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Carceri, cosa ci raccontano i tatuaggi dei detenuti

 

I detenuti scrivono sui muri segni e parole. Lasciano messaggi criptati, frasi semplici e pensieri elementari. Cuori con nomi e anelli inanellati d’amore giurato, d’amore tradito, d’amore ucciso. Disegni di case con finestre aperte, fiori e uccelli che volano. E’ una comunicazione, il più delle volte, nascosta, per dire di esserci o di essere transitato per quella cella.

Tra il nudo e il vestito esperienze di vita indelebili. Per non dimenticare ne scrivono su pelle. Tatuaggi, come scrittura sul corpo, per dire di sé e non dimenticare di amori e pene patite in galera. Come biglietti da visita su lembi di pelle. Al gomito, al braccio, sul fondo schiena e, visibilmente, sulla fronte, sul collo, dietro l’orecchio e di lato all’occhio. Sugli occhi due tipi di tatuaggio, sono simboli che li identificano come carcerati o ex detenuti. Una simbologia che trasmette messaggi, codici e pensieri pesanti. Quattro punti tatuati ai lati degli occhi stanno per non vedo, non sento, non parlo. Una lacrima tatuata a fianco dell’occhio significa che chi se l’è fatta fare è stato in carcere per omicidio.Una corona di filo spinato, tatuata sulla fronte, simboleggia una condanna all’ergastolo senza possibilità di libertà vigilata. Tre teschi sull’anulare stanno per gli omicidi compiuti dal detenuto. Ogni punta di una stella rappresenta un anno passato in carcere. Una croce può indicare una predisposizione per il bondage o per il masochismo. Alcuni tatuaggi vengono imposti con la forza come avvisi o come punizione. I violentatori vengono marchiati con una spada tra la scapola e il collo. I carcerati se ne facevano e se ne fanno rudimentalmente in cella, sulla propria pelle e su quella dei compagni di detenzione. Pur di scrivere con indelebili segni, nomi, figure e disegni, tra verità, metafore e mezzi sogni, osano, i detenuti, tanto, da rischiare grossi danni per la salute. Nella Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia, proprio per scongiurare eventuali rischi di infezioni, nel 2002, fu avviato un laboratorio di tatuaggio con l’hennè, ma, anche, per utilizzare, proprio il tatuaggio come elemento di raccordo con i reclusi. L’iniziativa prendeva corpo dall’esigenza di trasmettere consigli e suggerimenti di giusta precauzione nel fare, in carcere, il tatuaggio. Ne fu tirato anche un opuscolo con le informazioni utili, a cominciare dalle condizioni igienico-sanitarie, indispensabili, per sottoporsi a un tatuaggio in cella. L’idea era quella di trasmettere, i suggerimenti, nei vari istituti di pena, dove rimane, sempre, in uso fare e farsi fare il tatuaggio.

Chi si tatua sceglie di dire sulla propria pelle qualcosa di personale. C’è una vera e propria grammatica simbolica ricca di segni. La libertà del carcerato sta proprio nella scelta del tatuaggio che si fa, o si fa fare e mostra o, a seconda, nasconde. Gli ex detenuti, i galeotti, portano evidenti segni di tatuaggi che svelano un’appartenenza. Sono segni di riconoscimento diversi da altri tatuaggi, che pure oggi, sono in voga e scelti dai giovani e nonQualche anno fa, a testimonianza della fede attraverso i tatuaggi, una raccolta  di frasi e immagini religiose sulla pelle dei detenuti nel libro Cristo dentro per i tipi Itaca editore, prefazione di Papa Francesco, nel racconto di Francesca Sadowski, Eugenio Nembrini e le foto di Pino Rampolla.

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