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SNÀPORAZ (Marcello Mastroianni) Atto 1° (trentaseiesimo capitolo del “Glossario Felliniano”). Verso il Centenario della nascita di Federico Fellini

 

All’attore ciociaro anzi frusinate, di incantevole fascino, Federico aveva fatto aggiungere dal truccatore lunghe ciglia da seduttore e un’ombra scura sotto gli occhi per sottolinearne la vita debosciata, viziosa, e togliergli quell’aria indolente da bravo ragazzo di provincia. 

Mastroianni nell’intervista realizzata per I protagonisti di Fellini raccontava sogghignando, col suo naturale sense of humor e senza un’ombra di rancore:

«Quando mi chiamò la prima volta, Federico mi disse che mi aveva scelto perché aveva bisogno di una faccia qualunque. Debbo anche dire che forse da parte sua si è trattato di un atto di modestia … Gli volevano dare Paul Newman, e invece gli sembrava più garbato essere rappresentato da un attore meno sensazionale, ecco. (pausa) Mio fratello dice, perché tu c’avevi più capelli…» (ride).

Ed è così che abbiamo tutti finito per ricordarlo, come appare nelle fotografie de La Dolce Vita. Gli scatti del film, entrati a buon diritto nel pantheon delle immagini immortali, lo ritraggono preferibilmente abbracciato a Sylvia/Anita Ekberg, mentre danza con lei, stregato, al night club Le grotte del piccione; oppure vis a vis nella Fontana di Trevi, dove i due protagonisti sono inquadrati in primissimo piano sul punto di baciarsi, le labbra che si sfiorano, vicinissime, pronte a dischiudersi, a incollarsi nella resa a un desiderio travolgente. Sennonché, all’improvviso, l’acqua cessa di sgorgare tra i marmi e si crea una pausa fuori luogo, un vuoto anche sonoro: è quasi l’alba, l’acquedotto viene chiuso per qualche ora, la romantica fontana torna all’asciutto spezzando l’incantesimo. Già molto prima di quel magico istante Marcello si è infatuato, irrimediabilmente, dell’abbagliante scandinava, scarrozzandola con la sua piccola Triumph scoperta sull’Appia Antica, e tra le languide suggestioni notturne della Città Eterna; l’ha seguita passo passo nei vicoli della vecchia Roma, fino a quando, incorreggibile nella sua volubilità, Sylvia entra nella fontana incurante dell’abito da sera bianco e nero che si spalanca sull’eccitante nudità delle gambe. La ninfa si inebria giocando con l’acqua della cascata come una bambina e chiama a sé il corteggiatore: “Marcello, come in!”. Un invito irrinunciabile al quale l’uomo non si oppone: “Ma sì, vengo anch’io, vengo anch’io! Ha ragione lei, sto sbagliando tutto, stiamo sbagliando tutto.” Senza più esitare scavalca la vasca vestito di tutto punto e avanza estasiato nell’acqua verso la creatura fatata: “Sì, Sylvia, sì!”, quasi rispondendo a una chiamata irrevocabile. Le sue dita distese, spalancate, vorrebbero toccarla, accarezzarla, ma la ragazza è talmente radiosa, irreale, che esse indugiano intorno al viso, temendo quasi di sciupare l’apparizione sovrumana. La dea raccoglie un po’ d’acqua nella mano a conchiglia e gliela fa gocciolare sul capo, sui capelli. Un battesimo.

L’aspetto mite e accomodante di Marcello, la sua naturale eleganza, quei lineamenti del viso delicati e maschi allo stesso tempo, lo hanno reso l’emblema intramontabile del latin lover, dell’amatore latino, consegnandolo all’immaginario collettivo nel prototipo del personaggio positivo, affabile, di spiccata simpatia. 

A Roma, quando l’attore abitava ancora a Porta Latina, i pullman di turisti stranieri erano soliti pianificare una tappa fuori dei cancelli della sua villa: signore e ragazze scendevano elettrizzate, scattavano fotografie, chiamavano senza convinzione “Marcello, Marcello!” e ripartivano recando nel cuore la certezza meno fuggevole della sua esistenza.  

Mastroianni si schermiva, il ruolo di divo lo indossava di malavoglia, ancora peggio quello di playboy. Ma non aveva scampo: dall’anno di La Dolce Vita (1960) la sua figura era diventata un’icona universale, arrecando non poco lustro al nostro stereotipo nazionale, abilmente contrabbandato, di affascinanti e instancabili amatori. In realtà Marcello originario di Frosinone, anzi di Fontana Liri, cioè ciociaro di pura schiatta laziale, più che al bellicoso Turno re dei Rutuli, pronto a menar le mani, faceva pensare al Pio Enea sbarcato dalla Troade e destinato dagli dei, secondo il Poeta, a fondare la gens Iulia da cui Roma assurse a gloria eterna. Forse l’associazione è tirata per i capelli, eppure Marcello ricordava nel taglio degli occhi scuri e vellutati, nel sorriso avvolgente e sagace, nella gentilezza dei modi, nella sensuale noncuranza, qualcosa di orientale, di nobile, di distaccato. Pensate a Domenico Soriano di Matrimonio all’Italiana, inventato da Eduardo per “Filumena Marturano”; don Mimì che va a comprarsi le scarpe a Londra (come era abitudine anche di Marcello) e guida sulle strade assolate di Napoli la sua vistosa auto scoperta, facendo visita all’occorrenza alla seducente Sophia, trascurata amante da postribolo. Oppure ripensiamo a Divorzio all’Italiana, di Pietro Germi; il nobilotto siciliano Fefè, con lo stecchino fra i denti e la retina sui capelli corvini, insofferente fino al crimine di una moglie troppo innamorata, troppo ‘esigente’, che non gli lascia respiro per altre avventure galanti. E ancora Il bell’Antonio di Mauro Bolognini, dal romanzo di Vitaliano Brancati, accanto a una Claudia Cardinale bella da stordire, che pure il protagonista non riusciva a possedere per un inammissibile difetto capitale. 

Però fuori dalla commedia – e dall’Italia – Mastroianni resta immortale per l’accoppiata con Fellini: La Dolce Vita, 8 ½ , e negli anni più tardi  La città delle Donne, Ginger e Fred, Intervista. Federico ammetteva che lo avrebbe voluto con sé a ogni film, per la sua impareggiabile versatilità, per la fiducia con cui gli si affidava, e l’amicizia sincera e schiva che li univa: 

«Marcello Mastroianni ti ricorda sempre il compagno di banco col quale l’intesa immediata, la complicità, era una premessa naturale. Lavorare con Marcello è una gioia: delicato, disponibile, intelligente, entra nei personaggi in punta di piedi, senza chiederti mai nulla, senza nemmeno aver letto il copione. “Che gusto c’è – dice – a saper prima quello che succede? Preferisco scoprirlo giorno per giorno, proprio come accade al personaggio.”

Si lascia truccare, vestire, pettinare, senza fare obiezioni, domandando soltanto le cose strettamente indispensabili; con lui è tutto morbido, pacato, disteso, naturale, una tale naturalezza che gli può permettere a volte di sonnecchiare durante le riprese dove lui è in scena, magari in primo piano».

L’attore era di soli quattro anni più giovane del regista e i due avevano destini e storie assai simili. Marcello aveva voltato le spalle a un impiego sicuro al Comune per tentare il teatro, era entrato a far parte della compagnia universitaria del GUF, e lì aveva conosciuto la giovane studentessa di lettere Giulietta Masina che in seguito, al momento giusto, lo segnalerà a Federico. 

Federico dal canto suo aveva deluso la madre che lo avrebbe visto bene come un rispettato avvocato di provincia, al pari dell’amico Titta Benzi, ma il ragazzo inquieto aveva inseguito a Roma la propria infallibile vocazione per il mondo dello spettacolo. 

Entrambi si erano sposati presto con delle attrici ed erano restati per tutta la vita fedeli al vincolo coniugale, l’uno con Flora Carabella, l’altro con Giulietta, senza tuttavia restringere l’orizzonte femminile a quella prima incauta ed eterna promessa. Fautori convinti della perspicace affermazione di Balzac per il quale il matrimonio è una catena così pesante che per portarla bisogna essere almeno in tre.  

Mastroianni, da divo internazionale, si era preso delle vistose licenze poetiche. Una prima volta in America con Faye Dunaway, attrice affascinante dalle gambe ammaliatrici, che si era perdutamente innamorata di lui. E lui di lei. Avevano provato a vivere insieme a Los Angeles ma la diva, di rigorosi costumi anglosassoni, dopo un iniziale periodo di tolleranza gli aveva dato l’aut aut, imponendogli di lasciare Flora e di sposarla. Marcello borbottava mezze promesse e faceva la spola in aereo fra le due sponde dell’Atlantico. Finché una sera, arrivando nell’abitazione oltreoceano, aveva trovato le sue valige sul pianerottolo. Aveva bussato alla porta, aveva cercato un dialogo. Niente da fare. Incapace di rassegnarsi, durante una cena dal Toscano riferiva a Fellini l’intransigente terminologia di Faye: “Stop Marcello! Finish!”, imitandone d’istinto la cadenza da sergente yankee. E aggiungeva costernato: “Non sentiva ragioni, così, da un momento all’altro. Io mica capisco come so’ fatte le donne americane!” Federico sogghignava perfido: “Però t’aveva avvertito.” “E allora? Che comportamento è!? Che siamo nell’esercito? Stop, finish. Si parla, si discute, ci si chiarisce.” 

Intanto gustava cucchiaiate di fagioli cannellini cotti al fiasco e conditi nella terrina con buon olio di frantoio: “Almeno qui mi mangio in pace i miei fagioli.” Si consolava. Aveva un debole invincibile per i legumi. Fellini lo provocava sornione: “Perché in America non si sono i fagioli?” “Ci sono, ma sai, fanno aria e diventava imbarazzante; a volte per liberarmi il ventre dovevo ricorrere all’espediente di cambiare stanza, mi alzavo, andavo a prendere qualcosa in cucina, spostavo fragorosamente pentole e tegami, battevo i coperchi fra loro, o amplificavo improvvisi accessi di tosse, insomma era un traffico mica da poco…” 

E tutti e due ridevano fino alle lacrime, accantonando per quella sera l’afflizione sentimentale.     

Con Catherine Deneuve, qualche anno dopo, la situazione si ripropose non dissimile nei presupposti, ma più ingarbugliata e dolorosa nell’epilogo. Dall’amore tra i due artisti era nata nel ’72 una bambina, Chiara, a cui Marcello, entrato nella maturità dei cinquant’anni, si era teneramente legato. Per starle accanto si era persino trasferito a Parigi dove ormai trascorreva più tempo che in Italia. Aveva ripreso a recitare in palcoscenico, in francese; lo incontrai nell’85 al teatro Montparnasse per girare una sua lunga intervista filmata; era interprete di “Tchin Tchin” di François Billetdoux, con la regia di Peter Brook. Quando anche l’idillio con Catherine volse al tramonto, Marcello crollò in un profondo abbattimento; soffriva ferocemente la mancanza della donna che non perdeva occasione di invocare come “la mia bambina”.  Una volta, sempre durante una cena ristretta insieme a Fellini, l’equivoco si protrasse fra una portata e l’altra con involontaria comicità; Federico credeva che la struggente espressione ripetuta dall’amico si riferisse alla piccola figlia Chiara, e cercava di tranquillizzarlo, di fargli animo: “Ma si tratta di un capriccio infantile, un’impuntatura, alla fin fine non sta a lei decidere; riuscirai a vederla tutte le volte che vorrai, resterà con te senza problemi”. E lui: “Macché, non torna indietro, è irremovibile, non ne vuole più sapere quella zoccola!” E qui, dopo un raggelante silenzio di sorpresa per l’epiteto inaudito rivolto a una bimbetta, di nuovo l’ingorgo di pianto s’era mescolato alle risate irrefrenabili per l’esilarante malinteso. 

Assistevo a quel duetto di amici dal mio posto di prima fila, senza fiatare; ero incantato a misurare il loro grado non soltanto di confidenza ma quasi di fusione, di fungibilità. Si scambiavano i ruoli in una specie di spudorata prova generale, si mettevano in bocca le battute; e ancora non sapevi – non sapevano neppure loro – in quale film sarebbe andata a finire quella scena. Era facile da parte di tutti affermare che Marcello fosse l’alter ego di Federico, senza sospettare che magari era vero il contrario: nel gioco degli specchi qual è l’immagine reale e quale la riflessa?

Mastroianni per Fellini incarnava il proprio doppio:

«Marcello, il caro, bravissimo Marcello; l’amico fedele, devoto, saggio: un amico così si trova soltanto nei racconti, o nelle storie di certi film americani degli Anni Trenta.

Io e Marcello ci si vede pochissimo, quasi mai. Forse è anche questo uno dei motivi della nostra amicizia, un’amicizia che non pretende, non obbliga, non condiziona, non stabilisce regole e confini. Una vera, bella amicizia basata su di una sfiducia reciproca».

Fine primo atto 

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