L’Italia sta entrando in una delle transizioni demografiche più delicate della sua storia contemporanea; un processo lento ma inesorabile, destinato a modificare radicalmente l’equilibrio sociale, economico e familiare del Paese. A lanciare l’allarme è il nuovo studio del Centro Studi e Ricerche IDOS, realizzato per Assindatcolf nell’ambito del Rapporto 2026 Family (Net) Work, presentato oggi a Roma con il titolo “Indispensabili ma sottovalutati: il fabbisogno di lavoratori domestici stranieri nell’Italia che invecchia”. Il documento, illustrato tra gli altri dal presidente di IDOS Luca Di Sciullo e dal vicepresidente di Assindatcolf Alessandro Lupi, fotografa con precisione una realtà che si sta rapidamente imponendo come una delle principali emergenze del welfare nazionale: l’aumento degli anziani non autosufficienti e la crescente insufficienza di lavoratori disponibili nell’assistenza familiare e domestica. Secondo le stime elaborate da IDOS, entro il 2029 il fabbisogno complessivo di colf e badanti raggiungerà quota 2 milioni e 211 mila unità, con un incremento di circa 122 mila lavoratori nel triennio 2027-2029. Di questi, il 69% sarà costituito da cittadini stranieri, prevalentemente non comunitari. Una crescita che non rappresenta soltanto un dato occupazionale, ma la misura concreta di quanto il sistema di cura italiano dipenda ormai strutturalmente dalla manodopera immigrata.
L’analisi condotta da IDOS individua nel progressivo invecchiamento della popolazione italiana il principale fattore di pressione sul sistema dell’assistenza familiare. Alla fine del 2026 gli over 65 saranno circa 15 milioni, e oltre 2,2 milioni di loro necessiteranno di aiuto continuativo, pari al 14,6% della popolazione anziana complessiva. Una percentuale destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni, soprattutto perché la generazione del baby boom — nata tra gli anni Cinquanta e Sessanta — entrerà progressivamente nella fascia degli ultraottantacinquenni, quella statisticamente più esposta a problemi di autonomia e fragilità fisica. Lo studio evidenzia inoltre profonde differenze territoriali: le regioni del Sud e delle Isole registrano le quote più elevate di anziani bisognosi di assistenza, con punte vicine al 19% in Molise, Abruzzo, Basilicata e Sardegna, mentre le regioni settentrionali mostrano percentuali inferiori, attorno al 12%. Tuttavia, il numero maggiore di assistenti familiari continua a concentrarsi nel Centro-Nord, segnalando uno squilibrio crescente tra domanda effettiva di cura e disponibilità di manodopera.
Le elaborazioni del Centro Studi e Ricerche IDOS stimano che nel 2029 serviranno quasi 1 milione e 68 mila badanti, delle quali oltre 784 mila straniere, pari al 73,4% del totale. Parallelamente saranno necessarie circa 1 milione e 144 mila colf, con una componente straniera prossima al 65%. Numeri che, secondo il rapporto, rendono già insufficiente l’attuale pianificazione del Decreto Flussi 2026-2028, incapace di rispondere alla reale evoluzione demografica del Paese.
Ma l’aspetto più inquietante emerso dall’indagine riguarda proprio l’età dei lavoratori domestici. IDOS documenta infatti un doppio processo di invecchiamento: non soltanto cresce il numero degli anziani da assistere, ma aumentano rapidamente anche l’età media e la fragilità di chi presta assistenza. Nel 2024 oltre l’11% del lavoro domestico risultava svolto da stranieri con più di 65 anni, segnale evidente di un comparto caratterizzato da scarso ricambio generazionale e da carriere spesso segnate da precarietà, bassi salari e insufficienti tutele previdenziali. Ancora più significativo il dato relativo alle badanti donne: la quota delle lavoratrici over 65 è salita dal 4,3% del 2015 al 16% del 2024. Una crescita che, secondo IDOS, rende inevitabile nei prossimi anni un massiccio turn-over dovuto sia ai limiti fisici sia all’uscita dal lavoro per ragioni anagrafiche.
Il rapporto sottolinea come, per colmare il vuoto di manodopera che si creerà nel prossimo triennio, oltre l’81% dei nuovi ingressi dovrà provenire dall’estero. Si parla di circa 33 mila lavoratori stranieri in più ogni anno, di cui circa 24 mila non comunitari. Una previsione che porta IDOS e Assindatcolf a chiedere una revisione strutturale delle politiche migratorie e delle modalità di ingresso nel mercato del lavoro domestico: “In un comparto di vitale importanza per il welfare nazionale, come la cura dei familiari e il lavoro domestico, massicciamente dipendente dalla manodopera straniera soprattutto femminile, sarebbe auspicabile che al raggiunto allineamento delle quote dall’estero al fabbisogno effettivo segua una seria revisione dei meccanismi di ingresso e di assunzione”, ha dichiarato il presidente di IDOS Luca Di Sciullo, evidenziando la necessità di contrastare efficacemente sfruttamento, irregolarità ed evasione contributiva, fenomeni che da anni caratterizzano il settore. Anche Alessandro Lupi, vicepresidente di Assindatcolf, ha parlato apertamente del rischio di “implosione del sistema dell’assistenza familiare”, sottolineando il paradosso di un Paese in cui lavoratrici sempre più anziane vengono chiamate a prendersi cura di una popolazione ancora più anziana e fragile.
La ricerca di IDOS mette così in luce una delle grandi contraddizioni dell’Italia contemporanea: un welfare pubblico sempre più dipendente da una rete privata di assistenza familiare che resta però scarsamente riconosciuta, poco valorizzata e spesso invisibile nel dibattito politico nazionale. Dietro le statistiche emergono milioni di famiglie che affrontano quotidianamente il problema della non autosufficienza, figli costretti a conciliare lavoro e assistenza ai genitori, anziani che vivono soli e un sistema pubblico incapace di assorbire integralmente la domanda di cura.
In questo scenario il lavoro domestico non appare più come un settore marginale, ma come una delle infrastrutture sociali decisive per la tenuta del Paese e la ricerca di IDOS consegna alla politica un messaggio inequivocabile: senza una programmazione lungimirante dei flussi migratori, senza regolarizzazione e tutela del lavoro di cura e senza un investimento strutturale sul welfare familiare, l’Italia rischia di trovarsi impreparata proprio nel momento in cui la domanda di assistenza raggiungerà il suo picco storico.
