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Festival diritti umani. Terza e ultima giornata

 
Il rispetto dei diritti umani significa per le persone con disabilità essere soprattutto se stessi, autorappresentarsi e rivendicare la propria indipendenza. Lo abbiamo raccontato dal palco virtuale del Festival dei Diritti Umani, dando voce a chi, da tempo immemore, chiede di essere ascoltato non solo per denunciare, ma anche per proporre soluzioni e mostrare successi
[Milano, 7 maggio 2020] «Le persone con disabilità hanno bisogno di una tribuna per potersi esprimere, in particolare le donne che rischiano ancor più di essere discriminate e considerate cittadine di serie B. Serve una tribuna non solo per denunciare, ma anche per mostrare successi e proporre alla politica soluzioni».
È questo il primo importante messaggio rilanciato – dalla maggior parte dei 54 ospiti intervenuti – dal palco virtuale del Festival dei Diritti Umani, da cui è andata in scena questa quinta edizione dedicata alle persone con disabilità.
«La pandemia ha riproposto la pericolosa teoria delle persone sacrificabili e anche per questo abbiamo voluto fare caparbiamente questo Festival dei Diritti Umani malgrado il Coronavirus, anzi proprio perché il Coronavirus ci ha fatto scoprire tutti più fragili e capire che ciascuno di noi può perdere un’abilità e può rinascere da lì», spiega Danilo De Biasio, direttore del Festival dei Diritti Umani. «Tra gli slogan di FDU2020 abbiamo scelto non a caso Laviamoci le mani, ma non la coscienza. Le persone con disabilità vivono doppiamente la segregazione. Occorre capire che non sono loro il problema: il problema sono le barriere, gli stereotipi. E anche sui tabù c’è ancora molto da fare. Andando oltre l’emergenza Coronavirus: queste persone hanno sviluppato forme di resilienza, da loro possono arrivarci insegnamenti preziosi».
Voci importanti per il mondo della disabilità quelle intervenute, come Alberto Fontana, conisgliere di Ledha, che durante un dibattito sul welfare con l’economista Tito Boeri ha denunciato che con il Coronavirus si è dovuta «alzare la voce come non succedeva da tempo, per ribadire i nostri diritti».
Secondo la Convenzione Onu del 2006 le persone con disabilità devono godere di tutti i diritti, senza discriminazione alcuna, compresi quelli all’istruzione e alla salute: è necessario però che lo Stato si adegui. Lo abbiamo sentito nelle parole del Prorettore dell’Università degli Studi di Milano Marisa D’Amico, intervenuta con il presidente di A buon diritto onlus Luigi Manconi.
Anche in questo caso il problema non sono le persone disabili ma le barriere, anche quelle culturali, che potrebbero facilmente essere superate. Questione più politica, che economica.
Non sono mancate nemmeno le provocazioni a fin di bene in questa tre giorni di confronti con i protagonisti del Festival, che hanno portato esempi unici di resilienza e grande determinazione.  Il “Trattateci come cani” lanciato da un agrodolce Elio, intervenuto sul tema dell’autismo, ha ricordato «come il permesso di portare a spasso i cani durante la pandemia è arrivato prima di dare la possibilità ai disabili di uscire con i propri familiari».
Il rispetto dei diritti umani significa per il mondo delle persone con disabilità essere soprattutto se stesse, autorappresentarsi, rivendicare la propria indipendenza. Il Festival lo ha voluto declinare in più modi, dalle fragilità alle violenze dimenticate. Come quella contro le donne con disabilità di cui si è parlato nel panel di ieri “Donne e disabilità: rompere il silenzio della violenza”. Una finestra su abusi di cui si parla troppo poco, che ieri sono stati apertamente denunciati.
La violenza sulle donne è una vera e proprio pandemia: riguarda tutto il mondo. Rappresenta inoltre la seconda causa di morte per le donne, dopo il tumore, ci ha ricordato Marina Calloni, docente dell’Università Milano Bicocca. La deputata Lisa Noja, invece, ha ribadito che oggi ancora più delle leggi serve applicarle, agire. I numeri della violenza contro le donne con disabilità sono ancora più alti e drammatici, perché a volte la violenza non è nemmeno riconosciuta da chi la subisce, ci ha spiegato infine Silvia Cutrera, vicepresidente di FISH Onlus.
Con la convinzione di essere stati per tre giorni quella tribuna di denunce e di testimonianzeil Festival dei Diritti Umani spera di aver dato un contributo importante perché non si discrimini più chi vive la disabilità sulla propria pelle.
«Non è stato facile fare un Festival di questa portata, dovendosi reinventare per l’emergenza Covid e declinando tutto il programma in live streaming», conclude il direttore De Biasio. «Ci è mancato il contatto con gli studenti dal vivo, i faccia a faccia con i 54 ospiti che si sono collegati in remoto con la nostra regia. Ma ce l’abbiamo fatta: abbiamo avuto migliaia di risposte da casa e ne siamo orgogliosi. Abbiamo superato non pochi imprevisti tecnici, ma siamo stati resilienti quasi quanto i nostri speaker. Ora che sono finiti i tempi regolamentari del Festival, cominciano quelli supplementari: domani, venerdì 8 maggio, vi riproporremo sul sito e sul canale YouTube del Festival i Talk  registrati nella prima giornata per problemi nelle dirette».
 
IL PROGRAMMA DI VENERDÌ 8 MAGGIO
ore 10:00 | TALK
Coronavirus: scoprirsi fragili, ripartire diversi?
Partendo dalle forme di disabilità si può progettare un sistema di welfare che non lasci indietro nessuno. Nei fatti, non solo a parole.
[Registrato, non sottotitolato]
Tito Boeri, economista
Alberto Fontana, consigliere di LEDHA
con l’intervento di Elisabetta Soglio, direttrice di Buone Notizie – Corriere della Sera
ore 15.00 | TALK
Io e Frida. Comunicare con i colori
La storia di Clara, colpita da ictus prenatale che ha trovato nella pittura e nell’arte il suo modo di comunicare – e in Frida Kahlo un modello e un’amica.
[Registrato, non sottotitolato]
Con Clara Woods e Betina Genovesi, sua mamma
Lavinia Costantino, attrice e autrice dello spettacolo Parole dipinte, dedicato a Clara Woods.
Diego Sileo, curatore PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.
ore 19.00 | TALK
I Festival vanno in quarantena, i diritti umani no
Una conversazione sull’impatto del Coronavirus sui festival. E sull’importanza di essere resilienti e reinventarsi per continuare alzare lo sguardo sui diritti umani.
[Registrato, non sottotitolato]
Danilo De Biasio, direttore del Festival dei Diritti Umani di Milano
Bruno Giussani, presidente del Festival del Film e Forum Internazionale dei Diritti Umani
Antonio Prata, direttore del Film Festival Diritti Umani – Lugano
Judith Sunderland, Human Rights Watch

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