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Affrontare la paura del futuro con il coraggio del passato

 

Paura, s.f  1. stato d’animo, costituito da inquietudine e grave turbamento, che si prova al pensiero o alla presenza di un pericolo: aver – / avere una – del diavolo, grandissima / brutto da far – bruttissimo 2. timore, preoccupazione: ho – che perderemo il treno.

Sarebbe bello, per parlare di paura riferendosi alle mafie, poter usare le parole che Giovanni Falcone ha pronunciato a Marcelle Padovani: «…l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno. È saper convivere con la propria paura, non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo; altrimenti non è più coraggio, è incoscienza…».

Sarebbe bello; ma al giorno d’oggi, troppo spesso si chiede agli altri di non vedere. Di non intervenire: di farsi i fatti propri. Si chiede di non confrontarsi con la paura, che è una componente dell’essere uomini; e si evitano scelte e giudizi, perché così si elimina alla radice quel ragionamento che porta al coraggio e al pensiero libero. Dire …la mafia non esiste… sostanzialmente è dire che non c’è da aver paura della mafia!

Paura è una parola che ricorre spesso nelle domande dei ragazzi, quando vado a raccontare la mia storia nelle scuole: dalle “elementari” alle “superiori”. Per i giovani è importante comprendere quello stato d’animo che possono aver provato le persone che hanno qualcosa da raccontare. È importante perché loro ci convivono tutti i giorni con la paura. Probabilmente la coscienza della loro fragilità, dell’esser privi di esperienza, gli permette di avvertirla intimamente quella paura. Paura dei bulli, paura di mancare un risultato, paura della solitudine, paura di non essere adeguati, paura di quello che non si conosce ancora. Una paura generalizzata che in mancanza di risposte risolutive può trasformarsi in paura del vivere.

Per questo i ragazzi si attaccano alla bramosia del sapere; perché solo la non conoscenza genera quei mostri che fanno paura. Per questo è doveroso – per chi ha qualcosa da dire – confrontarsi con i ragazzi; perché vogliono conoscere per prevenire le loro paure. Per questo ai giovani bisogna dimostrare che la paura altro non è che un sentimento umano; di cui non si deve aver paura. E che bisogna imparare a non farsi condizionare dalla stessa.

Le parole del giudice Giovanni Falcone sono straordinarie, perché parlano ai ragazzi; della loro paura di aver paura, in una società che ci vuole competitivi e forti: senza paura. Ma non si può togliere un sentimento dall’animo umano, senza correre il rischio di disumanizzare l’uomo. E allora ecco che gli esempi di “eroi” come Falcone e Borsellino ci dimostrano che il saper convivere senza farsi condizionare dalla paura è la vera sfida che ci porta a sviluppare quel coraggio che altro non è che la coscienza e la conoscenza dei nostri limiti umani.

Falcone sapeva che Riina lo voleva morto: gliel’aveva detto Buscetta. Così come Borsellino sapeva che dopo l’attentato di Capaci sarebbe toccato a lui. Ma non hanno accettato di farsi condizionare dalla paura; hanno trasformato quel sentimento, facendo nascere una voglia di riscatto.

Non ci vuole coraggio a schiacciare il bottone di un telecomando; ci vuol coraggio a passare di fianco a una fila di auto sapendo che in ognuna di quelle potrebbe esserci una bomba. Una roulette russa permanente. Una pistola perpetuamente puntata alla tempia.

I ragazzi delle scuole oggi ci chiedono di spiegar loro come vivere la loro vita con la capacità di fronteggiare la paura che può far l’ignoto; non ci chiedono teorie e prospettive astratte: ci chiedono conto delle esperienze che abbiamo vissuto. Ci chiedono di come abbiam fatto a fronteggiare l’umana paura. Ci chiedono come abbiam fatto eventualmente a vincerla, quella paura. Come l’abbiam trasformata in coraggio.

Chiedono esempi, i ragazzi; non racconti “in terza persona”.

Chiedono di come si fa ad amare il nemico; perché l’amico siam buoni tutti ad amarlo. E di conseguenza chiedono come si fa a “denunciare” l’amico; a dirgli che sta sbagliando. È questa la vera svolta, la scelta che ci può far paura. La decisione di scavalcare uno steccato mentale che ci impedisce di prendere decisioni coraggiose, perché la prima paura che dobbiamo vincere è quella contro noi stessi.

L’omertà, e di conseguenza la complicità, sono spesso determinate dalla paura; solo se dimostriamo che sono possibili scelte di coraggio possiamo sperare di consegnare ai ragazzi un futuro migliore. Perché loro avranno il privilegio di vedere tempi che noi non potremo giudicare.

È adesso il “nostro” momento; è oggi che dobbiamo ascoltarli per poter riuscire a dialogare con loro e dar loro gli strumenti conoscitivi che permetteranno di sconfiggere la paura, attraverso il coraggio del Sapere e della Conoscenza. Perché non commettano gli stessi errori delle generazioni che li hanno preceduti; perché non cadano nella trappola del “… fatti li cazzi tua…”; perché possano conoscere e riconoscere la paura, così da riuscire a far nascere nei loro cuori il Coraggio.

Quello di Giovanni Falcone.

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