente, fin dal 2019 erano già in atto più o meno forti conflitti sociali e razziali; il Covid li ha compressi in una prima fase, e successivamente accelerati, accentuando le varie crisi di governabilità. Solo Trump l’ha affrontata perseverando nella sua politica di confronto e scontro, talvolta accentuandola (su commercio internazionale, immigrazione e diversità razziali), fino ad aumentare le esecuzioni capitali (simbolica lapide sul suo quadriennio: “Una folle ondata di morte”, ha denunciato da Washington a The Guardian il Death Penalty Information Center). L’esito elettorale, sebbene reso a tratti convulso dal suo rifiuto di riconoscere la realtà del voto che l’ha visto sconfitto, ha infine funzionato da valvola di sfogo per l’enorme tensione accumulata. Ma in diverse misure, tutti i poteri esecutivi del continente (tutti a carattere “presidenzialista”) hanno rafforzato le proprie prerogative a danno di quelle dei rispettivi parlamenti.

Solo in parte giustificati dalle difficoltà di riunione effettivamente indotte dalla pandemia. E lasciando tra parentesi lo sconsiderato comportamento di Bolsonaro, che di fronte ai suoi 200mila morti continua a negarla, si presenta esemplare il caso colombiano. Il presidente conservatore Ivan Duque ha imposto in 9 mesi più decreti-legge di tutti i suoi predecessori degli ultimi 30 anni messi insieme (compreso quello con cui ha destituito la responsabile dei parchi nazionali, Julia Miranda, che si opponeva alla costruzione di un mega-edificio alberghiero nel famoso comprensorio protetto di Tayrona, una meravigliosa foresta tropicale che scende dalla sierra Nevada sulla costa caraibica: non proprio un’urgenza sanitaria…). Mentre di fatto impedisce la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle complicità militari in vari eccidi e nel sistematico sabotaggio degli accordi di pace con la disciolta guerriglia delle FARC, portata avanti con decine di assassinii mirati di ex combattenti disarmati, passati ormai alla legalità e alla politica.

Torna la protesta: le piazze latinoamericane sono state riconquistate dai giovani. Unica eccezione il Messico, dove il populista di sinistra Lopez Obrádor continua a godere di un alto consenso popolare, malgrado il suo impegno a combattere la violenza e la corruzione che da decenni devastano il paese sia rimasto finora completamente disatteso. Poiché per onorare la promessa elettorale dovrebbe affrontare l’esercito e la polizia, notoriamente in innumerevoli casi collusi con il narcotraffico e non ne ha la forza. Può invece imporre per legge -come ha appena fatto- un aumento dei salari minimi, che nella quindicesima economia più grande del mondo sono tra i più miseri del continente. In quanto il modello messicano, prevalentemente proiettato sull’export malgrado le enormi potenzialità del mercato interno, continua a fondare la propria competitività sul basso costo del lavoro, invece che sulla produttività e sullo sviluppo dei contenuti tecnologici delle merci.

A spingere il Cile verso una nuova Costituzione destinata a cambiarne la realtà sociale e politica, così come a far fallire il colpo di palazzo ordito in Perù da una fazione parlamentare manovrata da interessi contrari alla scuola pubblica, è stata l’iniziativa spontanea della gioventù urbana. A cui, nella prima situazione, si sono subito sommate le rivendicazioni dei diritti di cittadinanza negati dalla Costituzione dettata da Pinochet prima di cedere il potere, oltre a quelle più complessive del mondo del lavoro. In entrambi i casi a guidarla sono stati gli studenti, direttamente colpiti tanto dall’aumento dei prezzi del trasporto pubblico (a Santiago e negli altri centri cileni); quanto da quello delle scuole private, sempre più numerose e ad alto costo (da Arequipa a Lima, Chiclayo, Iquitos). La riduzione della spesa statale per l’istruzione pubblica coincide con il proliferare dell’insegnamento privato in tutti i paesi governati dalla destra. Cioè ovunque tranne in Argentina.

La protesta giovanile è scesa in strada anche in Guatemala, in Nicaragua e a Cuba. Sono episodi specialmente significativi, malgrado la limitata partecipazione, ben spiegabile per i relativi contesti, a loro volta minori. Ma dopo la manifestazione degli artisti di San Isidro, qualche decina di ragazzi che invocano riforme nelle stradine dell’Avana vecchia e nei pressi dell’università, infine dispersi ma per quanto se ne sa senza un intervento repressivo della polizia, costituiscono uno scenario con scarsi precedenti. Che coincide con l’annuncio dell’unificazione monetaria -una vera rivoluzione finanziaria, d’incerto esito- fatta dal presidente Miguel Diez-Canel, alla presenza di un ammutolito Raul Castro. Una riforma-chiave nella riorganizzazione dell’economia cubana, resa improcrastinabile dalla drammaticità della crisi e nondimeno difficilmente realizzabile senza una qualche forma d’intesa con gli Stati Uniti.

Per moderato che appaia il governo annunciato da Biden (e non solo ai commentatori più disincantati), certe situazioni ne auspicano un’indispensabile capacità interlocutrice. L’incancrenirsi di crisi come quella venezuelana, che oltre alla crescente tragicità dell’emergenza umanitaria interna avvelena i rapporti interamericani, non possono restare ignorate dall’agenda di un presidente che dichiara di voler restaurare il multilateralismo nelle relazioni internazionali. Vale a dire il dialogo invece del confronto, la trattativa e non l’esazione. Le iniziative diplomatiche non possono esaurirsi in sanzioni economiche che violano il diritto internazionale e affamano i popoli senza scuoterne i sistemi autoritari che li governano, perché imprigionano tutti in una rete di ricatti reciproci. A Maduro va sottratto ogni alibi. E considerate le persistenti rivalità che dividono quanti a Caracas gli si oppongono, non ci resta che confidare nelle buone intenzioni di Biden.

E’ sul punto di partire quasi ovunque una massiccia campagna di vaccinazione anti-Covid, che per sviluppare tutta la sua efficacia deve avere portata continentale. Nei vari paesi sono in corso trattative tra i governi e le imprese farmaceutiche che dispongono già di considerevoli stock. Anche l’Argentina, che per considerazioni di tempo e di spesa aveva accettato di acquistare lo “Sputnik V”, adesso che i russi hanno rivelato di non averlo testato sui maggiori di 60 anni, stanno negoziando con Pfizer e Astra-Zeneca. Il nodo della trattativa, a cui partecipa anche il Messico, è nella possibilità di co-produrre questi vaccini insieme alle industrie farmaceutiche dei due paesi latinoamericani. Il governo degli Stati Uniti non può certo considerarsi un semplice spettatore. Il ruolo che avrà in quest’eccezionale circostanza sarà anzi la sua prima prova politica generale. La cometa Biden vi vedrà riflessa la sua traiettoria.


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