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Il brutto carro allegorico della festa della Bortellina. L’odio social arriva in piazza

 

Il pozzo avvelenato sta tracimando. E parte di quell’acqua putrida è finita in una ricetta tipica. Acqua, sale e farina. La “bortellina” è un piatto povero del Piacentino. In particolare il paese di Bettola, in alta Valnure, omaggia ogni anno questa pietanza popolare con una grande sagra nella piazza intitolata a Cristoforo Colombo. Se i “conquistadores” spagnoli colonizzarono le americhe grazie ad armi, acciaio e malattie (titolo dell’illuminante libro dell’ecoantropologo Jared Diamond) all’odierna Lega del “Capitano” è bastato un video per “colonizzare” una festa di paese aggiungendo così un pizzico di brutalità e una spolverata di cattivo gusto alla ricetta originale del piatto tipico. Con ordine. In quest’estate 2019 dai pieni poteri social grazie a “La Bestia” e bestiari vari, la conquista della festa della Bortellina di Bettola è costata meno fatica di quanto servì agli spagnoli per avere la meglio sull’imperatore Maia, Atahualpa o sugli Aztechi di Montezuma.

A raccogliere i frutti (avvelenati) del linguaggio d’odio verso i poveri è stata l’onorevole della Lega (ex Nord) Elena Murelli.

Murelli, in passato balzata agli onori delle cronache per la proposta di “chiudere la Cgil” in quanto il sindacato non tutela “prima gli italiani”, ma continua a rappresentare i lavoratori tutti, oggi ha fatto da megafono al più brutto carro allegorico allestito alla festa della Bortellina. Ha pubblicato sui suoi social alcune foto e video. In uno, la capitana della Sea Watch (ribattezzata B Watch) Carola Rackete (o “Rachete”, come ha scritto sui social la parlamentare) pare venir sodomizzata a prua del carro allegorico da un finto migrante, sulle note di Titanic. In un altro viene gettata a terra, arrestata  da figuranti con scritto “Gdf” con tanto di piedi in testa e l’epilogo di un finto Salvini (con felpa e maschera del leader del Carroccio) che le urla a muso duro un “Ti abbiamo fermato!”. Il tutto sotto gli occhi di una finta cancelliera Angela Merkel. Nel video la parlamentare piacentina assiste divertita alla gag accanto al senatore leghista Pietro Pisani, prima di posare per alcune foto ricordo con i figuranti. Poniamo che volessero fare satira e non si tratti di militanti leghisti di Bettola. Satira è mostrare il re nudo, non enfatizzare la brutalità di un arresto da parte dell’uomo più in voga tra le intenzioni di voto che, viceversa, si configura come una sorta di bullismo da lacché.

Un “potente” che brutalizza una persona che sta subendo un processo, mentre il “potente” chiede lo “scudo giudiziario” al Parlamento per l’inchiesta sulla Motonave Diciotti e non riferisce dell’affaire sui rubli di Putin e sui suoi rapporti con il faccendiere Savoini è, appunto, bullismo. Non fa ridere. Non è satira. E’ bastato questo video postato sui social e dei carri allegorici, degli stand gastronomici e dell’immancabile “balera in acciaio” rimane poco, o nulla. Ma ancora meno rimane di quei piacentini che pochi giorni fa hanno festeggiato la 50^ edizione della Festa dell’Emigrante, in onore di coloro che hanno dovuto abbandonare la loro terra d’origine e le famiglie per andare in cerca di fortuna. La bortellina, infatti, è un piatto che affonda le radici in focolari domestici da cui partivano tanti emigranti con la “valigia di cartone” proprio da Bettola, alla ricerca di un futuro migliore come oggi fanno donne, uomini e bambini che mettono rischiano la vita nel più grande cimitero liquido del mondo, il Mediterraneo.

“L’emigrazione dell’Alta Valnure – scriveva Paolo Labati, scrittore piacentino – affonda le sue radici almeno dal 1800. Il fenomeno fu determinato dalla sovrappopolazione in seguito all’incremento demografico dei secoli XVIII e XIX e forse anche dalla chiusura delle miniere e delle fabbriche ove trovavano lavoro circa un centinaio di operai. Dapprima si ebbe un’emigrazione a carattere stagionale verso la Lombardia e il basso Piemonte: durante l’inverno squadre di operai andavano nelle campagne a tagliare e segare la legna. Verso la fine dell’800 si orientarono verso la zona di Milano e della Brianza i primi venditori ambulanti di coralletti, maglie e sementi. Molti di questi diventarono poi orefici ed i loro figli e nipoti hanno oggi negozi ben avviati a Milano e nei territori limitrofi.
L’emigrazione all’estero ha inizio verso il 1850. I primi emigranti della zona (…) si indirizzarono verso la Prussia, l’Austria e la Polonia. Erano muniti di un organetto a manovella e di una scimmia. Battevano i villaggi e le piccole borgate, ma a volte si avventurarono anche nelle grandi metropoli. Suonavano per richiamare la gente e poi raccoglievano l’elemosina. Pare che qualcuno fosse giunto ad industrializzare questa forma di lavoro reclutando dall’Italia squadre di bambini ben addestrati a “mascare”, ossia a battere cassa”.

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