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Confindustria azzera le previsioni per il Pil. Tensioni e presunzioni di un governo litigioso

 

Una manovra di bilancio che non promette crescita e la stima per il 2020 che prevede un miglioramento di appena +0,4%, sono il resoconto del Centro studi di Confindustria che oltre ad azzerare le previsioni per il Pil di quest’anno, dimostra in modo inoppugnabile come la fiducia delle imprese abbia subito un calo all’indomani delle elezioni di marzo. Appare evidente come il settore delle imprese oggi stia pagando una politica confusa, non coesa e fin troppo presuntuosa nel voler seguire una linea in materia di economia poco incline ad ascoltare voci autorevoli e consigli da Bruxelles e dagli investitori che al momento non vedono esaudite le loro richieste di aumento del premio di rischio sui titoli pubblici italiani.

Un governo sorretto da una impossibile e litigiosa convivenza che inasprisce i toni e che, pur di superare indenni le prossime elezioni europee, risulta sempre meno credibile specie per gli investitori dall’estero che non vedono stabilità e temono cambi di legge e tassazioni improvvise che rendono impossibili e inefficaci piani di sviluppo a lunga durata. Il livello di perizia, cultura e capacità di gestire tutto il comparto Italia risulta compromesso da una politica a due sponde che da un lato vede il ministro dell’Interno insistere perentoriamente sulla Tav e sulla flat tax che, a conti fatti, non sarà sufficiente per colmare le coperture necessarie per il prosieguo del reddito di cittadinanza; e dall’altra lo spauracchio del vice presidente Di Maio che per inesperienza dovrà fare i conti con il crollo vertiginoso dei consensi del suo elettorato a cui nessuno ha spiegato l’impossibilità di mantenere al 100% lo spirito del movimento originario cosi come lo acclamava Beppe Grillo nelle piazze stracolme ai tempi del “vaffa”. Il vice presidente Di Maio avrebbe dovuto farsi carico come portavoce di un nuovo movimento 2.0 diverso e adattato alle nuove competenze in atto dovute alla convivenza con la Lega e alla stesura di un programma elettorale scritto e approvato da entrambe le parti e sicuramente questo silenzio è stato interpretato come un tradimento.

L’accordo su investimenti futuri da mettere in atto con il presidente della Cina Xi Jinping,  appare una mossa a doppia regia del vice Di Maio e del premier Giuseppe Conte come dimostrazione di forza rivolta al ministro dell’interno, assente assoluto per tutta la visita nel nostro paese del premier orientale, come segno di non sudditanza, ripicche da separati in casa a cui è bene solo sperare che si vengano a creare seri presupposti concreti per un mercato di scambio equo e corretto, cosi come traspare dalle parole del Presidente della Repubblica che per saggezza ha sempre visto oltre. La matassa oramai appare ingarbugliata e si percepisce una sgradevole sensazione di aver raggiunto un punto di non ritorno. La lega, in costante ascesa nei consensi, potrebbe trovarsi di fronte ad una palese mancanza di coperture, fino ad adesso ignorata, ma poi, giocoforza, potrebbe essere costretta ad una manovra finanziaria davvero “lacrime e sangue” con l’aumento dell’iva e forse gli italiani capiranno, ancora una volta sulle proprie spalle, che anche questa volta la speranza di un governo che traghetti l’Italia verso uno sviluppo e una crescita si rivelerà una nuova illusione.

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