La passione per la verità, un libro per smascherare e contrastare le fake news

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Ma è vero che in cinese l’ideogramma che esprime la parola crisi racchiude sia il pericolo che l’opportunità? Non sapendo nulla di linguistica orientale ho provato a fare una verifica ( potete farlo anche voi) e ho scoperto che è una interpretazione azzardata, anzi in realtà ho trovato scritto che è una “baggianata”. Eppure sta girando parecchio questa “fake” ( un problema evidentemente in agguato ovunque) in queste settimane così epocali, che stanno segnando le nostre vite e il nostro tempo. Conviene allora lasciare la Cina e tornare alla nostra tradizione e ricordare che crisi, che viene ovviamente dal greco, sta per momento difficile, la sua etimologia è legata alla scelta, alle decisioni forti. Un termine perfetto per descrivere quanto ci sta capitando.
Per farla breve riassumo alcuni nodi, solo alcune delle domande che ci troviamo oggi davanti. Che fine farà la cosiddetta globalizzazione? Cambierà di segno? Siamo in uno stato di necessità, giusto accettare limitazioni ai nostri movimenti, ma come possiamo esprimere i nostri diritti civili e costituzionali? Le tecnologie ci aiutano veramente a mantenere relazioni con gli altri? Sono sufficienti? Perché viviamo in un tempo così carico di emotività? E’ corretto per chi fa informazione e per chi la riceve che un unico argomento oscuri, anzi cancelli, tutti gli altri?
Le risposte arriveranno. Il superamento della “crisi” potrà anche produrre una nuova stagione di solidarietà fra gli esseri umani, indicazioni in tal senso non mancano, dipenderà da noi. Quello che intendo qui segnalare è che dei problemi oggi sul tappeto si è occupato un libro uscito a metà febbraio, “La Passione per la Verità” edito da Franco Angeli. Un lavoro a più voci, frutto di un’inedita “alleanza” fra due mondi che di solito non dialogano insieme: ricerca e informazione. Non è stato scritto da “profeti” che sapevano che qualche mese dopo la parola virale avrebbe totalmente cambiato di senso ritrovando quello originario, ma volevano “fotografare” lo stato delle cose contemporaneo. Per chi ha la pazienza ecco allora dodici punti contenuti in uno dei saggi, quello intitolato: “L’ecosistema informazione: senza cura per la verità la democrazia muore”. Solo una breve sintesi, speriamo di qualche utilità. Ogni lettore può decidere se le considerazioni siano attuali o meno.

Da “La Passione per la Verità”

1. Siamo alla frontiera del vero e del falso e tutti i grandi temi della contemporaneità ci vengono incontro. A puro titolo di esempio eccone alcuni: il nostro rapporto con un’incessante evoluzione tecnologica, la funzione e il peso della scienza e della competenza nel nostro mondo, il futuro stesso del vivere civile e del senso di quella espressione della sovranità popolare che chiamiamo democrazia. Se non comprendiamo che cosa nasconde in realtà questo valico allora non riusciamo a orientarci.

2. Prima di misurarci con la questione fake news dobbiamo capire la “forma di vita” in cui siamo calati, “intuire” che agiamo all’interno di un ecosistema complesso e frammentato. Il nostro presente è contrassegnato da assillanti progressi tecnologici, da problemi sociali crescenti, fratture generazionali e non possediamo facili formule vincenti per padroneggiare gli eventi

3. Prendiamo il nostro rapporto con gli strumenti tecnologici, quanto li conosciamo veramente? Ci affascinano perché contengono la promessa di migliorare la vita umana e potenziarla, il problema è che nascondono delle minacce. E’ la stessa logica che ispira la nostra dimensione di clienti/consumatori. Come ha spiegato magistralmente Zygmunt Bauman il consumo è un atto ambivalente. Esprime il dominio di chi ci impone l’acquisto di merci che non ci servono ma ci appare nel contempo soggettivamente come un gesto libero, una forma di realizzazione personale, tipica della modernità. Per questa ragione oggi abbiamo bisogno di una visione dialettica, mobile, dove i fattori in gioco sono analoghi ai principi dell’antica saggezza cinese, lo Yin e lo Yang, opposti fra loro ma complementari.

4. Se volessimo fare un ragionamento serio sul perché nella nostra epoca siano così condivise le teorie del complotto e della cospirazione, dovremmo partire da qui, dalle logiche narrative che si sono progressivamente affermate negli ultimi decenni. L’idea paranoica che ovunque ci siano segreti nascosti, forze oscure che pilotano da dietro le quinte la nostra vita, nasce sicuramente anche da questa “decostruzione” della realtà, iniziata con tutt’altri fini e spessore, ma poi approdata a una sorta di rifiuto della complessità a favore di risposte semplici, emotive, irrazionali.

5. Ci sono sociologhe e sociologi dei media negli Usa che affermano che il populismo sia stato un esito naturale dell’evoluzione del sistema della comunicazione, della banalizzazione di ogni concetto. “E’ la televisione che ci ha abituato a confondere verità e finzione” osserva giustamente Anna Maria Lorusso nel suo libro Postverità . Basti pensare, come esempio di questa “produzione di confusione”, a cosa è diventato da noi il “teatrino dei talk televisivi” dove sempre gli stessi volti di quella che è ormai una compagnia di giro parlano di tutto spesso senza sapere niente. Se noi volessimo analizzare a fondo, seriamente, la disputa che è esplosa sulla questione vaccini non dovremmo soltanto denunciare i “ciarlatani” che speculano sulle paure dei genitori. Dovremmo ricostruire cosa è successo in primo luogo nelle trasmissioni di grande ascolto dove le voci si sovrappongono, dove magari sono l’attrice o il cantante famosi a disquisire di salute dall’alto di una “competenza” figlia solo della loro popolarità. Meccanismi che si sono affiancati alla cosiddetta crisi dell’esperto, della sua credibilità. Il discorso si intreccia con quello della specializzazione estrema nella nostra società.

6. Per poter analizzare con efficacia e non solo in modo retorico il problema abbiamo compreso che alle “colpe dei social” non si contrappone un’innocenza dei media, del mercato, del potere, dei grandi interessi. Non siamo stati improvvisamente contaminati da corpi estranei arrivati dallo spazio.

7. Il punto però veramente importante da comprendere è che siamo tutti coinvolti in questa dimensione di vita. C’è una presunzione, forse la peggiore, che spesso ha chi svolge un’attività intellettuale. Quella di vedersi in cattedra, protetto da un’immunità di ceto alimentata dalla certezza che i problemi riguardino sempre gli altri mai noi in prima persona. E invece in questo ambiente mediatico “balcanizzato” siamo dentro tutti fino al collo. E anche se fortunatamente non siamo degli ingannatori seriali, le camere dell’eco, la tentazione della reazione immediata alla notizia che conferma la nostra visione del mondo ci riguardano direttamente. Per cui il primo antidoto, il primo consiglio da dare a ciascuno di noi, a se stessi, è più o meno questo: qualsiasi notizia ci raggiunga, qualsiasi cosa le televisioni trasmettano in diretta, qualsiasi hashtag domini Twitter, prendiamo tempo, riflettiamo, contiamo sempre fino a dieci prima di condividere, reagire, pubblicare.

8. La comunicazione contemporanea è un sistema complesso e sfaccettato, ma la complessità, come ha spiegato il sociologo e filosofo Edgar Morin, “è una parola problema, non una parola soluzione” anche perché “l’imprevedibilità e il paradosso sono sempre presenti”. Questa considerazione deve essere per noi un faro che ci aiuta a cercare soluzioni partendo dalla consapevolezza della profondità dei problemi. Detto questo, chi fa informazione, pena la negazione della sua ragion d’essere, non può arrendersi alla totale indeterminatezza perché la realtà esiste e non tutte le interpretazioni sono uguali. Alcune sono attendibili, degne di fiducia e suffragate da dati concreti frutto di un lavoro di ricerca serio, altre no.

9. Al confine fra il vero e il falso la cosa realmente importante da fare è smascherare la falsità, l’inganno, la menzogna. Già abbiamo detto che ciò che altrimenti è a rischio è la solidità della nostra sfera pubblica perché non basta una crocetta su una scheda nel giorno delle elezioni a fare di uno stato una democrazia. Ma chi è che la minaccia? Si tratta unicamente di isolati “odiatori” paranoici armati di tastiera se non peggio? Non è proprio così, gli aggressori verbali sono la punta di un iceberg. Ece Temelkuran, giornalista turca oggi in esilio, ha scritto un libro illuminante “Come sfasciare un paese in sette mosse. La via che porta dal populismo alla dittatura”. E’ la testimonianza di una donna determinata e tenace che ha subito sulla sua pelle l’autoritarismo di Erdogan. Non si limita però a raccontare le persecuzioni subite da tantissime persone libere nel suo paese, fa un’operazione di ben altro respiro, mette in guardia il mondo perché la malattia è contagiosa, siamo davanti a una pandemia. “Cosa posso fare io per voi?” si chiede non certo retoricamente Ece, intendendo “voi che vivete in paesi dove esistono ancora garanzie”. Che poi saremmo noi europei e occidentali, chiamati a alzare la guardia. Lei racconta il processo degenerativo turco, lo sintetizza in sette punti e spiega che può riprodursi ovunque. “Disgrega la logica, spargi il terrore nella comunicazione” è questa una delle prime mosse del moderno autocrate. Ed è quanto avvenuto anche in paesi dove formalmente si vota ma non c’è più una competizione politica onesta e paritaria perché il dissenso è stato colpito e ridotto all’impotenza.

10. E qui siamo a un punto politico nel senso etimologico del termine perché riguarda la polis, la vita pubblica delle nostre comunità. Già abbiamo detto che ogni tipo di mediazione culturale o professionale è stata messa in crisi in questi anni dalle nuove tecnologie della comunicazione, ma c’è qualcuno che questa situazione l’ha sfruttata per ricavarne uno spazio d’azione. In tutto il mondo “la nuova destra populista nazionalista” ha trasformato la propria propaganda in una continua chiamata alle armi. “Mobilitare i sostenitori e sabotare gli oppositori sono diventati i mezzi tramite i quali viene condotta oggi la competizione politica” scrive William Davies in “Stati Nervosi”, un libro prezioso per capire il nostro tempo. “La sfera pubblica si sta organizzando intorno a principi di conflitto, attacco e difesa”. C’è insomma una “militarizzazione” strisciante che ha come pretesto le migrazioni o i diritti civili (di quelli sociali non parla nessuno) e come arma la provocazione continua e il rilancio di parole d’ordine estreme. L’obiettivo è la conquista del consenso/potere dando in pasto costantemente ai propri sostenitori dei nemici da sbranare. In questo quadro ogni soggetto che si presenti come neutrale, per il fatto stesso che non è organico allo schieramento nazionalista populista, finisce inesorabilmente sotto attacco. Per questo oggi la ricerca della “verità dei fatti” ha bisogno, secondo Davies, di un alleato fondamentale, il coraggio.

11. La parola chiave da usare è un’altra, accuratezza. Un concetto troppo spesso dimenticato da chi fa informazione. Sta per impegno attento e diligente, premuroso. L’accuratezza non è la precisione, spesso impossibile da raggiungere nel flusso immediato delle notizie, ma è l’attenzione a fare bene una cosa. Viene da cura, una figura che ci arriva dalla mitologia e che contiene una saggezza antica e meravigliosa, in sostanza significa dedicare a qualcosa tempo e riflessione.
E’ esattamente il contrario di quanto accade oggi nel nostro sistema informativo, sempre nevrotico, spesso isterico nel voler raggiungere subito conclusioni, trovare colpevoli. Mettiamogli allora accanto un’altra parola chiave, alleanza. Intendendo quella col pubblico, perché un’informazione “accurata” deve vedere nei cittadini degli alleati. Prodotti soltanto commerciali, ispirati a logiche di marketing, non possono ambire a svolgere un pubblico servizio. E’ una contraddizione che va sciolta: l’allarmismo conquista l’attenzione immediata ma non va oltre, anzi favorisce solo chi poi lo sfrutta politicamente proprio per comprimere la libera informazione. Si dirà che c’è il mercato. E non lo nega nessuno, ma negli Stati Uniti, quasi per una sorta di contraccolpo dialettico provocato dagli attacchi di Trump, la comunità di chi legge e segue le news si è recentemente riavvicinata a alcune prestigiose testate che sono state capaci di alzare i propri standard di affidabilità. La stessa operazione l’ha fatta il britannico Guardian tornato in attivo proponendo a lettrici e lettori (senza imporre abbonamenti obbligatori) forme di sottoscrizione a sostegno di un’informazione in cui si riconoscono. Da noi qualcosa di simile sta avvenendo soprattutto su iniziativa di siti di news di età relativamente giovane che, non a caso, propongono “le notizie spiegate bene”.

12. Il giornalismo dovrebbe rendere trasparenti le proprie procedure, parlarne pubblicamente. Vuoi che il paese sia una “casa di vetro”, devi cominciare da te stesso. Spiegare come lavori, perché scegli certi temi, e poi ammettere gli errori, consentire al pubblico di partecipare alla realizzazione del giornale. In effetti come fai a allearti con la cittadinanza se segui regole che vengono dettate dal marketing, da obiettivi di vendita del prodotto, se magari speculi morbosamente su una disgrazia? L’altissimo spazio dato alla nera, reiterando all’infinito una storia magari senza che ci siano novità, cosa ha in comune con il compito di “illuminare la democrazia”? La via è una sola, occorre pensare e ripensare alla propria attività.
E’ un’educazione al dubbio che non indebolisce chi si occupa di notizie ma consente di essere all’altezza della sfida. Siamo su un versante del crinale/confine dove lo sguardo va rivolto pure alle istituzioni culturali, l’Università e chi si occupa di ricerca. Anche qui ci troviamo di fronte a un enorme paradosso. Tutti, persino in Italia, convengono sul fatto che la comunicazione produca oggi effetti in ogni campo della vita sociale. Eppure nelle scuole si fa molto poco (solo progetti sperimentali) per accrescere l’alfabetizzazione mediatica di chi studia. Ci sono due equivoci micidiali: che questa sia una sfera del sapere che non merita di essere analizzata e studiata o che sia un campo dove poi le cose si aggiustano da sole. Sembra di essere fermi alle discussioni di mezzo secolo fa figlie della contrapposizione fra “cultura bassa e cultura alta”.
E invece un lavoro pedagogico sui media, una strutturata educazione al loro uso sono assolutamente indispensabili, molto più utili di qualsiasi fact checking. E’ dimostrato che le persone capaci di leggerle criticamente reagiscono alle news in maniera completamente diversa da quelle che invece le subiscono senza capire cosa stia avvenendo. Solo chi riesce a dare un contesto a una notizia esce dalla passività, prende coscienza delle dinamiche e delle narrazioni dominanti. Vale per qualsiasi aspetto della nostra vita sociale dove la spettacolarizzazione degli eventi e la loro trasformazione in intrattenimento sono sempre in agguato. Soltanto conoscendo linguaggio e codici della comunicazione, possiamo ribaltare i processi che “deformano la percezione”.
Il giornalismo è dentro lo stesso “mondo della vita” dell’Università, di chiunque si occupi di cultura. “Fare la verità” significa sempre aumentare le proprie fonti, renderle pubbliche, dialogare con la cittadinanza uscendo dalle cittadelle delle professioni e delle categorie. E se la verità, come abbiamo più volte ribadito, non è un possesso, può essere però una passione, un impegno, un lavoro, una fatica, una avventura. Si basa su una spinta etica che produce una riflessione su dove stia il potere, quello nascosto ma “autentico”, che gestisce e manipola la vita delle persone. L’articolazione delle opinioni fra quanti fanno informazione è un bene prezioso, l’importante è contrastare chi vuole demolire la fiducia in qualsiasi cosa perché allora non c’è più giornalismo, ma un’informazione che nega se stessa approfittando della fiducia dei suoi utenti.
Le tentazioni pericolose sono quelle dell’arroganza e della presunzione. Ma serve pure una visione che vada oltre. Può esistere verità in un mondo dove vengono compressi libertà, giustizia sociale, uguaglianza fra le persone? Il punto è che è perfettamente inutile riempirsi la bocca di belle parole, ma occorre essere conseguenti nell’azione, raccontare davvero le periferie, non limitarsi a enunciare il proposito
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