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La “provocazione” della maratona di Trieste

 

“Era una provocazione” è la classica frase-pezza  per coprire una gaffe. E quella degli organizzatori della maratona di Trieste è stata davvero clamorosa, quando hanno comunicato che non avrebbero consentito agli atleti africani di gareggiare, per denunciare chi specula su di loro. Insomma un’esclusione protettiva molto salviniana, che fa il paio con il principio dell’ “aiutiamoli a casa loro”.

I razzisti  hanno “assaggiato” l’opinione pubblica. Se la cosa fosse passata in sordina, la discriminazione avrebbe fatto un altro passo avanti verso lo sdoganamento, Invece, l’indignazione è stata così vasta e tempestiva, che l’hanno dovuta buttare sulla “provocazione” e rimangiarsela. D’altronde, la tecnica dell’iniziativa-sondaggio è la stessa usata dai fascisti per espandersi. Si fa il gesto eclatante e si misurano le reazioni: se sono blande, è il segnale di via libera per una nuova iniziativa ancora più violenta.
I nuovi fascisti ci stanno testando per capire quanto si possono allargare. Ad ogni loro eccesso anticostituzionale occorre che ognuno reagisca per dire un NO pubblico, forte e chiaro; scrivendo ai giornali, scendendo in piazza, telefonando alle trasmissioni radio-televisive. Il ventennio mussoliniano una lezione ce l’ha tatuata sulla carne: il nemico più grande della democrazia è la pigrizia politica dei cittadini. La più subdola variante dell’indifferenza.

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