La suspense sociale di Bong Joon-ho. Arriva sugli schermi dal 7 novembre ‘Parasite’, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes

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Bong Joon-ho, assieme a Kim Ki-duk e Park Chan-wook è uno dei nomi di punta del cinema sud-coreano, che con Parasite, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, ha ottenuto finalmente un meritato riconoscimento internazionale.

La famiglia Ki-taek, composta da due genitori e due figli ventenni, tutti e quattro disoccupati, vive in un seminterrato, cercando di arrangiarsi in ogni modo per tirare avanti. Un giorno un amico propone al ragazzo di lavorare come insegnante di inglese presso i Park, una ricca famiglia. Mai come in questo caso è consigliabile non rivelare la storia, dal momento che gran parte del fascino di questo film risiede proprio nella suspense e nei cambiamenti repentini di registro. Parasite infatti è un’opera complessa dove i vari generi piuttosto che intrecciarsi si susseguono, si passa così in modo inaspettato dalla black comedy al dramma sociale fino al thriller.

Il film è ambientato in una Corea del Sud dove nuovo e antico convivono, non sempre armonicamente. Dove si comunica con whatsapp ma anche con il codice morse, dove uno stile di vita occidentale ha soppiantato molte tradizioni ma dove è ancora usanza regalare una pietra portafortuna. Un oggetto che assurgerà a totem e che rispettato nella giusta maniera porterà prosperità mentre se profanato attirerà solo avversità.

Ma chi è il parassita del titolo? La famiglia povera che con un’astuzia da commedia italiana riesce ad infiltrarsi nel dorato mondo dei ricchi o questi ultimi, che “sfruttano” altre persone (anche se ben pagate) per compiere noiose mansioni quotidiane? Il film non fornisce una risposta e d’altronde non dà giudizi morali: non ci sono vittime e carnefici, buoni e cattivi, perché ogni personaggio recita fino in fondo il ruolo che la vita, giustamente o meno, gli ha assegnato. Però emerge molto sottilmente una critica sociale contro un capitalismo selvaggio che ha assunto i tratti della new economy e che, piuttosto che abolire, ha inasprito le iniquità esistenti. È un aspetto apparentemente marginale che però rimane sottopelle dopo la visione del film. Più che mille dialoghi vale quella discrepanza scenografica che mostra da un lato una moderna villa progettata da un famoso architetto, dove non mancano la luce, il verde ed il silenzio e dall’altro uno scantinato infestato dagli insetti, davanti al quale un ubriaco fa la pipì tutte le notti. Ma soprattutto rimane impressa quella corsa che padre e figli fanno sotto il temporale, che sembra portarli dalla Valle Incantata ad un sottomondo oscuro e insidioso.


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