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Occorre una posizione ferma contro il discorso d’odio

 
Raccolgo l’appello pubblicato su Articolo 21 da Valerio Cataldi, presidente di Carta di Roma – di cui la mia organizzazione, Amnesty International Italia, fa orgogliosamente parte – per sollecitare i mezzi d’informazione a prendere una posizione ferma contro il discorso d’odio.
Sì, è vero che la fabbrica che produce e diffonde odio lavora 24 ore al giorno sui social: da questo punto di vista il 26 luglio si è toccato il fondo, e c’è da sperare che nei giorni e nei mesi a seguire non si scopra un sottofondo. Ma i giornalisti della carta stampata, della radio e televisione e le redazioni online non possono tirarsi fuori.
Non parlo dell’ennesimo titolo di “Libero” (magari, gli si potrebbe ricordare che la camera a gas non è da tempo più in uso negli Stati Uniti). Penso piuttosto all’irresponsabilità con cui si diffondono notizie incontrollate e non verificate (è la “scomparsa del condizionale” cui fa riferimento Cataldi, assai più grave della scomparsa del congiuntivo), per farla breve notizie false che hanno il palese obiettivo di indirizzare i sentimenti negativi di parte dell’opinione pubblica verso un bersaglio. Che è quasi sempre il solito: gli immigrati e coloro che ne difendono i diritti.
Di fronte all’odio, rimanere neutrali è un’opzione ormai non più praticabile. Non si può trattare allo stesso modo le notizie “A Parigi il giorno più caldo del secolo” e “Per il bastardo che stanotte ha ucciso un Carabiniere a coltellate lavori forzati in carcere finché campa”, soprattutto se la prima affermazione la fa un meteorologo e la seconda un vicepresidente del Consiglio della Repubblica italiana.
Non dare rilevanza, non dare spazio. Non amplificare la propaganda, le narrazioni e le dichiarazioni tossiche, incendiarie, xenofobe, razziste, misogine, omofobe, ziganofobe ecc. Questo dovrebbe essere il patto dell’informazione per contrastare l’odio.
Quando c’è una (del tutto pacifica) invasione di un campo sportivo, il patto dell’informazione è di girare le telecamere e non farla vedere. Non si potrebbe fare qualcosa di simile quando le dichiarazioni d’odio (non esattamente pacifiche) invadono il campo della civiltà, del diritto e dei valori democratici?

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