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Recensione a “Fabbrica Futuro” di Marco Bentivogli e Diodato Pirone (Egea-UniBocconi, 2019)

 

Le linee di tendenza in atto nel mondo sono il ritorno alla fabbrica e la diffusione a macchia di leopardo di nuove filiere di valore. Con Fabbrica Futuro, Marco Bentivogli e Diodato Pirone intendono focalizzare l’attenzione su un Paese, l’Italia, che appare in larga misura inconsapevole o distratto e che, invece, non può permettersi di restare ai margini.

L’industria italiana, sottolineano gli autori, è una delle vittime del processo di mitriadismo, ovvero dell’assuefazione a dosi piccole ma quotidiane di “un veleno fatto di cifre sbagliate o false o distorte da strumentalizzazioni”, di commenti semplicistici, da notizie magari anche vere ma quasi sempre decontestualizzate e prive di un valido confronto.

I lavoratori, non solo gli operai, assumono quasi sempre il profilo di vittime destinate al sacrificio invece di veri e propri protagonisti dell’evoluzione del lavoro.

Per Bentivogli e Diodato necessita innanzitutto liberarsi da una visione della fabbrica ferma al Novecento. La manifattura si è evoluta tantissimo e, assieme alla capacità di intrapresa e al lavoro fondato sulla competenza, “è tornata a essere il caposaldo di una società il più possibile equa, solidale, inclusiva, democratica”.

All’indomani della grande crisi finanziaria del 2008, sono stati gli Stati Uniti i primi a riscoprire la fabbrica.

L’occupazione del settore industriale Usa è passata da 11.5milioni di unità del gennaio 2010 a quota 12.8milioni del gennaio 2019. Stando ai dati diffusi dal Bureau of Labor Statistics, l’industria americana assicura 120-150mila posto di lavoro in più ogni anno, da quasi dieci anni.

Ciò contribuirebbe molto a sfatare il mito ben radicato anche in Italia ormai che associa l’innovazione tecnologica alla compressione dei posti di lavoro industriali.

Bentivogli e Pirone sottolineano con forza come il caso americano dovrebbe costituire una lezione importante per un Paese manifatturiero come l’Italia.

Una svolta che fu colta in tutta la sua portata dalla FIAT sotto la guida di Sergio Marchionne ma che non è stata assimilata e ben compresa dal Paese in generale. Eppure “anche l’industria italiana è tornata a creare posti di lavoro”, che a fine 2018 sono risaliti intorno a quota 4milioni, con una crescita di 2.5 punti percentuali circa nel biennio 2017-2018.

La ragione ultima per la quale Bentivogli e Pirone hanno scritto Fabbrica Futuro è la volontà, da loro considerata una utile necessità, di dare voce a una realtà industriale italiana strategica, ovvero le fabbriche FCA, “che sembra rimasta afona”.

Gli autori sottolineano come l’opinione pubblica italiana semplicemente ignora che dagli stabilimenti italiani di Fiat Chrysler nel 2019 sono usciti tra gli 800 e i 900mila veicoli, vi lavorano 57mila persone che assicurano fra il 2 e il 3 per cento del Pil e oltre 20miliardi di export. Questi stabilimenti, inoltre, rappresentano la punta di un iceberg di una filiera composta da 2190 aziende della componentistica, che generano 46miliardi di fatturato, hanno 156mila addetti e garantiscono circa 5miliardi di attivo della bilancia commerciale.

Analizzano a fondo la situazione attualmente presente negli stabilimenti FCA in territorio italiano, sottolineando come la vecchia FIAT ormai ha profondamente cambiato la propria cultura del lavoro. L’aumento della componente intellettiva nel lavoro operaio è un processo che già si tocca con mano e che “è destinato a importanti sviluppi nei prossimi anni”.

Soffrono mille problemi quelle fabbriche e ciò è innegabile ma è nell’intenzione degli autori la volontà di non vederle solo come degli stipendifici. La loro presenza nel territorio fa ancora da ascensore sociale e assicura robustezza alle aree territoriali nelle quali sono inserite.

A dimostrazione di ciò Bentivogli e Pirone riportano una luna serie di esempi, tra i quali:

  • le donne-capo che gestiscono Pomigliano;
  • il basso tasso di divorzi fra i lavoratori FCA di Melfi rispetto alla media regionale;
  • la scelta di Sevel (la joint venture tra FCA e PSA) che forma e assume giovani supertecnici direttamente nelle scuole.

Eppure il ricco patrimonio umano e tecnico dell’automotive italiano oggi corre rischi serissimi.

Entro i prossimi dieci anni vetture elettrificate, autonome e condivise trasformeranno “l’oggetto automobile in una sorta di computer su quattro ruote”, da usare e produrre in maniera molto differente rispetto all’oggi. Quote sempre maggiori di valore aggiunto dell’industria auto dovranno essere dirottate verso i produttori di batterie e di tecnologie. Anche FCA, come tutti i costruttori, è quindi “stretta nella morsa fra l’inevitabile aumento degli investimenti e la prevedibile riduzione degli utili «resi» dal capitale impegnato”.

A tutto ciò, per Bentivogli e Pirone, va aggiunta “la disfunzionalità aziendale di FCA”, che ha circa 90mila dipendenti in Nord America e che assicurano quasi il 90 per cento dei 5miliardi di utili aziendali, “mentre la parte europea, italiana in particolare, a fatica resta a galla”.

Ma, per gli autori, l’Italia non può assolutamente permettersi di rinunciare a queste fabbriche.

Stabilimenti che già non esisterebbe più, o sarebbero finite “a mo’ di spezzatino”, se non si fosse affermato in FCA un nuovo modello di lavoro, figlio:

  • della visione di un manager speciale come Sergio Marchionne;
  • del progetto di cambiamento e di modernizzazione da parte del sindacato;
  • della qualità e del sapere dei lavoratori.

Fabbriche che rappresentano, a conti fatti, “una testimonianza valida per l’intera società italiana”.

Uno dei meriti maggiori che Bentivogli attribuisce all’operato di Sergio Marchionne è l’aver abituato la FIAT a fare a meno della politica e dello Stato, “a differenza dei suoi predecessori e di gran parte dei suoi detrattori”. Lavorando di concerto con i sindacati, si è riusciti a creare “un clima di affidabilità, un terreno che prima del contratto di Pomigliano era pregiudicato”.

Cambiamento riscontrabile in particolare nell’implementazione del World Class Manufacturing (Wcm), che spinge i gruppi dirigenti degli stabilimenti a esporsi, a coinvolgere i dipendenti e comunque a lavorare con spirito di squadra.

Più uno stabilimento è efficiente, sulla base di un codice comune a tutti gl stabilimenti, e più il premio ai lavoratori è consistente. Il medagliere del Wcm, del resto, non contiene solo elementi di efficienza, ma anche aspetti relativi alla sicurezza sul lavoro (zero incidenti è il primo obiettivo), e a tutti quei fattori che all’interno di un’azienda concorrono a migliorare in modo condiviso la gestione e i risultati dello stabilimento.

Per cui, la fusione con Crysler, l’adozione del Wcm, gli accordi sindacali innovativi, sono la dimostrazione, per Bentivogli, della capacità italiana di gestire la diversità multidimensionale in un’economia globale.

Un esempio che l’autore ritiene necessario estendere il più possibile e il prima possibile all’intero comparto manifatturiero italiano perché se è vero che “FCA può fare a meno dell’Italia ma l’Italia non può fare a meno di FCA”, lo è anche che ciò vale per tutte le grandi realtà industriali e manifatturiere. Ovvio quindi che bisogna creare le condizioni necessarie affinché diventi conveniente restare o tornare in Italia. Operando magari sull’onda di quanto fatto negli Stati Uniti, laddove si può ritenere che il boom del manifatturiero sia stato favorito dalla convergenza di moltissimi fattori, non solo politici:

le scelte monetarie accomodanti;

  • la relativa debolezza del dollaro;
  • l’energia a basso costo legata allo shale gas;
  • la forbice del costo del lavoro che tende a ridursi rispetto a molti Paesi asiatici, in particolare la Cina;
  • l’alta produttività del sistema americano;
  • la rapidità nel trasferire le innovazioni alle linee produttive;
  • la scoperta che fare manifattura all’estero è difficile e in definitiva non è così premiante, a causa dell’inferiore scolarizzazione del personale e dell’inefficienza di sistemi meno evoluti di quelli occidentali.

Negli Stati Uniti sono rientrati interi spezzoni della “vecchia industria”, a partire dagli elettrodomestici di General Electric ai camion della Ford, alle gigantesche macchine movimento terra della Caterpillar, alle turbine a gas di multinazionali europee come la Siemens.

Ragioni per cui, secondo l’analisi di Bentivogli e Pirone, il caso americano dovrebbe costituire una lezione importante per un Paese manifatturiero come l’Italia.

Perché, concludono, oggi sono proprio le fabbriche a parlarci di futuro.

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