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Sudan, un giornalista tra le vittime delle nuove repressioni. Oltre 60 morti

 
C’è anche un giornalista tra le oltre 50 vittime della nuova ondata di repressioni in Sudan.
Mujitabi Sarah aveva appena 25 anni e collaborava con una radio locale e scriveva come freelance per varie testate online. È morto perché voleva raccontare la primavera araba del suo Paese, per il quale sperava in un futuro diverso dopo la caduta del regime del presidente Omar Hassan al Bashir.
La relativa calma seguita seguita alla destituzione di Bashir è durata poche settimane, la fragile tregua raggiunta con i colloqui fra il Consiglio militare di transizione (Tmc) e le sigle dell’opposizione racchiuse nel cartello delle Forze per la libertà ed il cambiamento (Ffc) si è  dissolta in un bagno di sangue.
La rottura, dopo l’assalto delle milizie paramilitari al sit-in dei manifestanti davanti al quartier generale dell’Esercito, era inevitabile. L’ennesima prova di forza da
parte delle forze armate sudanesi, secondo l’ultimo bollettino del Comitato centrale dei medici sudanesi, ha causato la morte di 60 persone e il ferimento di non meno di 200.
E si continua a sparare mentre miliziani armati e forze dell’ordine hanno circondato gli ospedali ed effettuano raid contro i medici delle strutture ospedaliere che prestano assistenza ai feriti.
L’episodio più grave l’irruzione nel Royal Care International Hospital, dove erano ricoverati numerosi pazienti con lesioni critiche in attesa di interventi chirurgici. Le milizie hanno esploso diversi colpi all’interno della struttura e nel campus ospedaliero scatenando il panico. L’Associazione dei professionisti sudanesi promotrice delle proteste che hanno portato il mese scorso alla deposizione di Bashir pur  avvertendo i manifestanti dell’imminente attacco, li aveva invitati a restare al sit-in per resistere ai militari che però hanno agito nella prima mattinata di ieri, cogliendo di sorpresa molti dei dimostranti: è stato un massacro,
“Riteniamo la giunta militare responsabile della sicurezza dei manifestanti e sottolineiamo che i membri del Consiglio
militare saranno ritenuti responsabili di ogni goccia di sangue versata” hanno dichiarato i leader delle rivolte.
A confermare la rottura dell’accordo tra le parti il  capo del Consiglio militare, Abdel Fattah al Burhan, il quale ha annunciato la decisione di annullare le decisioni finora  concordare con l’opposizione e ha chiesto
nuove elezioni entro nove mesi.
Non sono tardate le reazioni internazionali ed è stata convocata una riunione urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Già ieri il segretario generale Antonio Guterres si era detto “allarmato” da quanto stesse accadendo a Khartoum condannando l’uso eccessivo della forza sui civili.
Tra le prime misure conseguenze a livello internazionali dopo l’escalation della crisi
in Sudan, la cancellazione di numerosi voli aerei, sia di Egyptair che della Turkish Airlines.
La brutale azione repressiva ai danni dei manifestanti davanti al quartier generale dell’Esercito  è giunta dopo che le forze
di opposizione avevano indetto la scorsa settimana uno sciopero generale di 48 ore in seguito al fallimento dei colloqui con il Consiglio militare per raggiungere un accordo di spartizione del potere nel periodo di transizione di tre anni.
Alla mobilitazione avevano aderito, tra gli altri, i dipendenti del settore petrolifero e del gas, dell’autorità portuale, i veterinari e gli avvocati, mentre il Partito nazionale Umma (Nup) si era smarcato dall’azione di protesta chiedendo che decisioni così importanti fossero prese da un Consiglio direttivo delle forze di opposizione.
Prima del brusco stop delle ultime ore, i colloqui avevano portato a un accordo sulla
spartizione delle posizioni nel Consiglio sovrano (l’organismo incaricato di guidare il governo durante il periodo di transizione). Ma era rimasto, quale principale punto di contesa, la presidenza e il numero di rappresentanti che ciascuna parte avrebbe dovuto avere in seno al Consiglio.
Lo stallo determinato dalle divergenze per la guida della fase di transizione è stato il primo elemento di tensione che è montata fino a deflagrare con le violenze delle ultime ore.

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