Padre Paolo, sette anni dopo

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Sette anni di attesa e di silenzio. Da tanto manca al nostro sguardo Padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita italo-siriano, fondatore del Monastero di Deir Mar Musa, un luogo unico al mondo dove il dialogo tra cristiani e musulmani ha trovato casa. Italo-siriano, così mi piace definirlo, perché da oltre trent’anni il monaco romano aveva scelto la Siria per i suoi studi, perché è lì che è stato ordinato sacerdote nel 1984 nel rito siro-cattolico e perché il Paese mediorientale gli è entrato nel cuore, tanto che ha imparato perfettamente l’arabo classico con inflessione siriana, ed è diventato amico e fratello di tante Siriane e Siriani. Un legame umano forte, sincero, che ha visto la sua comunità crescere nel tempo e richiamare in Siria pellegrini e fedeli da ogni angolo del mondo, desiderosi di vivere l’atmosfera profonda e costruttiva di quel monastero. La vita in Siria ha permesso a Padre Paolo di conoscere dall’interno questo complesso Paese e i suoi problemi, tanto da esporsi coraggiosamente in prima persona per dare voce ai civili siriani e farsi carico del loro dolore e delle loro istanze quando sono iniziate la repressione e la guerra. Padre Paolo aveva capito l’aspirazione sincera dei Siriani a un cambiamento, il loro desiderio di libertà, il loro bisogno di intraprendere un percorso costruttivo, pacifico e dal basso, che portasse a un pluralismo reale, dove tutte e tutti trovassero dignità e avessero voce.

Sette anni. Sono un periodo di tempo lunghissimo in cui sono cambiati gli assetti e gli equilibri geo-politici in Medio Oriente e in Nord Africa, sono cambiati governi e amministrazioni nel panorama internazionale e ci sono state, oltre alla Siria, tante altre guerre e crisi politiche, economiche, fino alla crisi sanitaria con la pandemia da covid19. In questo lasso di tempo sono cambiati, soprattutto, i Siriani, feriti da oltre nove anni di guerra, abbandonati a se stessi, traditi e dimenticati. Di Padre Paolo si sono perse le tracce a Raqqa, in Siria, città dove il religioso era tornato nel 2013, dopo la vergognosa espulsione voluta dal regime a giugno del 2012. Nessuno sa di preciso cosa gli sia successo, ma la ricostruzione più verosimile è che Padre Paolo sia finito nelle mani dell’Isis. Da quel 29 luglio del 2013 lo aspettano tutti, familiari, correligiosi, amici in Italia e in Siria. Ci si è posti molte domande, a cui mancano ancora risposte e ci sono molte zone d’ombra.

Padre Paolo continua a parlare attraverso i suoi libri, i suoi articoli, i suoi insegnamenti. Chiunque, in questi sette anni, abbia letto i suoi scritti, o ascoltato una sua testimonianza registrata, ha potuto trarre ispirazione per il dialogo interreligioso, ma anche comprendere meglio quanto accade in Siria, e riflettere sulle responsabilità e le mancanze della comunità internazionale, incapace di prendere decisioni importanti che avrebbero potuto salvare migliaia di vite umane e non avrebbero lasciato spazio all’avanzata, in Siria e nel mondo, di opposti estremismi. Ne parla il giornalista Riccardo Cristiano in uno dei suoi molti libri “Paolo Dall’Oglio. La profezia messa a tacere”, dove raccoglie le testimonianze di amici e colleghi del religioso, che riflettono soprattutto sull’eredità morale, culturale e umana lasciata dal gesuita.

Nel volume “Collera e Luce”, pubblicato ad agosto del 2013, prima di rientrare in Siria, Padre Paolo scriveva: “Non ho bisogno di ripetere qui i motivi che fanno sì che io mi sia schierato dalla parte della rivoluzione, al punto di giustificare l’autodifesa armata di quel popolo tradito e abbandonato dall’opinione pubblica mondiale. Al di là di tutti gli sforzi dispiegati in vent’anni di dialogo, devo confessare il fallimento completo dei miei tentativi di favorire un passaggio non violento a una democrazia matura, per il bene dei nostri figli e la riconciliazione. Eppure, voglio entrare in Siria per portare una testimonianza e gettare un seme”. Sono passati sette anni. La sua testimonianza è ancora viva, ci si aggrappano come se fosse l’ultima boccata d’ossigeno quei siriani rimasti in Siria, ma ormai muti e desiderosi solo di sopravvivere e quei siriani nella diaspora, che da ogni angolo del mondo stanno cercando di ridare voce alla società civile siriana mortificata dalle violenze e dagli interessi di molte ingerenze straniere, falsi amici, falsi alleati, che non hanno esitato a marciare sui sogni e sui cadaveri degli innocenti per portare a termine i loro progetti. Quel seme gettato da Padre Paolo continua a crescere, ma intorno, cosa è rimasto? Una distesa immensa di cimiteri, anche lì dove sorgevano parchi giochi per bambini; fosse comuni che solo il tempo farà ritrovare; macerie, intere città distrutte col loro patrimonio di case, musei, luoghi di culto, siti archeologici; oltre mezzo milione di vittime e circa metà della popolazione (12 milioni secondo le stime dell’Onu) nella condizione di profughi e sfollati interni. Non esiste una sola famiglia siriana che non abbia subito un lutto o non abbia qualche parente e amico tra le migliaia di desaparecidos. Donne e uomini inghiottiti nel buco nero della guerra, scomparsi nelle prigioni o nelle fosse comuni. Quei Siriani scesi in piazza per chiedere riforme, democrazia e libertà hanno dovuto affrontare l’incubo della repressione sanguinosa, della guerra, delle ingerenze straniere, del terrorismo, delle persecuzioni, della violenza di genere, dell’assedio. I siriani non sanno più di chi fidarsi, perché tutti li hanno traditi e spesso, tra l’esasperazione e la stanchezza, si sono trovati a tradire se stessi. Non esiste una forma di male che non si sia abbattuta sul Paese mediorientale. La terra dei gelsomini è oggi una terra dove cresce anche il gelsomino portato da Padre Paolo, ma sono gelsomini tristi e solitari, che non trovano più poeti e cantori a decantarne la bellezza. Quella terra impregnata di storia e cultura è oggi uno scacchiere dove si giocano lentamente nuovi equilibri tra potenze, dove persino la religione viene sporcata e usata come arma. Molti di quelli che Padre Paolo ha lasciato quando erano bambini e adolescenti, oggi si trovano in Libia, armati da chi diceva di volerli accogliere, a combattere una guerra di cui non sanno nulla. Oppure si trovano in Grecia, Giordania, Libano, Turchia ad essere uomini e donne mozzati, derubati della propria infanzia e lasciati nel limbo dell’attesa, come pacchi senza un destinatario. Ci sono anche donne e uomini dalla forza straordinaria che hanno reagito e sono diventati testimoni dei dolori della Siria. Altri sono morti suicidi, altri ancora sono vivi nel corpo, ma morti dentro, che pronunciano la parola Siria come se fosse una spada nel cuore. Altri sognano la Siria di notte, ormai malati cronici di quel male chiamato nostalgia. Ovunque sia Padre Paolo, ovunque siano le altre migliaia di donne e uomini scomparsi nel nulla, certamente non sarebbero felici di guardare alla Siria di oggi e forse rivolgerebbero a tutti noi sguardi pieni di domande.

 


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