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Ministro, continui a lottare contro il caporalato. Con qualunque vestito

 

E se per un momento mettessimo da parte il vestito a balze di colore blu elettrico del Ministro Teresa Bellanova per dire qualcosa sul primo impegno del suo Dicastero? Se provassimo a ricordare che questa donna con un po’ di chili in più, senza laurea ma con i muscoli e le rughe che le derivano dall’essere stata una bracciante agricola e poi una sindacalista impegnata sul campo (nel senso letterale del termine), succede al Ministro Gina Marco Centinaio, leghista doc, che nell’ultimo anno ha provato più volte a scardinare l’impianto della legge contro il caporalato e lo sfruttamento in agricoltura entrata in vigore in Italia soltanto a ottobre 2016 per volontà di un certo Ministro Martina e per la vergogna che il Paese provò di fronte alle condizioni di lavoro di tanti braccianti del Sud e del Centro (ma anche del Nord) d’Italia?
Ok, proviamo. E non è un gioco.

Nell’estate del 2015 una donna di 49 anni di Andria muore per la fatica, una bracciante italiana che si accontentava di una busta paga irregolare pur di portare a casa un reddito. Lei fu la goccia capace di far traboccare il vaso già colmo di centinaia di storie di lavoratori agricoli sfruttati in Puglia, Sicilia, Calabria, nel Lazio, un esercito silenzioso che garantiva frutta e verdure sulle nostre tavole al costo di condizioni assurde e rischiose e sotto il ricatto di caporali spietati. La legge del 2016 mise in piedi un sistema di controlli e introdusse il reato di sfruttamento sul lavoro. Non è stata mai attuata fino in fondo. Ma quando andò al Governo la Lega e si prese il Ministero chiave, quello dell’agricoltura, un venticello cominciò a soffiare contro le norme, troppo afflittive, di quella legge, tanto che erano pronte proposte di riforma. In questo contesto il Governo Conte bis ti va a scegliere per quel Ministero una ex bracciante. E’ un segnale, non si può negare. Negli ambienti che gravitano attorno all’agricoltura, sia nelle associazioni datoriali che nel sindacato, da tre giorni si sa che l’aria sta cambiando e che quella legge del 2016 avrà un’altra sorte d’ora in poi. La Flai Cgil è stata la prima a fare i complimenti e gli auguri di buon lavoro alla Bellanova. A seguire anche gli altri. Nel frattempo c’è stato il giuramento e quel vestito, l’unico appiglio degli squadristi della rete e dei commentatori che nulla concedono alle donne. Così questo Ministro è diventata la “cicciona” malvestita. E un’onda nera e stucchevole si è abbattuta su di lei e sul suo abbigliamento. Niente paura. Niente di nuovo. A Carola Rackete era toccata la stessa sorte. Lei non è grassa e non aveva un vestito di seta cangiante. Ma non si depila e non indossa il reggiseno nemmeno quando va in Procura per essere interrogata. Quanti insulti contro le donne abbiamo dovuto contare (e scontare) nell’ultimo brutto periodo che si è nutrito spesso di odio e violenza sui social? Laura Boldrini, Michela Murgia, Emma Marrone, Maria Elena Boschi solo alcuni dei molti bersagli.

Purtroppo molti di questi attacchi sono partiti da post di un ex Ministro, seguito da un vero e proprio esercito di odiatori seriali. Scene e sequenze che oggi inducono tantissimi osservatori, politici, artisti, intellettuali, semplici cittadini e utenti “normali” della rete a chiedere lo stop al linguaggio dell’odio, un cambio di passo, una scelta che eviti di guardare le donne solo attraverso i loro vestiti.
Sappiamo che domani o qualche altro giorno Teresa Bellanova tornerà sui campi, a parlare di sfruttamento e, questa volta, a proporre soluzioni che lei stessa potrà firmare. E non importa cosa indosserà quel giorno. Speriamo che non venga notato.  Ciò che resta di questa vicenda è il vero senso del populismo, dove i populisti dimostrano di essere “contro” il popolo e in un’altra epoca, non così lontana, sarebbero stati dalla parte dei latifondisti. Con lo stesso spirito.

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