Il sogno di Luca Cupiello

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Sicuramente questa versione cinematografica di “Natale in casa Cupiello” con la regia di Edoardo De Angelis farà discutere tanto scatenando, come sta già avvenendo sin dai primissimi istanti dopo la calata del sipario, tutto il mondo social e non solo. Misurarsi con il teatro di Eduardo e con la sua maschera è operazione azzardata, temeraria, audace e coraggiosa. Certamente il ping pong delle opinioni rimbalzerà come una pallina di un flipper a un passo dal game over confrontando il Maestro e chi, con atteggiamenti inverecondi, ha provato a rimescolare le carte e a misurarsi con il Colosso. L’uso improprio della lingua, l’estetica di una manifattura che pare voglia a tutti i costi confrontare un elegante abito da sera con qualcosa prodotto in uno di quei sottoscala di periferia. Si imbastiranno analisi soprattutto sulla qualità interpretativa, su quella scintilla, che secondo alcuni, non è mai scattata o sul giusto omaggio di un Natale vissuto in una Napoli degli anni ’50 del secolo scorso che a sua volta rimanda a una “Napoli milionaria” e a “Questi fantasmi”. Si incoronerà la riuscita interpretazione di Concetta (Marina Confalone) per poi interrogarsi sul perché si è scelto un insolito manto bianco partenopeo, che però estrapola da ogni contesto locale la pellicola, per “obbligare” la famiglia  negli interni di un appartamento dove non si riesce a vivere mai con quella serenità desiderata rinunciando alla visione di una vita delle strade, dei vicoli che, però, bene si sposa con momenti come quelli che stiamo affrontando contrassegnati da una pandemia di cui sembra di conoscere quasi tutto un giorno e niente l’indomani.

Tutto vero, tutto giusto, perché se dalla produzione artistica non scaturissero emozioni, sentimenti contrastanti e come se la si rendesse enunca del suo verbo originale. Se si tratti di lesa maestà o di un omaggio laico lo continueremo a leggere e ad ascoltare nei giorni a seguire. Saremo un po’ tutti dei Tommasino  o una Ninuccia, ognuno con la sua voglia di evasione da gabbie pre costituite o nelle quali ci siamo ritrovati inconsapevolmente. Saremo alla ricerca del nostro zio Pasquale, il solito incomodo parente a cui non va mai bene nulla nonostante continui a trarre vantaggi enormi dalla sua condizione di vita. Innumerevoli saranno le tavole rotonde, o i tribunali del popolo allestiti durante queste ore di vigilia natalizie, contrassegnate da regole stringenti dettate dal lockdown, dove sarà chiamato a rispondere e a difendersi Sergio Castellitto  con le vesti, una lingua diversa e “il fare troppo aggressivo” che non si confà a Luca Cupiello. Però chissà come si sarebbero comportati tanti altri padri dinanzi a un figlio scansafatiche e mariuolo.

Il giudizio sulla manifattura, nelle prime ore, supererà di gran lunga la spiritualità che si riassume nel sogno del pastorello Benino e che in questo testo è incarnato da Luca Cupiello. Un sogno personale, locale e al tempo stesso universale che rende il testo eduardiano una pietra miliare, un punto di riferimento, un lavoro imprescindibile con il quale bisogna confrontarsi e dal quale si deve partire.

Nei giorni scorsi tra le strade del centro storico del capoluogo partenopeo, sono apparsi dei manifesti che invocano un miracolo e non solo quello che “Faccia gialla” (San Gennaro) non ha compiuto di recente con la solita liquefazione del sangue.  Non so se in altre città del Paese sono apparsi altrettanti manifesti, ma so di certo che mentre nella “terza camera del servizio pubblico” ci si riconciliava o lo si provava a fare dinanzi a gli occhi degli italiani, senza però dare risposte certe al Paese, le centinaia di migliaia di famiglie Cupiello proseguono a invocare  un miracolo, lo stesso che il dottore (Andrea Renzi) confessa che occorre per don Luca oramai allettato perché colto, probabilmente, da un ictus in seguito al dispiacere ricevuto per aver scoperto che sua figlia Ninuccia, sposata con Nicolino uomo benestante, ha un amante.

La speranza di un miracolo sembra materializzarsi quando Luca Cupiello sul proprio letto “benedice” e riesce a far riappacificare, secondo lui, la figlia con il marito che in realtà è l’amante Vittorio Elia. Così sul volto di don Luca compare un leggero sorriso che gli allieva momentaneamente la sofferenza a cui si aggiunge una confessione di Nennillo che accontenta il proprio genitore affermando che “gli piace il presepe”. Tutti i presenti nella casa accorrono verso questa nuova Natività interiore, spirituale, cristiana, laica, universale. Il solo Nicolino resta da solo nel proprio dolore voltando le spalle alla vita che compie il proprio corso mentre, probabilmente, si sta materializzando quel miracolo che tutti attendiamo e che vorremmo vivere da protagonisti.

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