“Forte respiro rapido” – di Marco Risi

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«Ho fatto un esame di coscienza. Non sono orgoglioso di me. Sono stato stupido, infedele, bugiardo, vile, ipocrita, fatuo, furbo, vanesio, indecente, annoiato, triste, invidioso, disperato. Ma anche buono, generoso, innamorato, fedele, allegro, sognatore, dubbioso, timido, ingenuo, ignorante, educato, rispettoso, onesto. Ho amato molto la natura, il mare, le donne, il cinema, il teatro, i viaggi, i libri, la musica, il vino, le fragole con la panna, gli spaghetti alla puttanesca, la cioccolata, le paste di mandorla».

Così scriveva nei suoi appunti il regista Dino Risi, il principe della commedia all’italiana, autore di Il sorpasso, film di culto, e di Una vita difficile, un vero capolavoro e un testo di storia, per una volta con la s minuscola, per chi desiderasse percepire come materia viva, nelle emozioni e non solo nel nozionismo, il passaggio del nostro Paese dalla guerra al dopoguerra, dalla povertà al boom economico, dagli ideali adamantini all’inciucio quotidiano; interprete un Alberto Sordi gigantesco, mai così credibile, intenso e commovente in tutta la sua carriera, mai così ‘eroicamente’ italiano.

Padre di Marco Risi, egli stesso noto regista e autore del libro, Dino era milanese, laureato in medicina come il fratello Nelo, nella tradizione di famiglia, ma presto attratto dal mondo dello spettacolo. Assistente di Mario Soldati, durante le riprese di “Piccolo mondo antico” aveva soffiato sotto il naso l’avvenente Alida Valli al maturo cineasta che spasimava per la sua prima attrice.  Giovanotto bellissimo era stato poi un bellissimo vecchio, spesso scambiato per Gianni Agnelli al punto che una volta, accostato con umile gratitudine dalla moglie di un operaio della Fiat passato a miglior vita dopo decenni di catena di montaggio, per non deluderla aveva sostenuto di buon grado il ruolo dell’Avvocato (la r blesa l’aveva già al naturale) gratificando la vedova con un autorevole: “Come no. Ottimo elemento”.

L’ascendente sulle donne non gli era mai venuto meno, nemmeno in età veneranda; tra i giurati del Festival del Mar della Plata, era sparito all’improvviso per baciarsi, dietro una colonna del salone d’onore, con una hostess del festival: “lui quasi ottanta, lei venticinque”.

“Vita”, commenta semplicemente il figlio scrittore, conoscendo bene l’amore vorace del paterno genitore nei confronti dell’esistenza, e testimoniandone a ciglio asciutto le innumerevoli debolezze, da imperterrito cronista:

“Pomeriggio primaverile, io attraverso la strada, via Bissolati, appena uscito dal cinema Fiamma dove avevo visto chissà cosa. Lui arrivava spedito con la Pagoda decappottabile. Fu costretto a rallentare, a fermarsi. Io di fronte al muso della Mercedes. Seduta accanto a lui c’era Alicia la bionda. Li guardo, prima lui e poi lei. Lui ha solo un attimo di imbarazzo ma non si perde d’animo, accosta, abbassa il finestrino elettrico e mi dice: «Hai messo le mie scarpe, eh?»”.

D’altro canto il regista de I mostri, sosteneva “di non essersi mai sposato ma di aver assistito al proprio matrimonio”: una battuta spiazzante, alla Flaiano, intinta nel medesimo inchiostro. Eppure le sue lettere d’amore a Claudia, riportate nel volume, parlano di un corteggiamento rovente e tenace. Nel 1944 in Svizzera, all’Hotel Palace dove era sfollato durante la guerra avendo per compagni di ventura Franco Brusati, Livio garzanti, Giorgio Strehler, “arrivò come caduta dal cielo, una ragazza alta, bella, bionda. All’inizio ci fu un mormorio sommesso, indistinto, qualcuno si era voltato, poi si erano voltati tutti e la Claudia Mosca, sì, alla milanese, con l’articolo, figlia del medico del paese, quella che poi sarebbe diventata mia madre, fece il suo ingresso fra due onde di italiani allupati che sempre più forte fecero crescere un “ohhhhh” di entusiasmo con applauso finale”.

Il capitolo intitolato “Mia madre”, e gli altri dedicati al rapporto con lei, sono struggenti e senza ombre. Quale figlio maschio non è stato segretamente innamorato della madre?

Era il 1962, l’anno della morte di Marilyn Monroe, nella casa al mare di Sabaudia. Il bambino aveva undici anni: “In un pomeriggio, caldissimo, ero sul letto matrimoniale in camera della mamma per il riposino pomeridiano, ma non avevo nessuna voglia di dormire. (…) Lei era in sottoveste nera, lì accanto, sdraiata sopra il lenzuolo. Stava leggendo un giallo Mondadori. Mi avvicinai, sentivo il suo profumo, lo stesso di Marilyn. L’abbracciai, ma non era un abbraccio innocente, cercavo qualcosa anche se forse non sapevo ancora cosa. Lei capì e fece finta di niente. Non mi scacciò ma la sua indifferenza, «sta’ buono, dormi…», mi smontò. (…) Intuii che quella era una cosa che non si faceva o che non si poteva fare con la mamma”.

Ma al centro della narrazione aleggia instancabile lo spirito del padre.

Dino che ripensando al suo film più amato dagli italiani e all’incidente dei due protagonisti nella Lancia sport strombazzante alla curva di Calafuria sull’Aurelia, vagheggiava una fine non dissimile, in modo che i giornali potessero titolare: “Muore in un sorpasso il regista del Sorpasso”.

Dino a cui non piaceva il cinema impegnato e poco amava Luchino Visconti: “Un finto comunista che nascondeva le cicche delle sigarette sotto al tappeto per vedere se il cameriere puliva veramente”. Oppure liquidava Antonioni: “Un genio con lampi di imbecillità”. E di Ingmar Bergman argomentava: “Era bravo Bergman. Meno quando si occupava di Dio… Forse è per questo che il Padreterno gli ha fatto uno scherzo… l’ha fatto morire insieme ad Antonioni.”

Dino che quando una serata si protraeva oltre il sopportabile, apostrofava gli invitati: “Se fossi a casa vostra andrei a casa mia!”. E gareggiava con Vittorio Gassman a chi per primo sarebbe riuscito a conquistare la protagonista del film di turno, di cui in parecchi casi avevano condiviso i favori. Benché il Mattatore non ammettesse competizione: “Tra i Risi e i Gassman hanno sempre vinto i Gassman!”

Dino che aveva avuto per amante storica la devota Leontine, favolosa girl delle Bluebell, che per i novant’anni di lui aveva dichiarato: “All’inizio ero sua figlia, poi l’amante, e alla fine la mamma!”

Dino che aveva diretto un certo film, non memorabile, soltanto per spassarsela con Anita Ekberg, seppure in quel frangente in condominio con Fellini. Il quale molti anni dopo gli aveva telefonato per andare a trovare Anitona che non stava tanto bene: “In fondo è stata un po’ la nostra mamma”, gli disse.

Dino che quando la moglie Claudia preferì separare i domicili, era andato a vivere “per qualche settimana” al residence di Via Aldrovandi dove era rimasto per i successivi trent’anni.

Dino che ormai molto avanti in età non si rassegnava a usare il bastone ed era caduto per strada tornando da casa del fratello Nelo. E la volta successiva, cadendo di nuovo, aveva sentito “una fucilata e una pallottola che lo colpiva”; il defibrillatore che aveva rimesso in moto il suo cuore.

Dino che muore nel suo residence, e il figlio, quando arriva, non trova la forza per entrare nella stanza in cui l’hanno composto, né per mantenere la macabra promessa che aveva fatto al padre. Inflessibile con lui fino agli ultimi respiri; quando il figlio gli telefonava trepidante dal set per raccomandargli di mangiare e di non trascurarsi, gli rispondeva brusco nella cornetta: “Tu pensa al tuo film”.

Se ora temete che vi abbia raccontato tutto il libro, siete fuori strada; neppure un modesto aperitivo, per un racconto che non sono riuscito ancora a decifrare dentro di me, e decidere se sia più umoristico o commovente, più sincero o sentimentale, più intelligente o spavaldo, più pubblico o privato.

Ma allora, il libro di Marco è interamente sul padre? No, è un intreccio da cui l’autore non riesce, per nostra fortuna, a districarsi. E ogni pretesto è buono per tornare al genitore, non a caso l’occhiello sotto il titolo recita: La mia vita con Dino Risi.

Però Marco Risi è di sé che racconta, senza risparmio: le sue abitazioni, le domestiche di casa, i primi baci furtivi da quando aveva appena otto anni, la Gina e poi la Pierina e gli amori ancillari. La Roma di allora, le vacanze estive al Lido di Cincinnato e poi nella splendida dimora di Punta Rossa, al Circeo. E la storica casa sulla Cassia.  Quando una giornalista gli chiede come mai non avesse fatto il ‘68, risponde: “Stavo sulla Cassia”. Una battuta che sembra rubata al repertorio paterno, forgiata a tanta scuola. Chiunque a Roma ne percepisce la profonda e sfuggente verità.

Nelle 252 pagine di autentico godimento letterario, troverete i suoi compagni di scuola al San Giuseppe De Merode di Piazza di Spagna, Carlo Torlonia, Giorgio Fanfani, l’adorato Carlo Vanzina; le sue compagne di vita, le madri dei suoi figli; incontrerete il buio della depressione, e i succedanei di suo padre, del resto non meno amati e forse più amabili, Ettore Scola e Vittorio Gassman. E naturalmente avrete qualche notizia, poche, come conviene a un gentiluomo, sui suoi film; tutti d’autore e alcuni famosi, Mery per sempre, Il muro di gomma, Fortapàsc; oltre lo straordinario, nel senso più puro del termine, L’ultimo capodanno. Rifiutato dal pubblico vacillante sulla soglia del nuovo millennio, e da suo padre, che quando lesse la sceneggiatura sentenziò: “Se fossi al posto tuo, farei di tutto per non farlo”.

Poi ci fu la prima, alla cui proiezione era intervenuto anche Dino. Nella confusione della ressa il figlio lo raggiunge: “Mi avvicinai, lui fece un passo verso di me. Gli occhi gli brillavano. Capii dal suo sorriso che era contento, molto. Lo abbracciai e, caso raro, anche lui mi abbracciò e, cosa ancora più importante, mi disse all’orecchio: «Avevi ragione!»”.

Vi sembra facile fare i conti con un padre di tale caratura? Famosissimo, sardonico, anaffettivo, egoista, trasgressivo; eppure Marco c’è riuscito, con stile e lucidità, con fluida accattivante dolcezza. Con quanto dolore e con quanto divertimento lo giudicheranno i lettori. C’è riuscito, e a me l’impresa è parsa stupefacente; neppure i figli di Giove, che erano a loro volta degli dei, si erano spinti a tanta azzardo.


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