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Supercoppa italiana in Arabia saudita. Indignazione internazionale ma il mondo dello sport tace

 

“Non per soldi, ma per denaro”.  Torna in mente il titolo del celebre film di Billy Wilder uscito più di cinquant’anni fa.   Ma questa non è una commedia o, almeno, non dovrebbe esserlo.  La supercoppa italiana di calcio tra la Juventus e il Milan si disputerà il prossimo 16 gennaio  in Arabia Saudita, al King Abdullah Sports Stadium di Jeddah. Che la finale della supercoppa nazionale sia itinerante è ormai un’abitudine, la prima volta fu a Washington nel 1993. E si è  giocata anche a Tripoli, Pechino, Doha e Shanghai.   Ma questa volta c’è un problema piuttosto serio.  Lo scorso due ottobre, il giornalista Jamal Khashoggi, dissidente saudita, è stato ucciso nel consolato Saudita di Istanbul, il suo corpo non è stato più trovato.

Una vicenda drammatica, orribile che ha suscitato la reazione internazionale e sollecitato l’impegno  di tutti quelli, non soltanto giornalisti, che vogliono difendere l’espressione di voci libere nel mondo.  Come spesso capita, il mondo dello sport, in particolare nel business professionistico, non ha sentito il bisogno di dire e, soprattutto, di fare qualcosa per alimentare l’indignazione internazionale ed isolare i nemici nella libertà e dell’umanità.  La Lega calcio di serie A non ha cambiato posizione e confermato l’evento, le società Juventus e Milan  hanno, sostanzialmente, rimandato tutto alla Lega che aveva già deciso. La partita si farà.  Le buone relazioni diplomatiche e commerciali con l’Arabia Saudita sembra abbiano impedito un gesto  che avrebbe avuto un grande valore e, forse, aperto un’altra via verso il rispetto dei diritti politici, di libera  espressione, umani.  L’accordo da oltre venti milioni di euro tra la Lega di serie A e l’Arabia Saudita prevede la disputa nella  penisola araba di tre edizioni della supercoppa italiana per i prossimi cinque anni.  Il tennista americano John McEnroe, nel 1980, si rifiutò di giocare nel Sud Africa dell’apartheid. McEnroe  dichiarò che l’ha ritenuta una delle migliori decisioni prese in tutta la sua carriera. Il 22 dicembre scorso era  in programma, proprio a Gedda, un incontro tra i tennisti Nadal e Djokovic che poi è stato annullato a causa  di un infortunio dello spagnolo, anche se i più ritengono che ci sia stato un ripensamento dopo l’uccisione  del giornalista dissidente Khashoggi.

Far saltare la partita denunciando che i giocatori di Juventus e Milan si son presi l’influenza non sarebbe  un atto di coraggio, ma andare in Arabia Saudita e far finta di niente è la conferma che il mondo dello  sport professionistico, in questo caso del calcio, non vede, non sente e parla soltanto per un rigore dato  o non dato. Ci si augura che i giornalisti al seguito dell’avvenimento sappiano ricordare la vicenda del  collega ucciso e che agli sia sia dato spazio da tutti gli organi di informazione. Il barone De Coubertin,   il cui nome è legato alla rinascita delle Olimpiadi, soleva dire che “l’importante è partecipare”, non che partecipare è un obbligo, ad ogni costo.

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