Sei qui:  / Articoli / Esteri / La “Sorgente di pace” insanguinata di Erdogan: ennesimo genocidio dei Curdi

La “Sorgente di pace” insanguinata di Erdogan: ennesimo genocidio dei Curdi

 

In gioco c’è il principio sacrosanto e stabilito anche dall’ONU di Autodeterminazione di un popolo, quello Curdo, che da un secolo chiede, anche combattendo su più fronti e contro diverse nazioni ostili, di essere riconosciuto come Nazione, dando così attuazione ad accordi internazionali, rimasti solo sulla carta. Stracciati i fogli, imbracciate le armi, insanguinate le mani, sterminati donne, anziani e bambini. E allora chi sono i veri terroristi?

Dopo lo sterminio sistematico di 1 milione e 500 mila Armeni tra il 1915 e il 1916, i Turchi ci riprovano, stavolta nella riprovazione diplomatica di facciata dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, della NATO e dell’ONU. Facendo finta di essere stato frainteso, il presidente USA Trump (accerchiato dai Democratici che ne vogliono l’impeachment e preoccupato dall’esito incerto delle prossime elezioni), in realtà ha dato il via libera al suo alleato di acciaio Erdogan di invadere la Siria a preponderante presenza curda.

In un secolo di inganni, promesse solenni e voltafaccia, circa 400 mila Curdi sono stati massacrati, a milioni sono stati sradicati forzatamente dalle loro terre e case, che poi venivano occupate da altre nazionalità. In decine di migliaia imprigionati arbitrariamente dalle autorità turche. Molti scomparsi tra le nebbie delle galere del governo di Ankara (ricordate il film di Alan Parker ed Oliver Stone, “Fuga da Mezzanotte”?). Vera e propria pulizia etnica!

Il Kurdistan, stato-nazione solo sulla carta, si espande come un cuscinetto strategicamente fondamentale tra l’Anatolia turca, la Siria alawita, l’Iraq sunnita, l’Iran sciita e l’Armenia cattolica: un territorio ricco di petrolio e attraversato da pipelines e gasdotti. Ma negli ultimi anni è stato anche lo scenario principale della guerra civile siriana e della lotta, per la sopravvivenza di tutto l’Occidente contro il Califfato islamico e le truppe miste di jihadisti esteri dell’ISIS. Senza i peshmerga curdi, uomini e tante donne, l’Occidente non avrebbe mai vinto questa guerra contro i terroristi islamisti!

I Curdi, più o meno 40 milioni, sono islamici sciiti e sunniti, in realtà i più laici della zona, con molti cristiani, yazidi e altre religiosità. Non sono di origine “turcomanna”, ma indoeuropei-persiani, alcuni studiosi scrivono anche di ascendenze celtiche. La loro lingua non è l’arabo. Tradizionalmente sono una comunità con oltre 2000 anni di identità culturale, organizzati sotto forma di clan. Inoltre, politicamente laici, si sono sempre orientati verso il comunismo-socialismo. Erano una spina nel fianco già durante la Prima guerra mondiale per i “Giovani Ufficiali” guidati da Ataturk, il padre della moderna Turchia, sorta dalle ceneri dell’Impero Ottomano. Quell’Ataturk che vietò anche nelle leggi di parlare del genocidio di 1,5 milioni di Armeni. E quella Turchia che da allora in poi, anche con la complicità degli iracheni in epoca più recente, i Curdi li ha massacrati. Nel 1988/89 il dittatore iracheno, senza che né la NATO (di cui fa parte la Turchia) né gli USA intervenissero, ne sterminò all’incirca 180 mila di quelli che stanziavano ai confini con l’Iraq.

Ma cosa sta alla base dell’invasione turca e del non interventismo NATO, Unione Europea e USA? La carità pelosa degli stati occidentali nasconde la paura dell’irascibile e ondivago “gigante dai piedi di argilla” turco. Erdogan, al potere dal 2002, vede diminuire drasticamente la sua popolarità, evidenziata anche dalle ultime elezioni amministrative che ne hanno decretato la sconfitta in città fondamentali, a partire dalla capitale economica e turistica Istanbul (da dove nel ’94, eletto sindaco, iniziò la sua ascesa politica), per passare ad Ankara, la capitale istituzionale, e in altre città industriali.

Un’inflazione che ha indebolito la Lira turca del 25%, i tassi di interesse bancario attorno al 24% e una disoccupazione che tocca il 14% (solo 3 donne su 10 però lavorano), il drastico calo del potere di acquisto, l’aumento esponenziale dei prezzi dei generi alimentari. Non solo, ma anche con l’opposizione ridotta alla quasi inagibilità; i media drasticamente ridotti al silenzio o sottoposti ad una censura opprimente (tutti si sono schierati a favore dell’intervento militare per “liberare dal terrorismo curdo” le zone al confine con la Siria!); le prigioni strapiene di oppositori al regime del “sultano-tappetaro” di Istanbul, di aderenti al PKK curdo, o comunque di sospettati come i dipendenti pubblici “infedeli”, sospettati di essere legati alla fantomatica rete golpista del suo acerrimo nemico Gulen. Nonostante ciò, Erdogan può ancora contare su di una maggioranza parlamentare, in seguito alle elezioni politiche vinte nel 2018. Sotto lo stato d’emergenza, stima l’Onu, le persone arrestate in Turchia sono state almeno 160 mila.

Ma ha perso la grande scommessa di poter essere agganciato all’Unione Europea, dopo l’opposizione netta della Francia e la riottosità della Germania, che ospita la più grande comunità turca con 3 milioni di immigrati (1,5 hanno mantenuto la cittadinanza di origine), oltre a quella curda, con 1,5 milioni di individui. Seppure alleata degli Stati Uniti e di Israele, la Turchia ha però giocato un ruolo ambiguo nei confronti dell’ISIS, così come la monarchia autarchica dell’Arabia Saudita. Attraverso le sue “frontiere bucate”, la Turchia ha tollerato l’andirivieni dei jihadisti, “foreign fighters” europei e sarebbe disponibile a riaprire il loro esodo dalle prigioni curde, una volta penetrate le proprie truppe nei territori ora controllati dai Curdi e dai siriani loro alleati. Un ricatto in piena regola, come quello di aprire i campi profughi e far scemare oltre 3 milioni di profughi siriani verso le località della confinante Grecia, vero anello debole economico e sociale dell’Unione Europea.

E ha trovato un alleato disposto anche a perdere la faccia sul proscenio mondiale in Donald Trump, un ignorante di geopolitica, un gaffeur internazionale, che senza scrupolo alcuno decide di “tradire” oggi un paese amico e domani un altro. Anche lui in forte difficoltà all’interno, cerca di riversare sugli storici alleati i pesi economici e militari dell’espansionismo imperialista americano, che dopo l’11 settembre del 2001 ha creato più destabilizzazione che “pax americana”, con la scusa di portare democrazia e diritti civili specie nei paesi a dominazione islamica.

Forse non è peregrina anche l’ipotesi, adombrata da qualche esperto di geopolitica, che non riuscendo ad ottenere risultati efficaci con il neo-protezionismo, Trump in realtà vorrebbe esportare una destabilizzazione proprio contro il suo principale concorrente economico, culturale e politico, l’Unione Europea, nell’ipotesi che migliaia di “foreign fighters” fondamentalisti possano fuggire dalle prigioni curdo-siriane, facilitati dalla guerra in corso.

Nella ridda di prese di posizioni di condanna da parte di quasi tutti i leader italiani, compresa la Meloni di Fratelli d’Italia, fa rumore il silenzio del “capo carismatico” di Forza Italia, Berlusconi. Chissà, se avrà fatto qualche telefonata al suo vecchio amico “Tayyip”, come viene affettuosamente chiamato Erdogan, per farlo desistere da questa invasione armata? Proprio lui, eurodeputato, che omaggiò il “sultano di Istanbul”, nel 2002 facendogli visita subito dopo la sua prima vittoria elettorale; che sponsorizzò l’entrata della Turchia nell’Unione; che fece da testimone di nozze al matrimonio del figlio minore Bilal nell’agosto del 2003; che nel luglio del 2018 fu tra gli ospiti d’onore (col suo consigliere internazionale Valentino Valentini) al nuovo insediamento da presidente-sultano, dopo l’ultima vittoria elettorale.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE