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Padre Spadaro su Civiltà Cattolica: “tornare popolari”

 

E’ un editoriale che indica la strada per tornare a fare politica nel nome del bene comune quello pubblicato da Civiltà Cattolica e firmato dal direttore, padre Antonio Spadaro, nel nome del ritorno a essere popolari. Una differenza di fondo ed evidente rispetto alla tendenza populista. «Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare». Comincia con questa citazione del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che indica subito la necessità di reagire e per farlo seleziona sette parole chiave.

La prima è “paura”. “ Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti.” La risposta a tutto questo, per sottrarsi al fascino delle culture fondamentaliste viene indicata con le parole di Papa Francesco: compiere “gesti che si oppongono alla retorica dell’odio”.

Si passa così alla seconda parola, fortemente connessa alla precedente: “ordine”. Visto lo stato dei rapporti tra le grandi potenze mondiali che sembrano dar vita più che a un nuovo ordine a un gran disordine Spadaro sollecita una “ solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un nuovo ordine mediterraneo.”

La terza parola è “migrazioni”, che possono diventare il grimaldello che fa saltare l’Europa. “Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.”

Parlare di integrazione conduce alla quarta parola, “popolo”. Impossibile parlarne senza riferiamo ai populismi, che credono nella coesione etnica. “ Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali costituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede.” Quindi Spadaro ricorda che il popolo è una cosa seria, citando quanto disse, definendolo, il cardinale Bergoglio nel 2010: “ Si tratta di un accordo sul vivere insieme.” Quindi il punto oggi è che le élite diventano autoreferenti al caldo dei loro caminetti, la verità è che “molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia.”

La quinta parola è proprio “democrazia”, che appare in crisi, con la fiducia nei sitemi democratico-liberali che sembra incrinata. Ma il sogno, o per qualcuno l’incubo della democrazia istantanea e diretta, magari on line, dice per Spadaro che non si può fingere  “che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?”

La sesta parola è “partecipazione”. Il direttore della Civiltà Cattolica torna al citato discorso del cardinale Bergoglio del 2010, ricordando che già lì l’arcivescovo di Buenos Aires indicava la differenza tra abitante e cittadino.  Questo, osserva “è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei.” Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, visto che lascia fuori proprio il popolo.

La settima e ultima parola è “lavoro”. Appare proprio indiscutibile che “sembri esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati.” Per reagire lui vede una strada: “Servono quelle «tre T» delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale.” Dunque per ricostruire, per reagire come indicato all’inizio del suo articolo, la ricetta indicata da questo articolo su poche ma decisive parole è in una parola, riconnettersi, riconnettersi con le persone, tornando a essere “popolari”. La lettura più interessante di questo articolo sembra proprio quella di una sollecitazione al ritorno della politica per guardare avanti, perché discutere sulle forme dei canali d’irrigazione senza acqua serve a poco.

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