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Ruanda, i 25 anni del più grande genocidio africano e l’ipocrisia del ‘mai più’

 

Il 7 aprile del 1994 l’Africa scopriva per la prima volta il volto atroce del genocidio. In memo di 100 giorni in ruanda furono trucidati 800 mila tra tutsi e hutu moderati.

Una prevedibile pulizia etnica che ha lasciato nel piccolo paese dell’anno Refuone dei Grandi laghi una popolazione decimata, un Olocausto africano di cui l’Occidente è eticamente responsabile.

Non ci fu un’azione convincente che ponesse il freno a una deriva scontata nonostante la risoluzione (872/1993) che prevedeva l‘invio di una missione di assistenza delle Nazioni Unite. Tra le vittime anche migliaia di cooperanti umanitari, tra cui 200 operatori di Medici Senza Frontiere .

A causa del numero esiguo di caschi blu e della disorganizzazione del comando l’intervento fu un completo fallimento.

A 25 anni da quel massacro le ragioni, il terrore e le conseguenze di quel genocidio appaiono ancora incomprensibili. Una serie infinita di crimini fomentati da parole pericolose come pallottole, come le lame dei machete e le punte acuminate delle mazze chiodate.

Per mesi e mesi dalla radio filo-governativa “Mille Colline” speakers e commentatori hanno diffuso discorsi d’odio, definendo ‘scarafaggi’ i tutsi e ‘traditori’ gli hutu moderati, preparando il terreno per le violenze degenerate in orrore.

Per mano dell’esercito regolare e degli interahamwe, milizie paramilitari, persero la vita uomini, donne, anziani e bambini, fatti a pezzi, gettati in fosse comuni, o lasciati lungo le rive di fiumi e laghi.

Il Ruanda è stato anche terreno dello stupro usato come arma di guerra. Una delle conseguenze più profonde che il genocidio ha lasciato nel Paese è quella della difficoltà d’integrazione e del trauma psicologico che vivono i cosiddetti “figli degli assassini”, i bambini nati da quelle violenze sessuali compiute su larga scala.

L’Europa, l’Occidente, furono colpevolmente inadeguati, per poi pronunciare un ‘mea colpa’ e ripulirsi le coscienze assicurando ‘mai più’.

Il Ruanda fu la ‘cornice’ entro la quale si svilupparono le motivazioni che spinsero le Nazioni Unite ad elaborare la dottrina della responsabilità di proteggere, un intervento per prevenire i genocidio.

Uno strumento che però non è stato sempre garante di quanto si prefiggeva.

Quel ‘mai più’ è stato disatteso in tante, troppe occasioni. A cominciare dall’anno successivo al genocidio ruandese con l’ignomia di Srebrenica, dove oltre 8000 musulmani bosgnachi furono massacrati dalle truppe serbo-bosniache nel 1995, e dal 2003 con i massacri in Darfur: oltre 300 mila vittime.

Dall’emersione del concetto del diritto di “intervento umanitario” nel 1990 il primo vero atto operativo fu quello del 2004, quando il Comitato per le Minacce ad Alto Rischio, sfide e cambiamento, istituito dall’allora segretario Generale Kofi Annan, approvò la norma della Responstability to protect.

Proprio le parole di Annan, alla fine del suo mandato, diedero la misura dell fallimento dell’Onu, dell’intera comunità internazionale, a fronte di quanto avvenuto in Ruanda: “Dai tempi dell’Olocausto, con grande ignominia, il mondo ha fallito più di una volta nel prevenire o porre fine a dei genocidi, quello ruandese su tutti”.

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