Giornalismo sotto attacco in Italia

Media Freedom Act. Bene il regolamento europeo, male le leggi italiane

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Il Media Freedom Act contiene alcune tutele per i giornalisti che stentano a trovare reale attuazione in Italia e questo determina pesanti effetti sulla libertà e l’indipendenza dell’informazione nel nostro paese. Tutti d’accordo sui principi, ma al momento di agire concretamente si imboccano strade diametralmente diverse.

Parto dalla tutela del lavoro giornalistico e, in particolare, da quella norma che vieta esplicitamente l’uso di spyware contro i giornalisti, salvo i casi di “sicurezza nazionale”. Ebbene ricordiamo la vicenda Paragon e l’utilizzo dello spyware Graphite usato per spiare alcuni giornalisti. Ancora non sappiamo chi e perché ha spiato i colleghi. Non sono mai state date risposte chiare sulla dinamica dei rapporti e dei contratti con la società israeliana Paragon, produttrice dello spyware, e il governo italiano. Non è chiaro chi abbia avuto accesso a uno strumento così brutalmente intrusivo, il cui utilizzo compromette un diritto sancito dalla legge italiano: il segreto professionale a tutela delle fonti. Non a caso, il 19 febbraio 2025 il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, con la FNSI, ha presentato una denuncia contro ignoti alla Procura di Roma con l’intento di fare chiarezza sul caso.

Sul tema della sicurezza dei giornalisti dobbiamo dire che la situazione resta allarmante. I casi di aggressione e minacce continuano ad aumentare, assumendo dimensioni e gravità sempre maggiori. Avevamo apprezzato la scelta del governo di inserire in uno dei tanti “decreti sicurezza” le aggravanti per contrastare le violenze e le minacce contro i giornalisti nell’esercizio della loro professione. Un “comma” inspiegabilmente evaporato al momento della conversione in legge. Eppure, sarebbe stato un forte deterrente verso i crescenti casi di ostilità contro i cronisti e una tutela, soprattutto per freelance e precari che a volte hanno timore a presentare una denuncia alle autorità.

Infine, la RAI, che svolge compiti di servizio pubblico sia nel campo dell’informazione giornalistica che nella produzione audiovisiva. Essa deve svolgere un ruolo di garanzia per una informazione plurale e completa ed è l’unica azienda editoriale che riesce a offrire un’informazione adeguata su tutti i territori a fronte di un grave processo di indebolimento dell’informazione locale.

A dispetto da quanto disposto dal Regolamento, mancano risorse certe e programmate, non è possibile decidere di anno in anno. Nessuna impresa, grande o piccola, può funzionare in questo modo. L’EMFA richiede che la governance delle emittenti pubbliche sia definita attraverso “una procedura trasparente, aperta e non discriminatoria e sulla base di criteri trasparenti.” Sarebbe pertanto necessario avere una governance autorevole e autonoma, plurale, non condizionata dalle maggioranze politiche di turno. Il progetto di legge di riforma in discussione in parlamento non offre alcuna garanzia in questa direzione. Tutt’altro.

In conclusione: bene il regolamento europeo, male le leggi italiane. Risulta evidente la debolezza di una normativa che non prevede meccanismi che diano certezze riguardo alla loro concreta applicazione. Lo stesso accade per il recepimento di altre direttive che riguardano la libertà di informazione come quella sulle SLAPP. A fronte di un esplicito invito rivolto agli Stati a recepire anche nella legislazione nazionale i meccanismi di tutela introdotti per contrastare le querele temerarie transfrontaliere. Un invito sino ad oggi ignorato dal Parlamento. Penso anche alla Direttiva sulla Presunzione d’innocenza, che in Italia è divenuta il pretesto per introdurre una serie di norme limitative del diritto di cronaca soprattutto in ambito giudiziario. Possiamo quindi dire che a Bruxelles servirebbe più rigidità per evitare che l’impegno per libertà di stampa si riduca solo a condivisibili enunciati e a Roma servirebbe una reale volontà di difendere la libertà di informazione.

Carlo Bartoli

 


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