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Rivolta carceri. Ancora una volta mortificati le pratiche non violente, premiati i comportanti violenti

 

Le carceri italiane scoppiano; le carceri italiane sono in rivolta; da giorni, settimane, mesi, le carceri italiane sono polveriere che attendono solo una scintilla per esplodere… Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si affida a facebook: “Deve essere chiaro che ogni protesta attraverso la violenza è solo da condannare e non porterà ad alcun buon risultato”.

E poi? Poi non si sa, non si capisce. Al Ministro della Giustizia, certamente avranno segnalato che nel carcere milanese di Opera sono stati segnalati due casi di detenuti trasferiti in ospedale per sospetta infezione da Coronavirus. Certamente qualche collaboratore del ministro avrà posto alla sua attenzione la richiesta avanzata dagli esponenti del Partito Radicale di “informarsi e informare il Parlamento” sullo stato del contagio, e sulle misure adottate all’interno dei penitenziari italiani. Certamente il ministro è a conoscenza del fatto che vivono in locali affollati e promiscuità circa 60mila detenuti, e che nelle celle non è assolutamente credibile che si possa assicurare e garantire la distanza minima di un metro l’uno dall’altro, come prescritto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalle norme emanate dal Governo di cui fa parte. Certamente il ministro sa che buona parte della popolazione carceraria è affetta da gravi patologie che abbassano notevolmente le difese immunitarie, e dunque favoriscono il contagio e la diffusione stessa del virus. Certamente il ministro sa che oltre ai 60mila detenuti “alloggiano” per buona parte della giornata, migliaia di agenti di polizia penitenziaria, di addetti ai lavori, di personale volontario, che costituiscono la spina dorsale del sistema carcerario italiano. Certamente il ministro sa che migliaia di persone entrano ed escono dai penitenziari, e dunque veicolano sia “dentro” che “fuori”, potenzialmente, il virus. Certamente tutto questo il ministro lo sa.

Non solo il ministro lo sa (ha il dovere di saperlo). Lo sappiamo anche noi giornalisti (abbiamo il dovere di saperlo). Eppure lo riferiamo solo ora, che dei detenuti sono morti; che degli istituti di pena sono stati devastati; che si sono consumate rivolte violente; che ancora sono in corso in vari penitenziari… Solo ora, se ne parla. Si “racconta” la situazione tecnicamente criminale, fuori-legge in cui versano le carceri italiane. “Prima” non era “notizia”. Ora lo è. Dunque il ministro della Giustizia è in errore: le proteste violente sono da condannare, certamente; ma qualche risultato l’hanno avuto: quello della “conoscenza”, della consapevolezza che c’è un problema enorme, una polveriera che esplode. Un qualcosa che rischia di diventare incontrollabile, se già non lo è.

Con il suo eterno sorriso (e che cosa ci sia da sorridere non si sa), il ministro Bonafede ripete come un mantra che inquieta invece di rassicurare, che di qualsiasi ipotesi di amnistia o indulto non se ne parla, neppure per quei detenuti che non si sono macchiati di reati di sangue, di gravi reati. Fermo nel suo NO, che impedisce di “alleggerire” la situazione nelle carceri, nelle celle, di decongestionare una realtà di giorno in giorno sempre più ingestibile. Neppure si sa se si prende in considerazione l’ipotesi, invocata dagli stessi operatori della giustizia, di provvedimenti che consentano alle Procure della Repubblica e alle Procure Generali di differire le emissioni di ordine di esecuzione della pena, in conseguenza della definitività della condanna. E dire che perfino un paese come l’Iran ha ritenuto di dover scarcerare almeno 50mila detenuti. Pensate: l’Iran… E in Italia, cosa si è fatto, cosa si fa, cosa si intende fare?

Scorriamo a questo punto le cronache e gli articoli di un qualunque quotidiano; sintonizziamoci su qualunque canale televisivo o radiofonico: si scopre ora che in Italia esiste un’emergenza carceri; che in luoghi dove dovrebbero esserci 40mila detenuti al massimo, ce ne sono oltre 60mila; che sono stipati come peggio non si può, in condizioni ripetutamente condannate da tutte le corti di giustizia possibili immaginabili.

Che la situazione sia drammatica da anni lo denunciavano Marco Pannella, Rita Bernardini, il Partito Radicale, “Nessuno tocchi Caino”. Da anni Pannella invocava – ascoltato solo da illuminati ambienti del mondo cattolico, e infine da tre pontefici, uno dei quali in carica – amnistia e indulto, primo, preliminare passaggio fondamentale per decongestionare le carceri; primo necessario passo di una più complessiva riforma dell’istituzione carceraria, del modo di amministrare la giustizia, del concepire la “pena”: sul solco di una tradizione di cui l’Italia dovrebbe essere orgogliosa: quella di Cesare Beccaria e del granduca Leopoldo di Toscana, fino a Piero Calamandrei. Per anni inascoltato, silenziato, svillaneggiato, Pannella ha insistito, fin con il suo ultimo respiro. E il Partito Radicale, “Nessuno tocchi Caino”, pochissimi altri, ora: digiuni, marce, sit-in, denunce e ricorsi giudiziari, tutto l’ampio catalogo dell’azione nonviolenta e pacifica.

Niente. Mortificati, negato il diritto a essere conosciuti; a potersi esprimere. Sapete citare un programma di approfondimento in TV pubblica o privata che sia che abbia ospitato Rita Bernardini o Irene Testa, Maurizio Turco o Sergio D’Elia, per dibattere, conoscere, e anche – beninteso – controbattere – le loro tesi e proposte? Uno solo, per favore. In quanto ai giornali: certo, fa “notizia” il ritorno a Londra del rampollo di casa Windsor e della di lui consorte. Ma le questioni del carcere, della giustizia; dell’umanità dolente che non sono solo i detenuti e le loro famiglie, ma anche gli agenti della polizia penitenziaria, gli operatori volontari, tutta quella “popolazione” che costituisce la spina dorsale del “sistema”?

Per accorgersi di questa realtà, le manifestazioni violente e le “evasioni” di questi giorni. Manifestazioni che si deprecabili, condannabili. Una cosa è sicura: a pagare i prezzi più alti saranno proprio i detenuti e le loro famiglie; pregiudicate proprio le cause che dicono di avere a cuore. Detto questo, e guardandoci diritti negli occhi: davvero ci dobbiamo considerare “assolti”? Davvero non ci viene il dubbio, alla Fabrizio De André, di essere comunque “coinvolti”?

E’ un classico: se la rivendicazione viene fatta facendo uso degli strumenti nonviolenti, come scioperi della fame, marce, sit-in, un’occhiata distratta. Al contrario, se ci si abbandona a qualche sconsiderato gesto di violenza, il “premio” sono paginate ed edizioni straordinarie.

Chi vuole propagandare e far conoscere una causa, siamo noi a “suggerire” come ci si deve comportare. Sarebbe ora che ci si facesse davvero carico del “messaggio” che volenti o nolenti veicoliamo, con i nostri silenzi, con le nostre enfatizzazioni.

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