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L’estate dei migranti nell’inferno di Vucjak

 

Il posto si chiama Vucjak, “Tana del lupo”, e probabilmente il comune di Bihac non ha scelto a caso questo luogo per sistemarci gli uomini in transito in Bosnia sulla “rotta balcanica”. Più che di una tana, l’accampamento ha le fattezze di un girone dell’inferno. Seicento uomini vivono qui da ormai tre mesi, accatastati l’uno sull’altro, sistemati in tende di fortuna pietosamente montate dalla Croce Rossa locale.

Siamo sulle alture della città e da qui il confine croato -porta dell’Europa- pare davvero vicino.

E’ proprio là, dietro a quella montagna, basterebbe qualche ora di cammino, non fosse che lungo quei sentieri è rischioso avventurarsi: migliaia di mine inesplose, ricordo della guerra degli anni Novanta, rendono pressoché impossibile il passaggio. I migranti lo sanno e in ogni caso un cartello con la mappa del pericolo è stato sistemato al centro dell’improvvisato accampamento nato sopra a una discarica abbandonata. Si dice che il comune di Bihac abbia spinto i migranti in questa landa desolata in polemica con le autorità di Sarajevo che hanno scaricato sul governo cantonale la gestione del problema. Unhcr e Unione Europea non riconoscono l’insediamento in quanto “inadatto” ma intanto ogni giorno la polizia bosniaca conduce qui tutti i migranti che raccoglie in città e che non possono dimostrare di essere ospiti delle altre strutture che sono già esaurite.

Questa è l’Europa dell’agosto 2019, quel continente che dopo aver abbandonato questi territori alla povertà post-bellica ha scaricato su di loro la gestione della cosiddetta emergenza migrazione. Seimila persone bloccate nei Balcani non costituirebbero certo un problema a fronte di un’assunzione di responsabilità collettiva da parte dei governi europei, ma è chiaro che le porte del confine croato e sloveno restano chiuse anche nel timore che l’esodo dall’Oriente possa riprendere con forza. E nessuno pare aver voglia di affrontare il problema sfidando con la forza della ragione i luoghi comuni dei seminatori di odio. Basterebbe partire dalla verità più ovvia: senza canali di accesso legali all’Europa, il viaggio delle persone non può che essere in mano alle organizzazioni criminali.  Le stesse che senza dare troppo nell’occhio sono certamente infiltrate anche nel campo di Vucjak dove i migranti spendono gli ultimi soldi per cercare di vincere nel “Game”, quel gioco che prevede che il trafficante li conduca fin sul confine e poi tocchi a loro cercare di saltare il muro. Al terzo tentativo fallito si deve nuovamente pagare o provare da soli, percorrendo però sentieri che senza una conoscenza del territorio sono molto pericolosi.

Quasi tutti gli uomini che incontro a Vucjak hanno già tentato il gioco. Raccontano di essere stati picchiati dalla polizia croata e di essere stati derubati di tutto, anche dei cellulari con i quali tenevano i contatti con le famiglie. Me lo racconta quasi tra le lacrime un ragazzo che arriva da Kabul. Al collo porta come ciondolo il bossolo di una pallottola uscita da chissà quale guerra, da chissà quale fabbrica di armi europea.

Mi chiede aiuto e informazioni per passare. Nessuno però qui è in grado di aiutarlo nella strada che vorrebbe percorrere. Non gli operatori della Croce Rossa che riforniscono il campo per due volte al giorno di acqua potabile e medicano come possono i feriti. Non i volontari italiani della Ong Acli-Ipsia, la sola organizzazione presente nel campo che portano sostegno versando tazze di the e spendendo parole che cercano di essere di speranza. Alcuni di loro sono giovanissimi, studenti universitari che hanno deciso di regalare una parte della loro estate a questa umanità disperata e sono uno dei volti belli del nostro paese in questa estate abbastanza crudele.

Non ero partito per questo viaggio per scrivere parole o per esprimere ancora una volta la rabbia per come l’Europa tratta uomini e donne che hanno la sola colpa di essere nati dalla parte sbagliata del mondo. Poi però le immagini e i volti rendono urgente l’esigenza della denuncia, della testimonianza. La sola cosa che possa fare un giornalista perché l’Europa conosca cosa ciò si nasconde sotto al velo che copre la sua vergogna.

(Stefano Tallia, segretario dell’Associazione Stampa Subalpina, sta seguendo la carovana Football No Limits” un progetto che percorre la Bosnia Erzegovina portando un messaggio di speranza con il linguaggio del pallone)

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