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“Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite” di Alessandro Montanari (UnoEditori, 2018)

 

L’Europa unita è sempre stata indicata come un grande traguardo per gli stati membri, un sogno. E tale è diventato ben presto nell’immaginario di intere popolazioni, ammaliate dalla prospettiva di far parte di un unico grande stato senza frontiere, con un mercato e una moneta comuni. Spostarsi da una nazione all’altra senza bisogno del passaporto e senza la preoccupazione del cambia valute, un mercato euro-globale per ogni tipologia di merce. Una Unione-potenza mondiale all’interno della quale ogni stato membro avrebbe rafforzato la sua posizione a livello globale.

È questo che è poi realmente accaduto? E se sì, come affermano quelli che l’autore chiama “euroinomani”,  perché allora gran parte della popolazione in numerosi stati membri ha una percezione di quanto accaduto molto, ma molto diversa?

Non più un sogno, «ma una prigione di regole». La Gabbia, come il titolo scelto appositamente da Gianluigi Paragone nel cui marchio fu inserito non a caso il simbolo dell’euro.

A giugno 2018 esce, per UnoEditori, Euroinomani: Come l’euro ha ucciso l’Europa. Il risveglio dei popoli contro le élite di Alessandro Montanari. Un libro che racconta, con uno stile semplice, colloquiale, cosa significano in realtà le regole e le decisioni prese nei grandi palazzi di vetro, nei grattacieli, tra persone che fanno senz’altro i loro calcoli ma per decisioni e imposizioni che poi avranno le loro vere grandi ripercussioni sulla vita di tutti gli ignari cittadini, anche su quelli che continuano imperterriti a credere nel sogno di una grande Europa unita. Coloro che l’autore indica come euroinomani appunto, convinti che la cura ai tanti problemi irrisolti sia sempre e comunque l’Europa con la sua moneta unica e le sue tante regole che invece, a guardar bene, potrebbero esserne la causa.

Ci ricorda Montanari che l’euro è «l’unica moneta della storia senza uno Stato alle spalle, che unisce economie eccessivamente disomogenee, che ha un valore troppo elevato per alcuni Paesi e troppo basso per altri» e che la sua Banca Centrale «è un prestanome di ultima istanza di tipo anomalo».

Viene naturale chiedersi se davvero nessun economista abbia mai preventivamente esternato dubbi riguardo la moneta unica europea. Anche l’autore lo ha fatto e, dopo un accurato lavoro di ricerca, ha elencato per esteso i pareri di tanti economisti, sottolineando anche il contesto, la data e il luogo che hanno accolto le osservazioni. Vengono qui riportati solo i nomi di quelli che in tono scherzoso Montanari chiama “economisti populisti”:

  • Milton Friedman (Nobel per l’Economia 1976).
  • Paul Krugman (Nobel per l’Economia 2008).
  • Joseph Stiglitz (Nobel per l’Economia 2001).
  • Amartya Sen (Nobel per l’Economia 1998).
  • James Mirrlees (Nobel per l’Economia 1996).
  • Christopher Pissarides (Nobel per l’Economia 2010).
  • Oliver Hart (Nobel per l’Economia 2016).
  • Mervyn King.
  • Antonio Fazio.
  • Paolo Savona.
  • Luigi Zingales.
  • Lucrezia Reichlin.
  • Vincenzo Visco.

Quest’ultimo, allora ministro delle Finanze del governo Prodi, dichiarò: «la Germania continua a crescere a spese nostre perché c’è un marco svalutato che è l’euro». La Germania a tutti gli effetti quindi «vive e prospera in una condizione di svalutazione permanente dal giorno stesso del suo ingresso nella moneta unica. Ricavandone sensazionali, quanto indebiti, vantaggi».

Ma uscire dall’euro non si può, sarebbe una catastrofe. Lo ripetono così tante volte in tanti che lo diamo per buono però Montanari fa un’obiezione concreta: se le regole su cui si basa l’Unione europea sono frutto di “trattati” proprio in quanto tali allora potrebbero essere modificati, in qualunque momento, per meglio adattarsi alle necessità di quei paesi che meno hanno giovato della moneta unica. Questo in teoria, in pratica poi avviene tutt’altro. Quanto accaduto alla Grecia è emblematico della rigidità eccessiva di tutti questi “accordi” che finiscono per somigliare sempre più a prigioni, ovvero gabbie di regole.

La crisi del 2008 lasciata precipitare verso i debiti sovrani ha indubbiamente aggravato in maniera esponenziale la situazione. L’austerità, in periodi di recessione, «impone alla politica un inaccettabile ribaltamento dei valori» e delle priorità: «i numeri prima delle persone, la quiete dei mercati prima della pace sociale, l’Europa prima dell’Italia. Anzi degli italiani. Che è ancora peggio». Gli effetti collaterali di questo modello sono ben evidenti nel nostro Paese, osservabili «nel processo di proletarizzazione dei lavoratori», costretti ad accettare salari di mera sussistenza, a rinunciare gradualmente a diritti che sembravano acquisiti e ormai certi, e «nello smantellamento sistematico della spesa sociale».

Non stupisce e non dovrebbe stupire più di tanto che «il malcontento popolare vada diffondendosi per l’Europa» e nemmeno che scarichi tensioni e frustrazioni sugli immigrati, «alimentando penose guerre di sopravvivenza tra ultimi e penultimi».

Per Montanari, l’anti-europeismo non ha un unico volto però, come invece si vorrebbe far credere e volerlo ricondurre in maniera quasi ossessiva alla «matrice antropologica della xenofobia» serve solo a nascondere la vera radice del problema. Che è economica e solo in un secondo momento «dà sviluppo a una forma e una coloritura politica».

L’autore trova più che legittime le rivendicazioni da parte dei cittadini, i quali non chiedono altro che il lavoro, i salari e diritti perduti. In fondo è esattamente di questo che dovrebbe occuparsi e preoccuparsi la politica. La soluzione va cercata, per Montanari, nell’intervento pubblico, imponente e massiccio, sullo stile del New Deal lanciato dal presidente Roosevelt per uscire dalla grande Depressione del 1929. Ma farlo oggi potrebbe essere molto più complicato di allora, anche come conseguenza della ormai ceduta sovranità monetaria.

Euroinomani di Alessandro Montanari è un libro, non tecnico,  che racconta di economia, di politica, di società e anche di cultura e istruzione. Materie tutte inevitabilmente interconnesse e interdipendenti. Di austerity e di sociale, di euro e globalizzazione. Di Jobs Act e Bail in. Di Buona Scuola e alternanza scuola-lavoro. Di cambiamenti spacciati per ineluttabili se si vuol restare al passo con i tempi, con il progresso e la crescita, ma che, in realtà si sono rivelate essere mere misure restrittive delle libertà e dei diritti dei cittadini. Si prenda ad esempio l’alternanza scuola-lavoro, sponsorizzata come una grande opportunità offerta ai giovani per “entrare” in contatto con il mondo del lavoro, fare esperienza… Cosa è accaduto invece? Questo strumento educativo «è stato rigettato dagli studenti», i quali ci hanno messo ben poco a comprendere che «nel lavoro di oggi… non c’è proprio nulla da imparare». E non ne vogliono granché sapere perché «hanno intuito che l’intenzione dei padri della Buona Scuola, che poi sono anche i padri del Jobs Act, non stesse tanto nell’educarli al lavoro, quanto piuttosto nel rassegnarli a un lavoro di questo tipo: incerto, malpagato e senza diritti».

I camerieri, cassieri, commessi, hostess a eventi e fiere, babysitteraggio di vario genere e quant’altro sono sempre stati lavoretti che i ragazzi e le ragazze hanno svolto, soprattutto in estate. Non si vede davvero motivo valido per cui per fare ciò, tra l’altro senza neanche adeguata retribuzione, debbano togliere tempo allo studio e alla formazione.

Un libro, Euroinomani di Montanari, che racconta di una classe politica caratterizzata dal pedissequo «impegno per il superfluo» e scarsamente votata per il “necessario”, come i diritti concreti e basilari dei cittadini. Una narrazione senza pretese di autorevolezza ma rigorosa nelle citazioni e nelle fonti, frutto di un’accurata documentazione da parte dell’autore. Un testo che spiega, in maniera semplice e chiara, ciò che ognuno dovrebbe ammettere di sapere, perché è sotto gli occhi e sulla pelle di ogni cittadino italiano ed europeo. Un libro interessante, per riflettere su quanto accaduto a partire dal 2008 e su cosa sia stato fatto o meno per evitare che accada di nuovo. Un libro che non giudica, non esprime giudizi affrettati o avventati. Una narrazione che segue un ragionamento frutto di anni di studio e documentazione, approfondimenti e analisi. Una voce fuori dal coro che non vuole essere un’ostruzione al sistema bensì una valvola di sfogo verso eventuali soluzioni che non siano frutto di scontri, rabbia e odio ma dettate dalla mera logica del buonsenso.

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