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L’informazione oltre gli stereotipi e le fake news, oggi corso deontologico a Padova

 

“L’informazione oltre gli stereotipi e le fake news per la costruzione di contesti inclusivi” è il titolo del seminario, aperto al pubblico, organizzato dal Master Interateneo (Università di Padova, Verona, Venezia, Iuav) di II livello “Inclusione e Innovazione sociale”, dalla Fnsi, Sindacato Giornalisti del Veneto e da Articolo 21, nell’ Aula Magna, Palazzo Bo, Università di Padova, il 10 maggio 2019, dalle 14.30 alle 18.30.

Il seminario rientra nel programma di aggiornamento professionale e deontologico dei giornalisti, ai quali sono stati riservati 150 posti, e dà la possibilità di ottenere 6 crediti formativi iscrivendosi alla piattaforma Sigef – Enti terzi

Oggi si assiste all’irrompere nel grande villaggio virtuale e globale di milioni di fake news, che investono l’ambito politico, sociale e anche del sapere scientifico, difficilmente arginabile. E queste non falsificano solo il presente ma anche il futuro, in quanto presentano scenari diversi dalla realtà, alcuni troppo positivi, capaci di nascondere i problemi e favorire chi si trova al potere, altri così negativi da facilitare forme di egoismo e una sorta di immobilismo sociale nell’idea che non è possibile fare nulla. Ecco allora che l’agire contro le fake news ben si sposa con l’obiettivo n. 16 dell’Agenda 2030, con l’idea che si debbano promuovere istituzioni efficaci, responsabili e trasparenti, processi decisionali democratici, partecipativi, aperti a tutti e tutte, anche grazie all’accesso alle informazioni e la protezione delle libertà fondamentali. Così il seminario si propone di fornire stimoli e indicazioni per mettere a fuoco le fake news, riconoscerne le ricadute negative e il loro essere barriere allo sviluppo di società inclusive, solidali, sostenibili, delineando piste operative che ci aiutino a superare la logica della ‘verità fai da te’, spesso fonte di pregiudizi, rancore sociale, diffidenza e a individuare i pilastri di una informazione di qualità, capace di essere fondamenta non solo per lo sviluppo democratico, ma anche inclusivo e sostenibile.

Programma

14.30 Saluti: prof. Rosario Rizzuto, Magnifico Rettore – prof. Vincenzo Milanesi, Direttore del Fisppa – Maurizio Paglialunga, responsabile formazione dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti – Monica Andolfatto, Segretaria Sindacato Giornalisti Veneto

Coordinatore: Enrico Ferri

14.45 – “Il Linguaggio Inclusivo”, Laura Nota
15.20 – “Ai confini delle Fake News, informazione, populismi, élite”, Roberto Reale.
16 “L’irrilevanza della verità, un rischio concreto che possiamo scongiurare”, Paolo Pagliaro
16.45 – Pausa Caffè
17.15 “Una corretta informazione dal e sul carcere può smontare i luoghi comuni e accorciare le distanze tra la “società libera” e le persone detenute”, Ornella Favero
17.45 “Informazione e Costituzione, la rilevanza degli articoli 21 e 3 per la democrazia sostanziale e la costruzione di contesti inclusivi”, Giuseppe Giulietti
18.20 – Conclusioni

Presentazione dei relatori

Enrico Ferri, giornalista, collabora con la Sezione Veneta dell’Associazione Articolo 21, con l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, esperto di politiche migratorie e delle questioni associate alla ‘post verità’ e all’incitamento all’odio.

Roberto Reale, giornalista, scrittore, docente di strategie di comunicazione all’Università di Padova, esperto dei fenomeni di crisi dell’informazione e della relazione di queste problematiche con la tenuta democratica.

Paolo Pagliaro, giornalista, scrittore, autore insieme a Lilli Gruber del programma di La7 Otto e mezzo, per il quale cura ‘Il punto’, esperto dei fenomeni che caratterizzano una informazione di scarsa qualità e che ne segnano il declino.

Ornella Favero, giornalista, presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, ha dato vita alla rivista “Ristretti Orizzonti” che opera all’interno della Casa di reclusione di Padova in collaborazione con il territorio.

Giuseppe Giulietti, giornalista, presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana, tra i fondatori dell’Associazione Articolo 21, con un lungo trascorso come giornalista Rai, è stato componente della Commissione di Vigilanza Rai e della Commissione Cultura della Camera.

Laura Nota, Università di Padova, esperta dei processi di inclusione. Delegata del Rettore per l’inclusione e la disabilità.

Modalità di partecipazione
La partecipazione al seminario è gratuita previa iscrizione.

Intervista di Francesco Suman a Paolo Pagliaro tratta da https://ilbolive.unipd.it/it/news/linformazione-qualita-tempi-postverita-intervista

La nota voce dell’editoriale di “Otto e mezzo”, in onda tutte le sere sul La7, è anche autore di un libro uscito nel 2017 per Il Mulino: “Punto – Fermiamo il declino dell’informazione”. Il 10 maggio sarà a Padova, in aula magna a Palazzo Bo, dove terrà un seminario, “L’irrilevanza della verità, un rischio concreto che possiamo scongiurare”, all’interno della cornice del Master “Inclusione e innovazione sociale”. All’eventointerverranno anche Laura Nota, delegata del rettore per l’inclusione e la disabilità, Ornella Favero, giornalista e presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia, Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, tra i fondatori dell’associazione Articolo 21, Roberto Reale, docente di strategie della comunicazione a Padova, e Enrico Ferri, giornalista che modererà l’incontro.Paolo Pagliaro è stato redattore capo de “La Repubblica” e vicedirettore de “L’Espresso”. Ha diretto varie testate quotidiane locali, tra cui “L’Adige”, ha fondato l’agenzia giornalistica “9 Colonne”, di cui è direttore.Secondo Pagliaro, “post-verità” o “fatti alternativi” sono parole che fotografano lo Zeitgeist, lo spirito del tempo in cui viviamo. Il declino della verità inizia nel 2006 quando il Time decide che il personaggio dell’anno, a cui viene dedicata la copertina, si chiama you, tu. Ma c’entra anche con l’esposizione a una quantità di informazione senza precedenti, prodotta da tutti i cittadini del nuovo millennio, e che provocaun sovraccarico cognitivo e un conseguente spaesamento, responsabile della incapacità di distinguere il vero dal falso.Questo problema è figlio del passaggio dai cosiddetti vecchi media ai nuovi media?La questione non riguarda in modo specifico la rete o i nuovi media, riguarda l’universo dell’informazione, vecchia, nuova, tradizionale, digitale. Grazie alla rete e alle tecnologie digitali il problema si è moltiplicato e aggravato, perché più diffuso. Ma non è che la fake news, la bugia, la mistificazione o la manipolazione siano invenzioni dei tempi moderni, sono una costante nella storia del potere e in particolare della politica. La novità oggi è che assistiamo a un effetto moltiplicatore di questi fenomeni e a un uso molto disinvolto dei nuovi strumenti digitali che hanno aumentato l’efficacia e la potenza di fuoco della manipolazione. Possiamo dire che abbiamo una novità quantitativa e abbiamo anche una novità qualitativa, la cosiddetta disintermediazione, ovvero l’illusione che si possa abolire qualsiasi filtro professionale tra la realtà e la sua rappresentazione. Questo provoca come conseguenza un’ondata di inaffidabilità, di approssimazione e anche di menzogna che probabilmente ha dimensioni superiori rispetto al passato.
La disintermediazione è l’illusione che si possa abolire qualsiasi filtro professionale tra la realtà e la sua rappresentazioneOggi come si compone la dieta informativa dell’italiano medio?

Questa è una domanda centrale perché ci sono molte dicerie a riguardo, smentite però dalle rilevazioni più attendibili. Secondo le dicerie la dieta informativa è dominata ormai da internet, o meglio dai social. Non è vero. Tutte le ricerche del Censis constatano che l’informazione viene fruita in primis attraverso la televisione, poi attraverso la radio, poi attraverso i giornali e poi attraverso internet. Quindi la graduatoria è quella tradizionale. Certo, c’è la declinazione digitale dei media tradizionali, come la versione online dei quotidiani nazionali, ma non possiamo definirli come nuovi media digitali.

Secondo te, che conosci bene il mondo dell’informazione, si può dire che complessivamente negli ultimi anni la qualità della dieta informativa è calata oppure no?

Secondo me sì. La qualità è calata per una serie di ragioni, ma principalmente perché sono calati gli investimenti sull’informazione professionale, in particolare in Italia. I giornali hanno meno redattori, ci sono meno giornali, la pubblicità che sostiene l’informazione ha individuato altre strade, va a premiare altri media, c’è un impoverimento complessivo che è anche un impoverimento di qualità. Ma questa non è una strada obbligata. Nel mondo a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Germania ci sono esempi molto virtuosi di investimenti nell’industria editoriale per rinnovarla, per renderla compatibile con il digitale, e questi investimenti hanno fatto rinascere anche l’industria dei giornali cartacei. Cito in particolare il caso del Washington Post e in Germania quello del gruppo Springer. In Italia siamo messi molto male, gli investimenti sono bruscamente calati, gli introiti pubblicitari anche, quindi il mercato si è ristretto.

Il sistema industriale deve cominciare a distribuire la pubblicità anche secondo criteri di qualità

In che misura questo calo della qualità dell’informazione è legato al modello di businessdei grandi colossi del web basato sulla pubblicità e sull’immagazzinamento dei dati?

Sono correlati in diversi modi. Per esempio la distribuzione degli investimenti pubblicitari delle grandi imprese, che ripeto sono denari che tengono in piedi tutto il sistema dell’informazione, vengono sostanzialmente decisi da algoritmi che premiano gli ascolti, i click, il numero di visitatori, e non fanno distinzioni di qualità, di contenuto. Questo è uno schema che premia spesso l’offerta peggiore, perché come sappiamo non c’è niente di più frequentato dello scandalistico, del sensazionalistico, del pornografico, di tutte quelle categorie della comunicazione che in genere hanno poco a che spartire con la qualità e la serietà dell’informazione. E dunque una delle proposte che io sosterrò e sostengo è che il sistema industriale nel suo insieme debba farsi carico di questo problema e cominciare a distribuire la pubblicità anche secondo criteri di qualità. Poi ripeto, quando si ritiene di poter comunicare più efficacemente senza il filtro e la mediazione di un giornale o di un informatore professionale, si coltiva un equivoco e si produce un risultato pessimo dal punto di vista della qualità.

Anche per tutte queste ragioni, il modello di business del giornalismo stesso oggi sta vivendo una fase di ripensamento profondo. Uno dei possibili scenari è il rischio di avere un’informazione di serie A accessibile a pochi e un’informazione di serie B accessibile a molti?

Sì questo più che un rischio è già una realtà. In alcuni ambiti come la geopolitica, la finanza, gli scenari militari, il livello dell’informazione e la sua qualità variano a seconda del committente. Ci sono esempi di riviste di geopolitica che sono diventate dispensatrici di dossier a pagamento per banche, imprese e per quelle aziende che se li possono permettere. E quindi l’informazione qualificata rischia di diventare un bene di lusso. Io penso questa sia una deriva negativa, che si contrasta aumentando il tasso di qualità dell’informazione a disposizione di tutti. E non si fa con la spontaneità, si fa con investimenti, con l’organizzazione, con la deontologia, anche con le regole. In questo momento in Italia ci sono due fenomeni paralleli che in apparenza si smentiscono l’uno con l’altro, ma che in realtà convivono benissimo. Uno è la cosiddetta disintermediazione, l’altro è invece l’estrema centralizzazione della comunicazione politica: ormai i grandi partiti parlano con due o tre portavoce, con degli uffici stampa occhiuti che regolano i flussi in uscita. Spesso sentiamo esaltato il ruolo democratico della rete e il mito della comunicazione non filtrata. In realtà c’è un filtro potentissimo. È diventato quasi impossibile parlare con certi parlamentari, ci sono persone elette a Camera e Senato alle quali è stato tolto il diritto di parola. Siamo un po’ troppo subalterni a questa logica della propaganda. Giornalisti ed editori dovrebbero rifiutarsi di fare da cassetta delle lettere delle dichiarazioni dei politici. E parlo anche di tutta la comunicazione politica che passa attraverso i social, attraverso i tweet. Io credo che una cosa che non sia verificabile, confutabile, non possa essere una notizia.

Bisogna accorciare questa distanza che separa la realtà dalla sua rappresentazione

Poco fa facevi riferimento anche a un sistema di regole che si potrebbe mettere in campo per tamponare il declino dell’informazione. Ma in una società in cui l’informazione è il quarto potere, in cui tutti hanno diritto di parola, non si potrebbe verificare un conflitto tra diritto alla libertà di espressione e difesa della salute della democrazia?

Sì, si può verificare. E se si dovesse verificare io sono per il primato della democrazia. Capisco che su questo ci sono opinioni molto diverse, ma credo ci debbano essere delle regole che andrebbero rispettate perché ne consegue poi una tenuta migliore del nostro assetto democratico.

Ma allora come si torna a rendere rilevante la verità?

Bisogna accorciare questa distanza che separa la realtà dalla sua rappresentazione. E questo si può ottenere in diversi modi. Naturalmente ognuno deve fare la sua parte, non esiste qualcuno con la bacchetta magica. Ma da chi legge a chi fa informazione, da chi gestisce il sistema economico a chi fa le regole del gioco, da chi gestisce le piattaforme tecnologiche alla magistratura, ognuno ha un compito. Io credo per esempio che le piattaforme digitali e i loro gestori abbiano una responsabilità e dunque la tesi della neutralità delle piattaforme rispetto ai contenuti è ormai insostenibile, cominciano a capirlo anche loro. Credo che ci sia anche una responsabilità giuridica sulla rete da ripristinare. Non si capisce perché una cosa scritta su un giornale ti provoca una denuncia per diffamazione, per calunnia, per minaccia e una cosa scritta sui social no. Ci sono tante cose da fare, tantissime e vanno tutte nella direzione di accorciare quella distanza.

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