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Il copyright e il suo doppio

 

La controversa direttiva europea sul copyright nel mercato digitale è passata a maggioranza (348 sì, 274 no, 36 astenuti, ma la proposta di rinviare tutto è stata battuta per soli 5 voti), alla fine di un percorso accidentato e complesso. Per coloro che non si sono iscritti alle opposte tifoserie in lotta dal 14 settembre del 2016, quando il testo (2016/0280) fu presentato dalla commissione europea, tirare le somme è difficile.

In estrema sintesi e senza fariseismi si può dire, però, che il nulla sarebbe stato peggio. Ora, almeno, è più chiaro il perimetro del conflitto e sono meglio rubricati i problemi. Il confronto si sposta sui livelli attuativi nei singoli paesi, cui sono lasciati margini elastici nel recepimento. Ed è questo, forse, l’aspetto nascosto del compromesso raggiunto nella sede del cosiddetto “trilogo”: l’organismo cui compartecipano l’esecutivo comunitario, il consiglio e il parlamento. Le maglie saranno piuttosto larghe, con tanti rischi di rinvii e di contenziosi. Tuttavia, il vuoto sarebbe stato pericoloso, considerando i rischi dell’onda nera che si aggira per il continente, con imprevedibili dinamiche nella prossima aula di Strasburgo.

Nel merito. Il compromesso è venuto incontro alle richieste delle organizzazioni degli editori, dei giornalisti, degli autori. L’ex articolo 11 (ora 15) favorisce il pagamento di un equo compenso troppo spesso negato dagli aggregatori di contenuti. Ecco, proprio l’accidente degli Over The Top ha, invece, inquinato una limpida iniziativa per tutelare la libertà della rete. L’ex articolo 13 (ora 17) è stato sì modificato, escludendo dalle previsioni le aziende on line meno grandi (fatturato inferiore a 10 milioni di euro e meno di tre anni di attività), ma l’introduzione per i protagonisti maggiori e massimamente influenti dell’obbligo di applicare un software per controllare preventivamente le violazioni è un brutto affare. Infatti, se un contenuto tutelato da copyright viene caricato senza licenza, le piattaforme si assumerebbero la responsabilità dell’infrazione. Quindi, scritta in modo meno rozzo, è una forma di potenziale censura. Che senso ha affidare ai diretti interessati la funzione di “giudici”, senza neppure pretendere la trasparenza (e la negoziazione) degli algoritmi utilizzati? Insomma, qui sta il punto dolente che lascia un retrogusto amaro. E’ vero che dalla normativa risalente al 2001 sono passati secoli secondo il calendario dell’era numerica, ma uno sforzo andava fatto. Si accennava alle opposte tifoserie. Quella delle industrie dei contenuti ha puntato su obiettivi chiari come la difesa del lavoro intellettuale, mentre l’altro polo dialettico è stato mangiato dagli oligarchi come Google e Facebook.

Un vero peccato, perché le prese di posizione dei padri fondatori come Tim Berners-Lee facevano sperare in un compromesso migliore, avanzato.

E’ emersa una verità incontrovertibile. Regolare con una testa analogica l’universo digitale determina esiti contraddittori e confusi. Il diritto si deve aggiornare ed assumere una velocità oggi sconosciuta. Dall’inizio dell’iter legislativo all’approvazione parlamentare sono successe tante cose, che già hanno parzialmente cambiato i parametri di riferimento. Stefano Rodotà aveva lucidamente inquadrato la questione e la sua mancanza pesa moltissimo.

Il governo italiano ha tenuto una posizione contraria, ma proposte alternative non sono mai emerse davvero. Ed è sembrata assente o debole, nel frastuono delle polemiche, una linea di una sinistra moderna e desiderosa di leggere i linguaggi digitali. E’ mancato un negoziato attraverso il conflitto.

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