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Schio. Il Comune dice no alle pietre d’inciampo. La città non lo meritava

 

Ettore Graziani era un ebreo italiano, nato a Vittorio Veneto e residente a Schio. Lavorava come capo dell’ufficio telefoni, la Telve, fino a quando non fu licenziato a causa delle leggi razziali emanate dal governo fascista. Lavorò allora come elettricista fino a quando, nel 1943, fu arrestato e condotto nel campo di concentramento di Tonezza del Cimone. Trasferito per motivi di salute all’Ospedale Baratto, da lì venne condotto al carcere di Schio e poi a quello di Vicenza, dove la figlia Myriam lo vide per l’ultima volta. Da Vicenza fu infatti nuovamente trasferito, questa volta nel lager nazista di Bolzano. Qui, immatricolato col numero 0 e assegnato al blocco K, morì il 16 aprile 1945.

Il 26 novembre, il consiglio comunale di Schio ha bocciato la proposta del consigliere del PD Leonardo Dalla Vecchia di avviare una ricognizione per identificare gli scledensi deportati e uccisi nei campi di concentramento, e porre delle pietre d’inciampo di fronte alle loro abitazioni. Secondo quanto dichiarato al Giornale di Vicenza da Alberto Bertoldo, della lista di maggioranza “Noi cittadini”, l’iniziativa rischiava di portare a Schio “odio e divisioni”.

In che senso ricordare la storia di Ettore Graziani, e di altri come lui, può essere “divisivo”?

Il sindaco della città, Valter Orsi, ha spiegato che il clima in città si riaccende ogni anno in occasione dell’anniversario dell’eccidio di Schio, 54 persone uccise da ex partigiani della Garibaldi tra il 6 e il 7 luglio ’45, dopo la fine della guerra, che il tema è troppo importante per essere strumentalizzato e che le pietre d’inciampo non sono l’unico modo di ricordare.

La mozione del PD era stata infatti seguita da un emendamento dell’estrema destra (bocciato anche questo) che chiedeva analoghe pietre per i morti dell’eccidio del luglio ’45. Dunque, per tutti o per nessuno.

Le pietre d’inciampo (stolpersteine) che nel 1992 Gunter Demnig iniziò a depositare nelle città tedesche, olandesi, italiane, e di altri paesi occupati dai nazisti, ad oggi più di 70.000, sono un progetto europeo specifico, volto a ricordare i deportati nei campi di sterminio. Cosa c’entra l’eccidio di Schio? Anche quelle vittime vanno (ovviamente) ricordate. La lapide oggi sui muri delle ex prigioni riporta i loro nomi “a suggello del patto di concordia civico” avviato tra associazioni dei partigiani e familiari delle vittime. Ma opporsi alle pietre d’inciampo per i deportati perché sarebbe “una forma di discriminazione”, come affermato in consiglio comunale, diventa un modo di confondere tutto, uno dei tanti modi per esercitare non il negazionismo, ma la sua anticamera, ovvero il ridimensionamento, la relativizzazione. Qualcosa che una città medaglia d’argento per la Resistenza non meritava.

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