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Vivere nell’era del coronavirus

 

Amedeo Capetti medico specialista in malattie infettive lavora all’Ospedale Sacco di Milano, oltre ad essere consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità ha scritto una sua testimonianza dolorosa e di una sensibilità straordinaria e l’ha inviata alla redazione de Il Foglio dove è stata pubblicata  sul sito www.ilfoglio.it/salute dal titolo: “ Lettera dalla trincea”. Basterebbe solo leggerla attentamente per capire come il popolo italiano dovrebbe unirsi senza bisogno di esprimere ogni minuto un dissenso polemico pretestuoso facendo a gara nell’accusare di incompetenza, senza mai interrogarsi se al posto degli altri ci fossero loro a dover prendersi la responsabilità. Una  ‘social-endemia” forzando l’espressione del significato originale, divenuta una realtà drammatica con la diffusione della pandemia  da coronavirus o Covid 19 su scala planetaria.

Il medico, autore della lettera, spiega bene di cosa avremo bisogno nel prossimo futuro: un cambiamento epocale per cercare di “curare” le conseguenze di questo virus senza riferirsi alle cure sanitarie del corpo, bensì  psicologiche, esistenziali, sul piano della sopravvivenza psichica, emotiva, affettiva, sociale e politica. Una nazione da ricostruire nei rapporti e nelle relazioni a partire da politiche economiche e una revisione totale della sanità pubblica (tagli del welfare indiscriminati, riduzione dei posti letto, fino alla concessione di finanziamenti alla sanità pubblica che ha dimostrato quanto sia stata scellerata la decisione di privare agli ospedali pubblici maggiori investimenti e dotazioni). Un’Italia con “ferite” da rimarginare per decenni con la consapevolezza che nulla potrà essere come prima. Ora nel nostro presente così traumatizzato per la perdita di tante vite umane viene in soccorso una delle frasi più significative del romanzo l’Idiota di Feodor Dostojevski: «Non passione ci vuole, ma compassione, capacità cioò di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione».

Ora è tempo di dotarci di una capacità empatica nel riconoscere gli altri: la sofferenza e il dolore sono sentimenti ed emozioni difficili da gestire e rielaborare nell’immediato. Ognuno di noi deve avere la possibilità personale e soggettiva di poterli affrontare (ma l’aiuto di esperti nell’assistere le persone deboli, fragili, segnate dai lutti sarà indispensabile), nel presente ora drammatico ma anche nel futuro che ci attende. Per poterlo fare sarà necessario uno sforzo collettivo, inclusivivo senza esclusioni di nessuna sorte. Toccherà al pensiero e all’intelletto umano sviluppare una cultura capace di restituire fiducia e speranza per continuare a vivere. Ora è tempo di occuparsi di chi sta lavorando per salvare più vite umane a discapito della propria, riconoscendo ai medici e a tutto il personale sanitario un ringraziamento duraturo. Un grazie esteso a tutti gli operatori delle forze di polizia e a quelli dell’informazione garantita ogni giorno.

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