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Social, linguaggio e diffusione di ideologie d’odio

 

I social network hanno un ruolo fondamentale nel divulgare ideologie di odio e pericolose come quella che ha portato un terrorista a uccidere 49 persone in due moschee della Nuova Zelanda una settimana fa

di Piera F. Mastantuono e Sabika Shah Povia

Il live streaming dell’attentato in Nuova Zelanda del 15 marzo 2019 è rimasto online per 17 minuti prima di essere messo offline, prima di accorgersi di quanto stesse accadendo il colosso tech ha impiegato un tempo che online è “infinito”, vista la rapidità di contenuti, condivisioni e linguaggi.

Come si legge, tra l’altro, sul New York Times: «Secondo il social network, il video dell’attacco dai contenuti espliciti e in alta definizione è stato caricato dagli utenti 1,5 milioni di volte nelle prime 24 ore. Di queste 1,5 milioni di copie del video, i sistemi di rilevamento automatico di Facebook hanno bloccato automaticamente 1,2 milioni. Questo ha permesso a circa 300.000 copie di essere rimbalzate sulla piattaforma, di essere viste, apprezzate, condivise e commentate da oltre due miliardi di utenti di Facebook».

Si pongono quindi delle sfide per i social. Il produttore principale di CNET Dan Patterson ha detto a CBS News che la sfida per le piattaforme di social media come Facebook e YouTube è che sono state progettate per “velocità”, non per sicurezza. Molte persone sono state in grado di capire come funzionano gli algoritmi e cosa induce le persone a fare clic e condividere contenuti.

«Siamo in una situazione molto difficile in cui queste piattaforme non erano state destinate ad essere utilizzate come armi, ma i fatti dimostrano che molte persone hanno capito come usarle come tali e usano queste piattaforme per spargere disinformazione. E mentre le piattaforme dominanti dei social media reprimono l’odio, gli estremisti si spostano verso alternative più di nicchia, dove la rabbia e la sfiducia prosperano. C’è sicuramente un senso di vittimizzazione da parte di molte di queste persone. Si sentono come se fossero censurati e presi di mira dalle società dei media e dalle grandi aziende tecnologiche», ha detto Patterson.

Social è sinonimo di condivisione, d’informazione nel senso più ampio del termine. È qui che gran parte della comunicazione viene prodotta e diffusa ed è sempre qui che molti politici italiani comunicano con i propri lettori. In quest’ottica è interessante ragionare sulla pubblicazione del manifesto da parte del terrorista neozelandese su internet e rimosso in seguito alle richieste della polizia è ancora disponibile su diversi siti, anche alcuni appartenenti alla stampa italiana. Una volta che un contenuto è diffuso online, resta difficile eliminarne completamente le tracce.

Leggendo il Manifesto ci si accorge che il linguaggio, e spesso anche i contenuti, utilizzati dall’attentatore sono molto simili anche a quelli di alcuni politici nel nostro paese.

Dal Manifesto:

«Stiamo vivendo un’invasione ad un livello mai visto prima nella storia. Milioni di persone che attraversano i nostri confini legalmente. Invitati dallo Stato e dalle grandi aziende per sostituire i bianchi».

«Le ONG sono direttamente coinvolte nel genocidio del popolo europeo».

«Ho attaccato i musulmani perché sono il gruppo più disprezzato di invasori in Occidente, e attaccare loro ti permette di avere un supporto maggiore».

«Avviene tutto attraverso l’immigrazione. Questa è una sostituzione etnica. Questa è una sostituzione culturale. Questa è una sostituzione razziale».

Dai profili social di alcuni politici:

«L’immigrazione è un fattore positivo se limitata e regolamentata, ma se diventa INVASIONE e SOSTITUZIONE ETNICA ci distrugge».

««Non è “immigrazione”: è INVASIONE, è occupazione militare, economica, culturale e demografica.
E i complici di questa tentata SOSTITUZIONE ETNICA, quando sarò al governo, saranno processati e pagheranno, di tasca loro».

«È tempo che l’Europa guardi con obiettività il fenomeno del terrorismo islamico. Purtroppo in tutto il mondo molti musulmani interpretano in modo violento la loro religione, e questa visione è condivisa anche da molti che vivono in occidente. Questa la cruda realtà dei fatti. Cosa possiamo fare? Intanto evitiamo di importare in Italia un problema che oggi non abbiamo: basta immigrazione e soprattutto basta immigrazione da paesi musulmani».

«Prima riducono la nostra Marina militare a servizio taxi degli scafisti, poi ignorano le attività sospette delle ong che recuperano i barconi a ridosso delle coste libiche e oggi arrivano addirittura a dire che vogliono agevolare i viaggi della morte. Ormai è chiaro: chi ci governa è complice dell’invasione dell’Italia».

«Nel mondo è in atto il genocidio dei cristiani e non possiamo fare finta di nulla».

L’attacco terrorista in Nuova Zelanda ha posto in evidenza come i contenuti d’odio, di violenza nello specifico, non abbiano un monitoraggio più efficace, una verifica delle tipologie di materiale pubblicato live online. Come conciliare la possibilità di comunicare e la responsabilità rispetto ai contenuti diffusi e come il giornalismo può intercettare questo interrogativo e provare a porsi come strumento di analisi critica, restano ancora questioni aperte.

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