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Quei giornalisti folli che difendono la democrazia

 

Carlo Bonini mi ha spiegato perché nel calcio a Roma esiste un’incredibile commistione tra criminalità e curve e che lui, nonostante gli striscioni contenenti insulti, avrebbe continuato a raccontare Mario Corsi, ex terrorista del Nar nonché conduttore seguitissimo di una delle nove radio che parlano solo di calcio nella capitale.

Giuseppe Tallino mi ha detto che continuerà a seguire, unico giornalista in Italia, il processo al capo del clan dei casalesi accusato di aver comunque guidato, in stato di detenzione, quello che è uno dei sodalizi criminali più potenti e feroci d’Europa. Lo farà nonostante in quell’aula del Tribunale sia da solo. Scriverà ancora che Michele Zagaria quando si collega dal carcere di Tolmezzo finge di piangere e forse pure quello è un messaggio cifrato agli affiliati liberi.

Emanuel Delia mi ha confessato che crede sempre nella democrazia, nonostante quello che è accaduto nella finta democrazia di Malta e lo ha detto con gli occhi di un guerriero che, spada tratta, porta avanti la battaglia per la verità sulla morte della collega Daphne Caruana Galizia.

Sandro Ruotolo, con quella sua cadenza napoletana pressoché incomprensibile, ha descritto alla perfezione quale fosse il vero pericolo delle parole di un Ministro dell’Interno a proposito delle scorte ai giornalisti, lui che è sotto scorta in Campania, un’adorabile terra impervia dove quelli come lui scorrazzano a caccia di storie che non diresti mai eppure esistono.

Fabiana Pacella quasi piangeva mentre snocciolava i dettagli dell’archiviazione della querela temeraria che le aveva fatto una nota banca pugliese, sì la Puglia delle banche strane.

Paolo Berizzi è stato beffardo, ironico, e col solito coraggio ha ammesso che il problema delle sue inchieste sui fascisti erano i legami dei fascisti con una certa economia. Insomma, ancora una volta, i soldi.

L’elenco dei colleghi che ho avuto la fortuna di intervistare quest’anno è talmente lungo che mi sorprende ancora e tutti in questo solo spazio non ci stanno. Non so bene se ho intervistato dei giornalisti con gli attributi, come si usa definire ultimamente le persone coraggiose, oppure se davanti a me avevo soltanto dei disgraziati o illusi o malati di mente. Ho compreso che il loro è il racconto impervio di un’Italia (un’Europa?) in bilico su una democrazia fragile e dove l’informazione è un percorso cosparso di ostacoli evitati da cronisti tenaci o disperati, in preda ad un bisogno di raccontare ancora e ancora nonostante  le minacce, gli slogan, i post denigratori, una legge capestro sulla diffamazione a mezzo stampa, nonostante la vita sotto scorta, la solitudine e i consigli a lasciar perdere. Ché, in fondo, l’informazione non è vitale come il pane.

Fare il giornalista e scrivere di giornalisti è quasi un paradosso perché chi fa questo mestiere sa raccontare solo i guai degli altri e, invece, con Articolo 21 mi sono ritrovata a scrivere di noi, dei giornalisti che fanno notizia perché scovano notizie scomode. Curioso, oltre che anomalo. Senza una tale rete di colleghi che appaiono temerari e, in realtà, sono solo professionisti tenaci, l’informazione disponibile sarebbe altra e di minore entità, il Paese sarebbe visto per quello che non è e, soprattutto, ci perderemmo un sacco di buona democrazia.  Nelle loro storie c’è, purtroppo, un filo conduttore ed è quel velo, sempre più spesso, di insofferenza verso la verità e la trasparenza che viene fuori dagli insulti vomitati nella rete senza pudore e con tanta ignoranza in Storia, Geografia, Grammatica e buona educazione. Gli insulti e le minacce social fanno male quanto quelli della vita reale e decine di giornalisti pagano questo prezzo per aver svolto un buon lavoro di informazione.  Un anno di interviste a colleghi, famosi e non, perseguitati, minacciati, derisi, mi ha lasciato molta amarezza. E molto coraggio. Per questo vorrei ringraziarli uno per uno e nel 2020 non vorrei più scrivere nemmeno una riga di storie simili alle loro o altre con loro dentro. Temo, però, visto il clima che gira intorno, che non sarà così perché ci sono molte, troppe, storie scomode da raccontare e una democrazia ancora tanto debole da difendere.

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