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#ioresto a casa. Va bene, ma vigiliamo sulla nostra democrazia

 

Da portavoce di Articolo 21 ma soprattutto da comune cittadina, mi sento di condividere con voi una certa apprensione che si è accresciuta ulteriormente da sabato a oggi. Parlo in prima persona, contravvenendo al dettato che a noi giornalisti imporrebbe un più neutro “noi” o una terza persona, proprio perché queste righe vogliono essere solo un contributo alla riflessione comune.
Sono preoccupata come tutti per questa epidemia, non voglio essere fraintesa. Non tanto per me, ma per le persone a cui sono più legata, due figli che si trovano la prima a Monaco di Baviera e il secondo a Milano, entrambi per lavoro. E poi altre persone, parenti e persone care, di età e condizioni diverse, chi più chi meno a rischio anche di vita, almeno per chi è più avanti con l’età o in uno stato di salute non ottimale. Ma mi preoccupo anche per chi non conosco di persona e magari incontro casualmente per strada (ormai quasi un’eccezione) o al supermercato, e cerco di non respirargli di fronte, perché potrei essere contagiata senza saperlo e metterlo in pericolo. Quanti lo fanno poi, o pensano solo a proteggere se stessi?

Eppure in questo momento non riesco ad evitare un senso di angoscia ulteriore, per la fase delicatissima e pericolosissima che sta attraversando la nostra democrazia. Mi sento di dire che sia un bene che tutto questo stia accadendo ora invece che anche solo sei-sette mesi fa con un governo e una maggioranza ben diversi. Eppure l’angoscia resta. I decreti sicurezza (i cosiddetti decreti Salvini) sono ancora lì, e incombono; vedo crescere la voglia di muri, persino dal sud verso il nord, da chi può permettersi di girare in auto propria verso chi è costretto a usare bus o metro; e dalla politica non arrivano segnali rassicuranti.

Non contesto le scelte dell’ultimo Dpcm, la prudenza, quando sono in ballo vite umane, è sacrosanta e prevenire il peggio è dovuto. Ma sento crescere anche la tentazione dell’uomo solo al comando, si insiste sull’idea di un “supercommissario” all’emergenza coronavirus e fare nomi che non mi rassicurano per nulla, richiamando alla memoria momenti bui della nostra storia recente, dal G8 di Genova allo scandalo del G8 della Maddalena. Ma non c’è già un commissario nella persona del capo della Protezione civile? E un governo bene o male eletto democraticamente dal Parlamento e che è tutto impegnato ad affrontare questa emergenza, ha proprio bisogno di demandare i propri compiti a un “supercommissario”? E nel frattempo il Parlamento lavora a ranghi ridotti, per comprensibili motivi di prudenza e la necessità di contenere il rischio di contagio in luoghi chiusi. Ma come saranno scelti i parlamentari che potranno essere presenti? A chi sarà demandata la responsabilità (o l’arbitrio?) di sceglierli?

Mentre la Rai, il Servizio pubblico radiotelevisivo che dovrebbe mobilitare tutte le sue forze per spiegare al di là della mera cronaca dei numeri (come verificati?), chiude ogni giorno programmi, di approfondimento come di intrattenimento, ma sempre finestre di comunicazione. Il rischio è che entro breve non ci sarà altro che un susseguirsi di collegamenti con l’esterno degli ospedali o la diretta dalla Protezione civile o da Palazzo Chigi (con grande rispetto e riconoscenza per colleghe e colleghi stressati da turni pesanti e magari anche loro preoccupati per famiglie e amici). E lo stesso accade anche nelle reti private, e vi assicuro che, pur trattandosi di concorrenza (lo dico da giornalista Rai) non è consolante. Anzi.

La responsabilità dell’informazione in questo momento è massima: supportare il richiamo del governo al senso civico di ciascuno è compito primario, ma dev’essere accompagnato dal dovere deontologico di vigilare, prima di tutto sui diritti dei più deboli, in ultima analisi sulla salvaguardia dei principi costituzionali che sono alla base della nostra sana vita democratica.

Memore dei decenni passati che di tentativi para golpisti ne hanno visto diversi, mi sento di invitare tutte e tutti a essere responsabili, nel proteggere gli altri dai rischi dell’epidemia, nel cogliere anche le occasioni per una svolta positiva che modifichi quanto, soprattutto in termini di giustizia e diritti, ha dimostrato falle sistemiche, ma anche a vigilare perché nelle pieghe della gestione emergenziale non s’introduca una pericolosa, e non so quanto realmente funzionale ed efficace, deriva verso una democrazia autoritaria che lascerà il segno, come lascerà il segno questa epidemia.

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