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Coronavirus: telelavoro e ordini secchi, il modello che piace agli editori

 

Una volta passata l’emergenza, il Coronavirus rischia di lasciare ampi strascichi. Nulla sarà come prima. Negli ingranaggi sociali e produttivi. Nel mondo del lavoro e della sua organizzazione. Negli uffici, negli studi professionali, nelle grandi e piccole aziende, nelle imprese editoriali e, segnatamente, nelle redazioni giornali.

In questi giorni è già “prova generale”.

La chiave di volta o di “svolta” si chiama per l’occasione smart working. O, più comunemente, telelavoro. In via di sperimentazione su larga scala. Nel tripudio dei tecnici informatici che, necessari come i medici, si trovano anch’essi in prima linea a gestire, nell’emergenza, la nuove organizzazione del lavoro degli impiegati come dei manager o dei giornalisti da casa. Con necessità di adattare i computer alle nuove esigenze e al nuovo dialogo dentro/fuori e viceversa, tra connessioni, allacciamento ai server centrali delle società, videoconferenze – con rischi di crash improvvisi dei sistemi – nuove gerarchie e catene di comando, verticalizzazione del processo decisionale, di comunicazione e di discussione interna.

 I racconti e le storie sono le più diverse. Ovviamente riservati, e da annoverare come scambi di informazioni e opinioni tra colleghi. Socializzazione di esperienze. A “la Repubblica”, per esempio, un 70% dei redattori oggi è dedito al telelavoro e un 30% a funzioni miste, flessibili: un po’ da casa, un po’ in redazione. Ma, novità, anche i deskisti praticano il telelavoro, non solo chi scrive. Tra i presenti, il 90% è composto dai vertici, direttore, vice, ufficio centrale dei caporedattori, capiservizio.

Al Corriere della Sera, invece, gran parte della struttura dirigente è in servizio in via Solferino, ma il grosso della redazione lavora da casa mentre nell’ufficio romano di corrispondenza solo un terzo è presente in via Campania. Anche perché risale a due anni fa il rinnovo del parco computer e chi allora ha scelto il portatile oggi ha potuto optare per il lavoro da remoto; chi invece ha scelto il fisso deve sottoporsi ad un adattamento dello strumento di lavoro.

 Nel quotidiano milanese, tuttavia, le difficoltà non sono poche. “La rete non è tarata perché questo tipo di traffico ed è un miracolo se ogni giorno si riesce a chiudere il giornale e arrivare in edicola”. Ma quello del rischio crash è un problema generale, che riguarda anche i sistemi delle grandi aziende, delle banche, degli uffici in genere.

Se i giornali sono risaliti un po’ nelle vendite, guadagnando un po’ di copie all’interno di un quadro generale che porta sempre il segno meno davanti, chi va a gonfie vele è il web, siti di giornali e agenzie di stampa, che in alcuni casi sono persino vicini al raddoppio dei contatti e delle pagine visitate. “Anche se questo non comporta nessun guadagno aggiuntivo – si precisa – perché c’è una tendenziale caduta delle inserzioni pubblicitarie e degli introiti”.

Il timore generale, tuttavia, derivante da questa nuova e sperimentale riorganizzazione del lavoro è che, al termine di questo viaggio del Coronavirus per il nostro Paese, “si possa scoprire che i giornali si possono fare anche con meno persone e che gli editori – magari i più spregiudicati – in sede di trattativa per il rinnovo di un contratto di lavoro già da lungo tempo scaduto, “possano accampare pretese con la Fnsi su organici, salari, compensi, qualifiche, mansioni, forzando la mano su una radicale revisione del contratto”, visto che per un periodo “i giornali si sono potuti fare con una presenza media del 30% delle forze”.

“Prima di consegnarci mani e piedi ad una organizzazione del lavoro siffatta – è il ragionamento che si sta facendo dentro i corpi redazionali in queste ore – bisognerà riflettere con calma e facendo molta attenzione”. Ma c’è anche un’altra preoccupazione: in un mondo dove si lavora “da remoto”, da casa, a distanza, ci si parla in videoconferenza – come avviene in queste settimane di emergenza da Covid19 – dove potrò finire lo spirito e il carattere di un prodotto “intellettuale collettivo” e comunitario, quale è sempre stato il giornale? Che fine farà mai quel poco di riunione di redazione che è ancora rimasto?

Da tempo, infatti, i giornali non sono più quel terreno dove “ognuno portava il suo personale modo di interpretare la realtà, così come ci porta le sue informazioni, i suoi gusti, le sue delusioni“ – scriveva Miriam Mafai in “Il giornalista’”pamphlet edito da Laterza nel 1986 – e dove “la riunione delle 10,30 del mattino è il luogo in cui questo confronto si manifesta liberamente”. “La discussione collettiva – riflette più d’uno oggi – è assai diversa se in collegamento o in telelavoro”.

Insomma, il timore è che la vita interna e la discussione si sfilacci ancor di più a favore di riunioni rapide, brevi, sempre più operative, tecniche, svuotate di senso, a discapito del quotidiano incontro delle 10,30 che era al tempo stesso “un atto unico, una sceneggiata e, qualche volta, persino una comune seduta di autocoscienza”, annotava sempre Mafai. Del resto, “già oggi – non manca chi rileva – si riconoscono ad occhio nudo i giornali nei quali si discute di più e si differenziano da quelli in cui si parla e ci si confronta di meno”. Tra questi, viene indicata unanimemente “La Stampa “ di Torino, che da pochi giorni ha rivoluzionato la propria organizzazione interna all’insegna del principio e della filosofia “Digital First” – dove tutto ruota intorno alla organizzazione e al sistema digitale –, ciò che “ha reso il giornale di carta decisamente più compilativo e freddo”. Ma tutti i grandi giornali, chi più chi meno, in questi giorni “sembrano mancare di un centro gravitazionale, con pochi fatti al centro e scarse capacità di scelta”. Capita spesso al Corriere della Sera e talvolta a la Repubblica, mentre Il Giornale, Libero, Il Fatto Quotidiano si presentano con una carica polemica che li fa essere per lo più divisivi mentre il Paese manifesta un’esigenza di unità e coralità. 

Domanda finale: l’emergenza da coronavirus porta dei rischi sulla organizzazione del lavoro, ma non potrebbe invece essere colta come una straordinaria occasione per ricucire l’antico rapporto sentimentale tra giornale e lettori?”

(articolo di Alberto Ferrigolo per professionereporter.eu)

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